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20 novembre, 2018

Il segreto della Green Economy: puntare sull’ambiente per rilanciare il Paese

Puntare sull’ambiente per creare 3 milioni di posti di lavoro in più. Un riassunto, alquanto semplicistico, della prima giornata di lavori degli Stati generali della green economy potrebbe, in definitiva, essere questo. Partendo dai tanti problemi attuali, come ad esempio l’accumulo della plastica in mare o il consumo del suolo, possiamo trasformare questo momento storico in qualcosa di diverso rispetto al passato, cogliendo le opportunità e le possibilità che il nostro Paese ci dà. Per fare dell’Italia un posto migliore e con un’ occupazione di maggiore qualità bisognerebbe, oggi ancora più di ieri, investire maggiormente nei settori chiave dell’ambiente.

I dati che confermano questa affermazione si trovano nella relazione 2018 sullo Stato della green economy in Italia, presentati tra il 6 ed il 7 novembre durante Ecomondo. Secondo il documento presentato da Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile e del Consiglio nazionale della green economy, si evince che il nostro Paese non solo non parte da zero, ma è anche già leader in alcuni ambiti, come il tasso di circolarità (pari al 18, 5 per cento) che ci vede primi in Europa, o lo smaltimento di rifiuti speciali. Anche i dati del bio si attestano su buoni risultati con una crescita del 20% dal 2016 al 2017 con circa 1,8 milioni di ettari interessati al fenomeno. Negativi sono, invece, i dati che si riferiscono alle emissioni, aumentate insieme ad una lieve crescita del PIL, al consumo del suolo dove vengono sprecati circa 15 ettari giornalieri, all’abusivismo, che nel Sud Italia raggiunge percentuali vicine addirittura al 50%. La priorità ambientale internazionale del clima, inoltre, non sta seguendo una traiettoria positiva con i ritmi attuali che rendono sempre più difficile non compromettere l’Accordo di Parigi, nonostante le cause dei cambiamenti climatici, riduzione della biodiversità o eventi estremi ad esempio, siano sempre più evidenti agli occhi di tutti ed in ogni paese del mondo. Trend negativi internazionali che potrebbero, però, essere superati se gli obiettivi ambientali marciassero insieme a sviluppo tecnologico e innovazione. Chiaramente questi cambiamenti globali implicano anche differenze settoriali e regionali nel momento in cui la realizzazione di nuovi posti di lavoro in un settore come quello delle rinnovabili comporterà una perdita di occupazione nei fossili (ma tutto a vantaggio, ce lo assicurano, dell’economia green). Su ogni dato qui descritto, inoltre, si può ancora lavorare e migliorare cercando di cogliere le varie opportunità che possono nascere non solo dalle eccellenze che già esistono ma soprattutto dalle problematiche risolvibili.

Appena conclusa a Rimini, la due giorni verde (organizzata dal Consiglio nazionale della Green economy con il supporto della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, in collaborazione con il ministero dell’Ambiente ed il patrocinio del ministero dello Sviluppo Economico e la Commissione europea) ha rappresentato così l’occasione per il mondo istituzionale, imprenditoriale e civile per confrontarsi sul tema della green economy divenuta ormai un percorso attuale e urgente per rilanciare l’economia in Italia. Ed è stato record di numeri per questa VII edizione con circa 80 relatori italiani ed internazionali e circa 3000 presenze, che hanno visto, inoltre, la partecipazione di oltre 50 organizzazioni di impresa e consorzi che hanno avanzato proposte per sostenere l’affermazione della green economy in Italia. Successo anche sul fronte social con circa 1600 tweet con l’hashtag #statigreen18, ed oltre 350 utenti coinvolti nella discussione, con un’audience potenziale di quasi 700.000 profili (oltre 10 milioni di impressions, ossia visualizzazioni nella timeline). La green economy e l’interesse che suscita è, quindi, oggi in una fase di ascensione e di vitalità, l’augurio è che la politica sappia ora interpretare questa forte spinta e contribuisca con scelte normative adeguate, a partire, ad esempio, dall'urgente ridefinizione della normativa “end of waste” ossia quella che consente di considerare i rifiuti materie seconde. In cinque anni, secondo i dati degli esperti del settore, si potrebbero produrre, infatti, ricavi per 370 miliardi di euro e più di 129 di valore aggiunto, con un totale di 3,3 milioni di nuovi occupati se si considera anche l’indotto, come già detto ad inizio articolo. Cifre da capogiro che richiedono però, già da ora un piano concreto da parte del governo tutto, coinvolgendo evidentemente non solo il ministero dell’ambiente, ma in modo trasversale anche gli altri ministeri al fine di investire in dieci specifiche misure, ossia: raddoppiare le fonti energetiche rinnovabili, migliorare l’efficienza energetica degli edifici, realizzare i nuovi target europei di riciclo dei rifiuti, realizzare programmi di rigenerazione urbana, raddoppiare gli attuali investimenti in eco-innovazione, mettere in atto misure di mobilità sostenibile, potenziare l’agricoltura sostenibile e biologica, riqualificare il sistema idrico, rafforzare la prevenzione del rischio idrogeologico e bonificare i siti inquinati. Non ultimo il capitolo sulla plastica, secondo il quale bisognerebbe potenziare il riciclo, ma anche ridurre la produzione al fine di limitare i rifiuti. Troppa plastica non viene , infatti, ancora riciclata a dovere, per questo bisognerebbe lavorare sui prodotti, sull’eco-design e sull’eco-innovazione. Affidarsi poi alla tecnologia, già pienamente disponibile, per creare plastiche biodegradabili al fine di limitarne a lungo termine la permanenza nell’ambiente è doveroso nonché auspicabile. Esistono, insomma, ottime prospettive, sia per l’economia sia per l’occupazione, che meritano di essere colte al volo.

Giovanni Bozzetti