1797 Prof. Giovanni Bozzetti Articoli
8 ottobre, 2018

Inquinamento e clima, cambiare prima che sia troppo tardi si deve e si può

Per colpa delle ondate di calore record di questa estate e dei venti caldi che hanno iniziato a soffiare anche all’estremo nord del nostro pianeta, il più antico e spesso ghiacciaio dell’Artico sta iniziando a frantumarsi. In passato la maggior parte del ghiaccio marino nell'Artico era pluriennale, ma adesso la quasi totalità si riforma ogni anno. Mai era successo però, prima di questo 2018, che fratture profonde si formassero anche all’interno di quella che viene definita come “l'ultima area ghiacciata” e “l’ultimo baluardo” contro il cambiamento climatico e lo scioglimento dei ghiacci. Per due volte, invece, come hanno immortalato le immagini satellitari, il ghiaccio marino sopra la Groenlandia si è staccato e si è allontanato dalla costa spinto dai venti. Conseguenze “gravi” potrebbero esserci ora per la fauna locale e in particolare per l'orso bianco, che sul ghiaccio marino caccia, anche se il rischio si potrà valutare solo nella primavera prossima. Conseguenze gravi potrebbero esserci, però, anche per tutti noi, dal momento che questa preoccupante notizia ci riguarda personalmente, anche se indirettamente, poiché, se anche quella che, almeno fino a poco tempo fa, era considerata come l’ultima area di ghiaccio si sta sciogliendo, gli effetti del riscaldamento climatico diventano sempre più visibili e sempre più sconcertanti.

Contro il cambiamento molto si dice e qualcosa si fa, forse però ancora non quanto si dovrebbe realmente. Ma qualcosa si muove da tempo. Una nuova proposta di legge ad esempio, che se restasse così com’è rappresenterebbe una delle normative più stringenti a livello mondiale decise da una singola città, prevederebbe l’obbligo per i palazzi di New York della riduzione del loro uso di energia del 20% entro il 2030 e addirittura del 60% entro il 2050. Gli edifici della città della Grande Mela, in particolare quelli di lusso, sono infatti la maggiore fonte di biossido di carbonio dell’area e si prevede che una possibile riduzione dell’uso di energia, insieme all'aumento dell’utilizzo delle energie rinnovabili, potrebbe ridurre le emissioni della città dell’80%. Dai grattacieli, ai data center, alle case: 90 giga-tonnellate di CO2 in meno e 1°C di aumento della temperatura globale che oggi dipendono, inoltre, dai condizionatori d’aria, da una parte portatori di benessere momentaneo, ma veri e propri killer dell’ambiente. E la quantità di energia usata a tale scopo cresce anno dopo anno. Effetto collaterale del riscaldamento globale, che in molti ancora follemente negano, ma che è ormai una realtà suffragata dai fatti: entro il 2060 , infatti, la domanda energetica per il raffreddamento supererà quella per il riscaldamento. C’è il rischio di un circolo vizioso: vogliamo “rinfrescarci” e, paradossalmente, ci “riscaldiamo” ancora di più.

Per avere un impatto reale sul cambiamento climatico ci si deve muovere, però , fin dalle fondamenta, che si parli di singole abitazioni, grandi città o di industrie in generale perché l’inquinamento, oltre ad incidere sul nostro clima, può, lo dicono studi svolti in molti paesi del mondo, ridurre di oltre un anno l’aspettativa di vita. Dopotutto che respirare aria inquinata non facesse di certo bene alla salute non è un segreto. Uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology Letters, ha stimato, però, l’impatto dell’inquinamento sulla nostra aspettativa di vita prendendo in esame i livelli di polveri sottili in 185 Paesi del mondo. Per calcolare l'impatto dell’inquinamento sull’aspettativa di vita, i ricercatori hanno precisamente analizzato le concentrazioni di PM 2.5, particelle fini - emesse ad esempio da centrali elettriche, fabbriche, automobili e incendi - che possono penetrare nei polmoni, e che sono associate all’aumento del rischio di attacchi cardiaci, ictus, malattie respiratorie e cancro. Secondo i risultati di tale ricerca il particolato può togliere in media quasi due anni di vita in Egitto e in Niger, circa un anno e mezzo in India, Pakistan e Arabia Saudita, 16 mesi in Burkina Faso e 15 mesi in Cina. Come ne esce invece il nostro Paese? Male.

In Italia, secondo i dati, le polveri sottili rubano circa 4 mesi di vita. L’Italia si attesta, inoltre, come maglia nera in Europa per numero di morti l’anno a causa dell’inquinamento secondo il rapporto “La sfida della qualità dell'aria nelle città italiane” presentato al Senato dalla Fondazione sviluppo sostenibile “think tank”. La zona più inquinata in assoluto dalle PM 2.5 è la Pianura Padana, soprattutto intorno a Milano e fra Venezia e Padova. Poi Napoli, Taranto, la Sicilia sudorientale, Frosinone, Benevento, Roma e la valle dell’Arno. Agire sui livelli d'inquinamento per diminuirli avrebbe, quindi, effetti importanti sia per la nostra salute sia per il nostro Pianeta. A partire dalla necessità di una strategia nazionale della qualità dell’aria, lo studio qui citato propone diverse misure per ridurre lo smog e la criticità maggiore individuata che corrisponde, oggi, alla problematica della gestione delle politiche antismog oggi affidate soprattutto ai Comuni, che, però, possono intervenire solo sul 40% delle fonti di inquinamento mentre servirebbe, anche a mio avviso, una governance ambientale nazionale per aiutare gli enti locali. Bisognerebbe puntare , inoltre, non solo alla riduzione della sola CO2, come è stato finora, ma di tutti gli inquinanti, non dimenticando, poi, un’ adeguata prevenzione poiché, quando scoppia un’emergenza, diventa ormai troppo tardi, se non impossibile, intervenire. Altri punti del decalogo sono: la riduzione del numero delle auto private, gli investimenti sul trasporto pubblico urbano, l'aumento dei mezzi elettrici e ibridi, il rinnovo degli impianti di riscaldamento, una migliore gestione delle biomasse, la riduzione delle emissioni di ammoniaca dall’agricoltura (magari attraverso tecniche per ridurre l'azoto nei terreni e la creazione di mangimi speciali che taglino la produzione del metano dagli allevamenti), infine, per quanto riguarda l’industria, occorrono limiti più severi per le emissioni di zolfo e composti organici volatili. Nonostante il fatto che l’inquinamento atmosferico si sia ridotto sensibilmente negli ultimi quarant’anni, l’Italia rimane il Paese europeo, purtroppo, con l’aria più inquinata. C’è ancora quindi molto da fare, prima che sia troppo tardi. 

Giovanni Bozzetti