1592 Prof. Giovanni Bozzetti Articoli
17 dicembre, 2018

Rifiuti Urbani ed economia circolare, Italia prima in Europa, nonostante tutto.

Frutto di una complessa attività di raccolta, analisi ed elaborazione di dati da parte del Centro Nazionale per il Ciclo dei Rifiuti dell’ISPRA (in attuazione di uno specifico compito istituzionale previsto dall’art. 189 del d.lgs. n. 152/2006) è stato presentato pochi giorni fa al Senato il “Rapporto Rifiuti Urbani”. Giunto ormai alla sua ventesima edizione il rapporto fornisce i dati, aggiornati all’anno 2017, sulla produzione, raccolta differenziata, gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti di imballaggio, compreso l’import/export, a livello nazionale, regionale e provinciale. Il testo riporta, inoltre, le informazioni sul monitoraggio dell’ISPRA sui costi dei servizi di igiene urbana e sull’applicazione del sistema tariffario. Dai dati raccolti con una riduzione dell’1,7% rispetto al 2016, si attesta a 29,6 milioni di tonnellate la produzione in Italia di rifiuti urbani. Dato che confrontanto con quello del 2013 riporta così, nel quinquennio preso in esame, una sostanziale stabilità della produzione (+0,08%). Il calo si riscontra inoltre in tutte le macro-aree geografiche, risultando pari al -2,2% nel Sud, al -2% nel Centro e al – 1,4% nel Nord. La maggiore contrazione si osserva sopratutto per l’Umbria (-4,2%), seguita da Molise (-3,1%), Basilicata (-2,8%) e Toscana (-2,7%). Le province che risultano invece con i valori più alti di rifiuti urbani per abitante sono quelle dell’Emilia Romagna (dove è giusto precisare però che, secondo i regolamenti comunali di quelle aree, ai rifiuti urbani vengono assimilati anche tipologie similari di rifiuti speciali derivanti da attività commerciali, aziende artigianali e di servizio). Dal testo risulta inoltre che, per la prima volta, l’Italia raggiunge la media nazionale del 55% nella raccolta dei rifiuti con netti passi avanti da parte di tutte le Regioni. Più alti i valori al Nord (66,2%), più bassi al Sud (41,9%), mentre il Centro Italia si colloca poco al di sotto della media nazionale (51,8%). La regione con la più alta percentuale di raccolta differenziata, pari al 73,6% è il Veneto, seguita da Trentino Alto Adige con il 72%, Lombardia con il 69,6% e Friuli Venezia Giulia con il 65,5%. Il Comune di Venezia, tra le 15 città italiane con popolazione superiore ai 200.000 abitanti, si conferma eccellenza nazionale sulla raccolta differenziata dei rifiuti raggiungendo il primo posto, ex-aequo con Milano, con una percentuale di raccolta differenziata pari al 57,8% del totale tra le Città metropolitane. Risultato di prestigio che testimonia come, ponendo attenzione al tema dell’economia circolare, una meta di milioni di visitatori annui possa al tempo stesso sviluppare un sistema e una mentalità sempre più green ed ecosostenibile, generando economia e posti di lavoro.

Proprio del tema dell’economia circolare si è parlato a Roma pochi giorni fa durante la prima conferenza annuale sulla Piattaforma Italiana per l’Economia Circolare (ICESP), coordinata da ENEA. Il risultato dei dati presentati è che l’Italia oggi primeggia in Europa per numero di occupati, valore aggiunto, brevetti e nel campo del riciclo superando persino Francia, Germania e Regno Unito. Allo stesso tempo però rispetto agli investimenti nel settore siamo molto al di sotto dei tre Paesi appena citati a conferma delle nostre ottime prestazioni pur con strumenti non del tutto adeguati. Uscire dalle logiche di un’economia lineare riducendo la produzione di rifiuti e trasformando il rifiuto in risorsa non è solo utile e auspicabile per l’ambiente, ma può diventare economicamente vantaggioso. Esistono però oggi ancora degli ostacoli che, più che tecnici, sono burocratici e legati ad una legislazione nazionale spesso poco attenta. Nel nostro Paese manca, infatti, una normativa che sostenga totalmente l’economia circolare: in particolare sarebbe utile avere un’applicazione più efficace delle norme sull’end of waste in grado di avviare il mercato di una vasta gamma di materie prime, in tempi certi e al passo con le esigenze del sistema paese. Sarebbe, inoltre, necessario rendere l’applicazione della disciplina del sottoprodotto certa e uniforme sul territorio nazionale, in maniera tale da consentire l’adozione di pratiche di simbiosi industriale come normali pratiche di gestione e valorizzazione degli scarti; simbiosi industriale che peraltro, si configurerebbe come un’efficace strategia per la prevenzione della produzione di rifiuti.

L’economia circolare è importante oggi perché è l'unico modello di business che se osservato in una prospettiva di medio-lungo periodo, può garantire al nostro Paese la sostenibilità. Questo perché, essendo noi tutti in una situazione di risorse limitate, dovremo prima o poi affrontare seriamente questo problema, con un modello che possa sia rispettare l’ambiente sia salvaguardare le generazioni future. Le direttive europee fissano, infatti, due obiettivi per il 2035: riciclare il 65 per cento dei rifiuti e non superare la soglia del 10 per cento per gli invii in discarica. Ad oggi siamo a buon punto, come già detto, ma ancora molto c’è da fare, ed il problema principale riguarda proprio la carenza di impianti per trattare i rifiuti e trattenere all’interno delle nostre Regioni tutto il ciclo di gestione dei rifiuti, che ha importanti ricadute anche sotto il profilo economico. Molti scarti, che oggi escono dal sistema produttivo potrebbero, infatti, mantenersi al suo interno con un concreto vantaggio sia per la collettività, sia per le imprese; ma il vantaggio economico può nascere solo se si crea un mercato funzionale per i prodotti dell’economia circolare capendo, da una parte, chi possono essere i potenziali acquirenti e dall’altra chiedendo di fare acquisti verdi a chi è già obbligato, come, ad esempio, gli enti pubblici. L’approccio tecnico e non politico resta comunque, a mio avviso, l’unica via percorribile per strutturare un piano realistico che liberi le nostre città dalle ricorrenti emergenze.

Giovanni Bozzetti