Giovannibozzetti.net Rss http://www.giovannibozzetti.net/ Giovanni Bozzetti - Presidente del Consiglio di Amministrazione Ambienthesis S.p.A. it-it Mon, 15 Jul 2019 18:56:39 +0000 Fri, 10 Oct 2014 00:00:00 +0000 http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss Vida Feed 2.0 info@giovannibozzetti.it (Giovanni Bozzetti) info@giovannibozzetti.it (Giovanni Bozzetti) Archivio http://www.giovannibozzetti.net/vida/foto/sfondo.jpg Giovannibozzetti.net Rss http://www.giovannibozzetti.net/ L’avvento della moda green, un modo tutto nuovo di concepire lo stile http://www.giovannibozzetti.net/post/496/1/l-avvento-della-moda-green-un-modo-tutto-nuovo-di-concepire-lo-stile

Anche se si stenta a crederlo, l'industria tessile è la seconda più inquinante al mondo. In un'era in cui si ricerca una risposta eco-sostenibile alle necessità che caratterizzano la vita di tutti i giorni, la moda mira a ritagliarsi un posto di tutto rispetto nel panorama delle aziende green.

Rendere sostenibile il settore della moda non è cosa da nulla: si va incontro a due grandi problematiche che da sempre caratterizzano il mercato dello stile. Gli indumenti che compriamo sono altamente deteriorabili e ciò crea un primo ovvio problema di smaltimento dei materiali. E il deterioramento porta, inevitabilmente, all’aumento della domanda e al susseguente incremento della produzione.

Questo tragico elementare gioco di domanda ed offerta sta raddoppiando negli anni l'energia prodotta nella creazione di indumenti. Ciò che infatti concorre ad aumentare l’inquinamento non è solo l'utilizzo o il mancato riciclo degli articoli che consumiamo ma l'energia e le materie prime che impieghiamo nel produrli.

Per realizzare, ad esempio, una T-shirt di cotone vengono utilizzati 2.700 litri d'acqua e prodotti 10 chili di CO2. A cui devono essere necessariamente aggiunti imballaggio e trasporto. Si stima che nel 2030 (in seguito ad un incremento previsto del consumo dell'abbigliamento pari al 65%) ci sarà un aumento del 49% dell'utilizzo di acqua e di agenti chimici, il 63% di emissioni in più e una produzione di rifiuti più alta in generale del 61%.

Sempre maggiori sono le società che cercano di abbattere lo sfruttamento delle risorse nella produzione di indumenti. Tante le startup nate con questo obiettivo, in aumento le grandi aziende che puntano a certificazioni green. H&M ha stabilito una drastica riduzione delle emissioni di CO2 a partire dal 2030 e fissato nel 2040 l’”anno di non ritorno” per diventare climate positive attraverso l’utilizzo di cotone biologico e materiale riciclato.

Il gruppo Kering (che annovera al suo interno tra gli altri Gucci, Saint Laurent, Bottega Veneta) ha stabilito il 2025 come obiettivo per la riduzione del 40% di emissioni di gas serra e, dal 2013, ha al suo interno un laboratorio nel quale lavora alla sperimentazione di più di 3000 tessuti innovativi. Il gruppo LVMH (con nomi come Louis Vuitton, Dior, Celine, Fendi) si sta concentrando sul packaging (il confezionamento di un prodotto, un enorme spreco dal punto di vista ambientale. La sua caratteristica principale è essere usa e getta!), che è stato ridotto del 60% nelle sue misure per molti prodotti del gruppo.

Sono nate poi Ong che sostengono e finanziano le nuove startup ecosostenibili. Una di queste è la Fashion for Good (Amsterdam), che, vantando collaborazioni con grandi marchi quali Adidas, Kering e Group Lafayette, supporta le giovani iniziative e propone le innovazioni che ne nascono ai propri collaboratori. Fashion for Good assolve anche ad un fondamentale compito di educazione al consumo, conducendo il cliente attraverso un percorso di conoscenza che mostra quanto viene impiegato, in termini ambientali, nella costituzione di un capo di abbigliamento. Fornisce, infine, un vademecum di comportamenti da adottare per diventare eco-friendly.

Anche il brand Stella McCartney fa sentire decisamente la sua voce portando la nuova brezza culturale all’ingresso di una parata di un collettivo studentesco di Milano. “We are the weather” il monito adottato dalla manifestazione in cui hanno sfilato 36 nuove composizioni della stilista, realizzate con cotone organico, viscosa sostenibile, nylon e poliestere riciclato. L’obiettivo è quello di creare una circular economy anche nella moda con il 64% dei capi ricavati da materiali riciclati.

Al coltempo in Italia, in occasione della manifestazione Pitti Immagine Uomo 96, sono state presentate 5 capsule collection sostenibili. Con il progetto “The Times In NowIED, il Consorzio Italiano Implementazione Detox e Greenpeace Italia hanno portato la moda ecosostenibile fra gli alti ranghi del glamour.

Educazione ed ecosostenibilità insieme in un progetto che mira a cambiare il futuro investendo nella formazione di una nuova generazione di stilisti e designer ecologicamente consapevoli. “Formare i progettisti della moda del futuro con competenza e passione è da sempre la nostra missione", ha dichiarato Sara Azzone, Direttrice IED Moda Milano. "The Time Is Now! è un lavoro corale di studenti provenienti da vari paesi e da sedi diverse di IED che cercano, attraverso le loro progettazioni, di proporre un loro punto di vista alla moda del futuro", continua Paola Pattacini, Direttrice IED Moda Roma.

Come non citare anche la Camera Nazionale della Moda Italiana, fortemente impegnata nella ricerca di best pratices volte a perseguire i principi dell’economia circolare quali, in particolare, le iniziative dei Green Carpet Awards e della Round Table ecosostenibile.

Rubando il pensiero a un grande uomo di un passato recente, Nelson Mandela, l'educazione è l'arma più potente che si può usare per cambiare il mondo.

Giovanni Bozzetti

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Mon, 15 Jul 2019 18:56:39 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/496/1/l-avvento-della-moda-green-un-modo-tutto-nuovo-di-concepire-lo-stile giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Le vie della plastica, falle e criticità di un sistema di riciclo da rivedere http://www.giovannibozzetti.net/post/495/1/le-vie-della-plastica-falle-e-criticita-di-un-sistema-di-riciclo-da-rivedere

È stato necessario un bando cinese per far emergere le numerose falle e criticità della sistema dello smaltimento dei rifiuti di origine plastica, oggi fondamentale tassello del modello di consumo a livello globale. Nell’estate 2017, il governo di Pechino ha notificato all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc-Wto) che da gennaio 2018 avrebbe vietato l’importazione di 24 tipologie di materiali da riciclare, tra cui la plastica. Un bando di importazione che ad un anno di distanza rischia di portare al collasso il sistema di trattamento rifiuti occidentale già stremato dalla carenza di impianti. Dati Eurostat alla mano, infatti, sia nel 2016 che nel 2017, di tutti gli scarti plastici spediti fuori dall’Europa, il 42% circa è stato destinato al mercato cinese, per un valore economico di 6,4 milioni di euro e 7,8 milioni di euro rispettivamente nel 2016 e nel 2017. Nonostante poi nel 2018 le esportazioni mondiali siano nettamente calate fino a raggiungere la metà dei volumi registrati nel 2016, nuovi Paesi, principalmente del Sud-est asiatico e non dotati di regolamentazioni ambientali rigorose, sono diventati le principali destinazioni dei rifiuti occidentali: Malesia, Turchia, Vietnam, Thailandia e Yemen. Finiscono anche qui i nostri rifiuti di plastica, lungo le nuove rotte commerciali che si sono aperte dopo il bando cinese all’importazione di questi scarti. Le nuove rotte globali legate al commercio di materie plastiche (riconducibili al codice doganale 3915) portano quindi a Paesi dotati di regolamentazioni ambientali meno rigorose di quella europea, nonostante il Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio del 14 giugno 2006, n.1013 stabilisca invece che i rifiuti che escono dall’Europa possono però essere esportati solo in Paesi in cui saranno trattati secondo norme equivalenti a quelle europee in merito al rispetto dell’ambiente e della salute umana. Per il Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Roberto Pennisi, “non si deve dimenticare che prima di esportare un rifiuto lo si deve sottoporre a un dato trattamento, e soprattutto si deve avere contezza del tipo di trattamento cui sarà sottoposto una volta giunto nel Paese di esportazione. In assenza di questi due requisiti, qualunque esportazione è da considerarsi illegale”.

Lo scorso anno, nonostante le circa 2 milioni di tonnellate di rifiuti plastici raccolte attraverso la raccolta differenziata, l’Italia si è collocata all’undicesimo posto tra gli esportatori di rifiuti in plastica in tutto il mondo, con un quantitativo di poco inferiore alle 200 mila tonnellate, pari a 445 Boeing 747 a pieno carico, passeggeri compresi. Tra le principali destinazioni dei rifiuti italiani resta europeo il podio degli Stati che importano gli scarti della nostra plastica, con Austria (20%), Germania (13,5%) e Spagna (9%) che in totale importano il 42,5% degli scarti plastici italiani, seguono Slovenia e Romania, (Stati entrati da poco nell’Unione, dove probabilmente i controlli sono meno accurati e si rischia di privilegiare l’interesse economico al rispetto della legalità, dell’ambiente e della salute umana). Nel corso del 2018, dopo il bando cinese, anche per il nostro Paese si sono aperte però nuove rotte commerciali extra-europee. Oggi i nostri rifiuti in plastica vengono esportati verso Malesia (nel 2018 le importazioni sono aumentate del 195,4 per cento rispetto al 2017), Turchia (+191,5 per cento rispetto al 2017), Vietnam, Thailandia e Yemen. Paesi non dotati di un sistema di recupero e riciclo efficiente come ha spiegato Greenpeace all’interno del rapporto “Le rotte globali, e italiane, dei rifiuti in plastica” diffuso da poche settimane per ripercorrere le rotte della nostra spazzatura e testimoniare oggi quanto ancora sia difficile fare i conti con l’altra faccia dei nostri consumi. Ci si trova così troppo spesso a gestire un’eccedenza di rifiuti plastici che fanno fatica ad essere collocati sul mercato. Non sorprende, ma rammarica, sentire così spesso quindi notizie che riportano sia interruzioni che problematiche nei sistemi locali di raccolta, riciclo e gestione dei rifiuti. Senza sottovalutare il recente e crescente fenomeno criminoso italiano dei roghi di depositi di rifiuti, principalmente in plastica, molto spesso riconducibile all’eccedenza di tali materiali.

Aumentare la percentuale di raccolta differenziata è importante, ma senza un numero adeguato di impianti industriali per gestire in seguito i rifiuti raccolti il problema non può risolversi: l’Italia è carente di impianti di recupero e riciclo, e non solo. Come documenta l’ultimo report di Assoambiente mancano all’appello, infatti, anche gli impianti per il recupero di materia come per quello di energia per termovalorizzazione, fino ad arrivare a quelli necessari per lo smaltimento finale.

Purtroppo anche i paesi più virtuosi nei processi di riduzione e recupero di prodotti a base di plastica si scontrano con la necessità di conferire a incenerimento o discarica una buona parte di questo materiale.

Riciclare non è infatti l’unica soluzione possibile, ma sono necessari interventi, che della plastica ne riducano la produzione, soprattutto per quella frazione di prodotto spesso inutile e superflua rappresentata dall’usa e getta che oggi costituisce il 40 per cento della produzione globale di plastica. Due linee d’azione che si completano l’un l’altra come mostra la direttiva contro alcuni prodotti in plastica monouso approvata dall’Ue, che al contempo obbliga ad incrementare l’uso di plastica riciclata: una linea d’azione pragmatica che per funzionare dovrebbe però poter contare anche sui giusti incentivi economici. Nelle scorse settimane a tal riguardo le imprese di filiera italiane hanno proposto alla istituzioni italiane introdurre un credito d’imposta per le imprese che utilizzano almeno il 30% di plastica riciclata nei propri prodotti, con premialità crescente in base al livello di difficoltà. Ad oggi però, a riguardo, lo stallo è totale.

Giovanni Bozzetti

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Mon, 8 Jul 2019 18:47:47 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/495/1/le-vie-della-plastica-falle-e-criticita-di-un-sistema-di-riciclo-da-rivedere giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Dall’Antartide a Milano, le iniziative per sensibilizzare sulla plastica monouso http://www.giovannibozzetti.net/post/494/1/dall-antartide-a-milano-le-iniziative-per-sensibilizzare-sulla-plastica-monouso

L’anno che è da poco iniziato sarà ricordato come quello in cui la lotta alla plastica accelererà, dall’Italia, al resto del mondo. Dal primo gennaio 2019 nel nostro Paese, il primo nell’Unione europea a bandirli, è di fatto vietato vendere Cotton fioc non biodegradabili e compostabili. Continua così la lotta all’inquinamento da plastica iniziata già nel 2011 con il bando ai sacchetti per la spesa non biodegradabili, e proseguita nel 2018 ai sacchetti per l’ortofrutta. Dal primo gennaio 2020 al bando finiranno anche le microplastiche nei prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergente. Si tratta di minuscoli granelli di plastica che finiscono nei fiumi e nei mari, vengono mangiati dagli animali che lì vivono e, attraverso la catena alimentare, finiscono sulle nostre tavole. Dal 2021, poi, l’Unione europea ha deciso che saranno vietati un serie di oggetti in plastica usa e getta non biodegradabile: posate e piatti, cannucce, contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso, bastoncini di cotone per i prodotti dell'igiene tipo cotton fioc, bastoncini per palloncini e prodotti in plastica oxo-degradabile. Quella contro la plastica, con i danni disastrosi che produce all’ambiente, in particolare a quello marino, è una battaglia epocale ed è solo iniziata, ma ha già dato i primi incoraggianti risultati e promette di diventare una causa che vede i governi e la sensibilità dei cittadini dalla stessa parte. Parliamo di un consumo che, secondo l’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente (Epa) si aggira intorno ai 100mila sacchetti all’anno solo in Europa, di cui una parte finisce in mare e lungo le coste. La Commissione europea ha fatto sapere di essere al lavoro per introdurre nel giro dei prossimi mesi una tassa comunitaria sulla plastica e, nel frattempo, ha varato la nuova strategia per ridurre l’uso di questo materiale: entro il 2030, tutti gli imballaggi di plastica dovranno poter essere riutilizzati o riciclati e l'utilizzo delle microplastiche dovrà essere drasticamente ridotto. Senza aspettare la data ultima per il ritiro dal mercato di certi prodotti il nostro Paese vuole mantenersi all’avanguardia sulle plastiche e già ultimamente sui giornali si susseguono notizie riferite a tante e diverse iniziative a sostegno della riduzione di plastiche monouso sia in Italia sia fuori, addirittura a centinaia di km dalle nostre terre e mari.

L'inquinamento microplastico nei fiumi e negli oceani è, infatti, ormai noto ma un recente studio, pubblicato su Nature Communications, ha mostrato per primo come la microplastica stia finendo oggi in zone remote del mondo, come l’Antartide, non solo portate dall’uomo ma anche dal vento. Ed è proprio in quella zona che la stazione italiana “Mario Zucchelli” è diventata un modello "virtuoso" di gestione dei rifiuti, grazie ad un sistema che permette di differenziare, classificare e riutilizzare i rifiuti prodotti basandosi sulla raccolta differenziata di plastica, vetro, cartone, rame, acciaio e residui organici. Lo smaltimento, poi, avviene in Italia ogni 2 anni grazie ad una nave messa a disposizione dal Programma Nazionale di Ricerche in Antartiche (PNRA). Per tutelare l’ecosistema antartico è nato così un modello di gestione dei rifiuti all’avanguardia e, soprattutto, replicabile in tutti i centri di ricerca che producono rifiuti urbani e/o speciali. Ritornando nel nostro Paese, poi, primeggia la Puglia come prima regione italiana, e con due anni di anticipo rispetto alla direttiva europea, a vietare l’introduzione di stoviglie, cannucce e sacchetti in plastica sulle spiagge già dalla stagione 2019. Un piccolo grande passo nella lotta contro il marine litter e le tonnellate di rifiuti non biodegradabili che finiscono nei nostri mari, nonché un risultato prezioso per l’equilibrio futuro del nostro ambiente marino. La decisione pugliese va ad aggiungersi ad altre virtuose realtà italiane come la decisione dell’Isola di Ischia e delle Isole Tremiti “al fine di minimizzare l’utilizzo di manufatti in plastica ad uso alimentare in vista della massima riduzione della produzione dei rifiuti, delle emissioni inquinanti e della contaminazione  ambientale” di vietare su tutti i territori comunali l’uso, la detenzione, la commercializzazione e l’importazione di manufatti monouso ad uso alimentare in plastica per rendere le due isole totalmente plastic free. Buoni propositi che si spera vengano seguiti ora da comportamenti corretti da parte sia dei cittadini sia dei turisti, e da adeguati controlli affinché tale ordinanza sia rispettata e questo possa essere un ulteriore passo verso un pianeta più Green ed un mare finalmente libero dai rifiuti. Dal Sud, al Centro fino al Nord Italia la sfida alla plastica monouso continua. In particolare a Milano intanto, qualche settimana fa, è stato lanciato il progetto “plastic free” al fine di sensibilizzare negozianti e ristoratori (si parla potenzialmente di circa 200 esercizi commerciali), affinché rinuncino agli articoli in plastica monouso: piatti, bicchieri, posate, cannucce, sacchetti, bottiglie. I volontari di Legambiente, insieme ad ogni esercente, analizzano la tipologia e i consumi di plastica all’interno di ogni singola attività e propongono così in alternativa l’adozione di prodotti capaci di assolvere al medesimo uso, ma più rispettosi dell’ambiente. Tutti sono chiamati ad accettare questa “sfida” per cui si intravede la possibilità futura di vedere ridotta la tassa sui rifiuti per tutti quei commercianti che prenderanno parte alla campagna Milano plastic free.

L’Italia è il secondo paese europeo produttore di plastica (con circa 6 milioni di tonnellate di prodotti in plastica immessi ogni anno nel mercato) e se per anni si è pensato che il destino di questo materiale dipendesse solamente dalla buona organizzazione di raccolta e separazione dei rifiuti, oggi è chiaro che gli sforzi passati non bastano e che bisogna concentrarsi anche sulla riduzione dell'usa-e-getta e sulla sostituzione delle plastiche a perdere con materiali alternativi. Contrastare tale impatto ambientale rappresenta, pertanto, una priorità per la nostra comunità, individuando innanzitutto soluzioni efficaci e innovative mirate alla riduzione dei rifiuti, in particolare attraverso la loro prevenzione. A tal riguardo cito, ad esempio, il nuovo bando 2019 della Fondazione Cariplo “Plastic challenge” (con scadenza il 23 luglio) volto a sostenere nuove iniziative finalizzate alla riduzione dei rifiuti in plastica monouso al fine di agire sul cambiamento dei modelli di consumo e delle abitudini di acquisto da parte di cittadini, pubbliche amministrazioni e imprese, e sulla valorizzazione delle filiere di riuso, recupero e riciclo. Sensibilizzare oggi è fondamentale affinché si cambino le abitudini dei consumatori già domani.  

Giovanni Bozzetti

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Fri, 7 Jun 2019 18:34:07 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/494/1/dall-antartide-a-milano-le-iniziative-per-sensibilizzare-sulla-plastica-monouso giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Biometano, opportunità Green per l’ambiente e per la crescita del Paese http://www.giovannibozzetti.net/post/493/1/biometano-opportunita-green-per-l-ambiente-e-per-la-crescita-del-paese

Crescono in Italia gli impianti in grado di produrre Biometano da FORSU, la cosiddetta “Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano” che non è altro che il materiale raccolto dalla raccolta differenziata dell’organico, altrimenti detto umido, come i residui di cibo o le preparazioni alimentari e frazioni assimilabili, come carta per alimenti sporca di residui alimentari. Presentandosi come un’importante risorsa rinnovabile e naturale questo biocarburante avanzato entra così nel grande campo dell’economia circolare attraverso un ciclo virtuoso grazie al quale i rifiuti organici differenziati nelle case torneranno al servizio della comunità sotto forma di gas che, una volta immesso in rete, potrà alimentare anche il trasporto a metano pubblico e privato, aiutando quindi un settore sempre più esposto al tema delle emissioni di anidride carbonica.

Abbattere l’uso dei combustibili fossili per alleviare la dipendenza dell’economia da petrolio e gas, ma soprattutto per tagliare le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, è una delle direzioni che alcune aziende stanno portando oggi avanti in Italia. Gli impianti di digestione anaerobica presenti in Italia trattano oggi circa 2 milioni di tonnellate di rifiuti organici e sono localizzati quasi esclusivamente nel nord Italia, ma il settore è in fermento e le cose stanno cambiando. Entrato in funzione a giugno 2017 il primo impianto deputato alla produzione di biometano esclusivamente dal trattamento dei rifiuti organici della raccolta differenziata urbana e all’immissione di biometano nella rete di trasporto nazionale è stato quello di Bergamo, un moderno impianto oggi in grado di produrre circa 32 milioni di standard metri cubi, cioè l’equivalente quantitativo di carburante necessario ad automobili a metano per percorrere circa 640 milioni di chilometri.  Nelle scorse settimane è stato inaugurato, poi, il primo impianto di biometano del Centro-Sud Italia connesso alla rete nazionale del gas naturale per gli usi industriali, residenziali e per l’autotrazione. L’impianto di Rende in Calabria è in grado di trasformare 40.000 tonnellate annue di rifiuti organici da raccolta differenziata in 4,5 milioni di metri cubi di biometano annui. Il primo distributore di biometano italiano si trova invece a Vittorio Veneto, utilizzato per alimentare l’intera flotta della società locale di raccolta dei rifiuti urbani ed in grado di coprire oltre l’80% dei km percorsi per la raccolta dell’organico stesso, ovvero  circa 1,1 milioni di km all’anno, con un risparmio in termini di semplice acquisto di carburante di oltre 300.000 euro.

All’indomani dell’emanazione del Decreto interministeriale 2 marzo 2018, recante la promozione dell’uso del biometano nel settore dei trasporti, si è aperta così una nuova opportunità per gli operatori del settore per valorizzare la frazione organica da rifiuti solidi urbani: viene, infatti, incentivato l’utilizzo della componente umida proveniente dai cicli urbani per la produzione di biometano e altri biocarburanti avanzati nel settore dei trasporti, a opera del Gestore dei Servizi Energetici, in linea con quanto previsto dalle Direttive UE sulla promozione dell’energia da fonte rinnovabile. Il decreto per la promozione dell’uso del biometano nel settore dei trasporti in vigore da quest’anno ha messo, infatti, in bilancio 4,7 miliardi di euro fino al 2022 per i nuovi impianti per la produzione di biometano e biocarburanti da rifiuti. L’approvazione del decreto e le conseguenti agevolazioni per le imprese a forte consumo di gas naturale hanno così attirato l’attenzione su questo tema. Nella conferenza nazionale di Legambiente, svoltasi l’11 Ottobre a Bologna, si[1]  è parlato, ad esempio, proprio di questo facendo il punto sulla situazione attuale e sulle possibilità che si possono attendere dal futuro. In Italia oggi il gas[2] [3]  naturale ricopre un ruolo rilevante con il 34,6% di contributo al consumo interno lordo: 70.914 milioni di metri cubi distribuiti principalmente tra il settore residenziale (con il 40,7% dei consumi), industriale (20,4%) e quello dei trasporti (1,5%). La sola produzione di biometano da utilizzare nel settore agricolo potrebbe, però, coprire il 12% dei consumi attuali di gas in Italia. Motivo già per cui questo carburante nato dagli scarti potrebbe diventare il migliore combustibile a disposizione oggi di un Paese che vuole crescere e risparmiare milioni di euro sull’importazione energetica. Non è da sottovalutare, inoltre, l’importante funzione del biometano di evitare l’immissione di gas serra di almeno il 75% rispetto a quelle dei combustibili fossili, caratteristica che permette così di dare un contributo fondamentale all'obiettivo di contenimento del surriscaldamento del pianeta entro 1,5 gradi centigradi fissato dal Paris Agreement. L’intero processo, oltre alla produzione di energia verde, permette anche di avere come risultato finale il “digestato”, ossia un concentrato naturale di carbonio e nutrienti che, se stoccato nel suolo, può andare a sostituire i fertilizzanti chimici ed in questo modo ridare fertilità anche a quei suoli impoveriti dall'agricoltura intensiva [4] favorendo al contempo un profondo cambiamento dell’agricoltura verso una rivoluzione agroecologica e lo sviluppo di un’agricoltura “carbon negative”.

A fronte di tutto questo gli impianti di digestione anaerobica presenti in Italia sono, ad oggi, localizzati quasi esclusivamente nel nord Italia. Necessario sarebbe ora incrementare l’impiantistica anche delle regioni del centro sud, dove la frazione organica dei rifiuti arriva a costituire anche il 30-40% dei rifiuti urbani prodotti. Senza dimenticare che il biocombustibile prodotto è una grande opportunità economica per i territori, anche a proposito della creazione di nuovi posti lavorativi. Le prospettive del settore sono, infatti, di crescita, con un ritmo di 5/7 % l’anno. La crescita riguarda innanzitutto la quantità di raccolta differenziata, che rende necessaria la costruzione di nuovi impianti, che a loro volta fanno aumentare l’occupazione del settore. Considerando, poi, un aumento della raccolta differenziata dei rifiuti organici di due milioni di tonnellate da qui al 2025 è previsto anche un aumento dei posti di lavoro di circa 2/3 mila unità, comprendendo tutto l’indotto.

La rivoluzione in corso del “biowaste” è un fenomeno che promette, quindi, di coinvolgere tutto il Paese, da Nord a Sud, grazie anche all’approvazione del nuovo pacchetto di direttive europee sull’economia circolare. Un cambio di rotta necessario al fine di valorizzare a pieno il rifiuto organico in Italia e di accelerare il percorso verso modelli di consumo più sostenibili. Al contempo e’ essenziale però che il tema caldissimo dell’end-of-waste venga finalmente implementato da tutti gli attori coinvolti affinché questa rivoluzione possa realmente diventare realtà nella sua totalità. In attesa di autorizzazioni ministeriali intanto è notizia che la Provincia di Milano, proprio in questi giorni, stia sbloccando tale situazione autorizzando gli impianti di produzione di metano dagli scarti. La motivazione data dalla Provincia è semplice: “il metano è già regolato da decenni di norme dettagliatissime, e quello estratto dalla fermentazione dei rifiuti non è diverso dal metano estratto dalla fermentazione avvenuta nelle profondità dei giacimenti. Il metano è un prodotto, non un rifiuto.”

Giovanni Bozzetti

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Wed, 22 May 2019 17:45:27 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/493/1/biometano-opportunita-green-per-l-ambiente-e-per-la-crescita-del-paese giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Economia circolare in edilizia, opportunità e sviluppo per l’Italia e per l’UE http://www.giovannibozzetti.net/post/492/1/economia-circolare-in-edilizia-opportunita-e-sviluppo-per-l-italia-e-per-l-ue

Ogni azione compiuta oggi verso l’economia circolare, oltre ad essere sostenibile ambientalmente e socialmente, nonché un fattore di competitività determinante e distintivo per le aziende, può soprattutto generare valore economico e contribuire, inoltre, al contenimento dei cambiamenti climatici. Questo discorso generale vale ancora di più quando ci si riferisce, ad esempio, alla filiera del cemento e del calcestruzzo in cui, ancor più, l’attuazione di azioni volte al recupero di materia, al recupero energetico, all'ottimizzazione dei processi produttivi e al dialogo con i territori, diventano fondamentali per realizzare un virtuoso modello economico circolare. Come si evince dalla recenti ricerche sul tema, anche la filiera produttiva del cemento italiano, con 19 aziende cementiere e 57 impianti produttivi, sta diventando parte attiva nella transizione all’economia circolare, specialmente grazie ad un aumento dei tassi di sostituzione di combustibili fossili e materie prime naturali a favore di un crescente recupero di rifiuti urbani e industriali e del riutilizzo di materiali di scarto, provenienti da altri cicli produttivi e da demolizioni. Nel solo 2017 sono stati così recuperati oltre 1,84 milioni di tonnellate di materie prime residuali, derivanti da altri processi industriali, un tasso di sostituzione di materie prime naturali che si attesta nel nostro Paese al 7,4%, superiore alla media UE del 4,4%.

Grazie poi ai continui investimenti delle aziende del settore ed alla collaborazione con le Università, cemento e calcestruzzo hanno abbracciato anche nel nostro Paese un percorso di innovazione diventando sempre più elementi tecnologicamente indispensabili per la “building community” grazie ad un’infinita qualità di applicazioni ed un’indiscutibile modernità. Si parla oggi in Italia, ad esempio, di calcestruzzo drenante, calcestruzzo auto-riparante, calcestruzzo mangia smog, calcestruzzo rinforzante (jacketing), calcestruzzo fotoluminescente, calcestruzzo galleggiante e marino. Così, grazie a sostanze come il biossido di titanio, o il niobato di litio o l'ossido di zinco, si riescono ad abbattere gli inquinanti atmosferici che finiscono degradati attraverso una reazione alla luce che produce infine sostanze innocue sia per le strutture sia per l'ambiente, che vengono lavate via dall'acqua piovana, caratteristica questa che rende, ad esempio, questo particolare tipo di calcestruzzo speciale “autopulente" ed adatto ad applicazioni in galleria grazie a minori costi di manutenzione futura. Il calcestruzzo, materiale con quasi duemila anni di storia, continua così a rinnovarsi per adattarsi alle nuove esigenze costruttive, alla crescente digitalizzazione che sta prendendo piede anche nelle costruzioni (ne è un esempio quello realizzato tramite stampa 3D), grazie agli sforzi di un’industria che continua a investire, soprattutto oggi, nelle buone pratiche dell'economia circolare. I passi avanti compiuti sul fronte della produzione del materiale consentono, infatti, di utilizzare materie prime secondarie, in sostituzione o aggiunta rispetto alle materie prime naturali. In questo senso, possono essere utilizzati aggregati riciclati o industriali, come sabbie, ghiaie provenienti dalla frantumazione di materiali da costruzione, scorie di acciaieria o materiali riciclati da scarti della plastica o della gomma. Inoltre, a fine vita, il calcestruzzo stesso può essere a sua volta riciclato per produrre nuovi aggregati utilizzabili per produrre nuovo calcestruzzo o destinati ad altre tipologie costruttive come i rilevati stradali. Nel nostro Paese si presentano, però, ancora grossi problemi quando si tratta di autorizzazioni per l’uso dei materiali e così l’edilizia, che ha il più grosso flusso di rifiuti, non trova adeguata possibilità di vederne la valorizzazione. Eppure ci riferiamo ad un settore che ha una grande abbondanza di materie prime e quindi più facilità di scarto. Per migliorare questa situazione, e rendere davvero attuativa l’economia circolare anche nel settore edile, potrebbe essere importante a questo punto una maggiore spinta pubblica al fine di innescare azioni a carattere collettivo.

Il tema dell’economia circolare in edilizia risulta di stretta attualità anche tra gli altri Stati membri. A tal riguardo la Direttiva europea 98/2008/CE, Direttiva Quadro sui Rifiuti, ha introdotto di recente un target di recupero dei rifiuti inerti pari al 70% da raggiungere entro il 2020. Una novità questa che potrebbe determinare a livello potenziale una svolta decisiva nel settore del riciclo dei rifiuti da costruzione e demolizione, oggi trascurato, preferendo conferire in discarica per questioni di costo e complessità normativa. Proprio in queste settimane la Commissione Europea ha, inoltre, presentato al Parlamento UE un report sull’attuazione del piano d’azione per la circular economy, evidenziando che la circolarità ha creato nuove opportunità commerciali, ha dato origine a nuovi modelli commerciali e sviluppato nuovi mercati. A fronte d’investimenti per un valore di circa 17,5 miliardi di euro nel 2016 attività circolari come la riparazione, il riutilizzo o il riciclo hanno generato un valore aggiunto di quasi 147 miliardi di euro. Il riciclo dei rifiuti urbani (con riferimento al periodo 2008-2016) risulta poi aumentato come in miglioramento continuo è il contributo dei materiali riciclati alla domanda complessiva europea. Tuttavia, in media, i materiali riciclati soddisfano, ad oggi, meno del 12% della domanda complessiva di materiali dell’UE. Il settore delle costruzioni pone oggi, quindi, grandi possibilità di sviluppo in tema di riuso e riciclo dei materiali esistenti negli edifici. Ma occorre impiegarli e farlo bene.

Giovanni Bozzetti

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Wed, 15 May 2019 19:50:45 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/492/1/economia-circolare-in-edilizia-opportunita-e-sviluppo-per-l-italia-e-per-l-ue giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
RECO’ festival e Commissione europea, insieme per l’Economia circolare http://www.giovannibozzetti.net/post/491/1/reco-festival-e-commissione-europea-insieme-per-l-economia-circolare

A fine marzo, precisamente tra il 21 ed il 24, è andato in scena in Toscana il festival Recò. Un evento che ha portato a Prato il dibattito sull’Economia Circolare, proponendo “un nuovo modo di pensare l’economia, una nuova maniera di immaginare prodotti e processi di produzione virtuosi, poco impattanti, equi e ad alto valore sociale e territoriale”. Il festival “Recò” è stato realizzato al fine di conoscere ed interagire con le migliori pratiche nell’ambito della sostenibilità a favore di un sistema economico pensato appositamente per potersi rigenerare da solo.

Come dimostrava lo scorso anno la ricerca di Symbola dal titolo “100 Italian Circular Economy Stories” l’economia circolare, impattando su numerose dinamiche, è già una realtà nel nostro Paese. Tuttavia, anche dal basso si può fare qualcosa partendo magari dalle buone prassi esistenti nei territori. Non sorprende, quindi, che durante l’evento sia stato firmato anche un protocollo d’intesa per la realizzazione di un centro di innovazione dedicato ad attrarre investimenti sul territorio con i quali creare start up ad alto impatto sociale ed ambientale ispirate ai 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda Onu 2030. Il progetto in questione promette di riqualificare l’area del fiume Bisenzio con la promozione, non solo di sani stili di vita, ma anche di nuovi lavori e nuovi progetti orientati ai temi della riqualificazione ambientale, culturale e paesaggistica realizzati grazie ad un innovativo centro interamente dedicato alle acque interne e al turismo nautico. Dagli antichi mulini fluviali, alle moderne industrie tessili la città di Prato si è sviluppata anche grazie alle sue vie d’acqua, da sempre fonte di vita e di sviluppo per il territorio Toscano. Non a caso mi sembra doveroso soffermarmi su questo tema, dato che proprio in questi giorni si celebra la giornata mondiale dell’acqua, un bene essenziale che, per l’importanza che ha nelle nostre vite, merita di essere preservato e valorizzato.

Per una crescita sostenibile è necessario, però, rivedere criticamente il nostro rapporto non solo con il consumo di cibo ed acqua, ma anche con tutte le risorse di cui usufruiamo. Considerando che ogni anno l’economia mondiale consuma circa 93 miliardi di tonnellate di materie prime destinate all’industria e che di questi soltanto 9 miliardi vengono riutilizzati (ed il 62% delle emissioni di gas serra avviene proprio nella fase di estrazione e lavorazione delle materie prime, mentre il 38% nella fase di consegna e utilizzo dei prodotti), occorrerebbe inevitabilmente una rivoluzione culturale a tutto campo che riesca a coinvolgere i cittadini, il sistema economico/legislativo e, infine, l’intera classe dirigente. Secondo i dati che emergono dall'edizione 2019 del “Circularity Gap Report”, report stilato da Circle Economy sullo stato di salute dell'economia circolare, infatti, si evince che solo il 9% dei 92,8 miliardi di tonnellate di minerali, combustibili fossili, metalli e biomassa che entrano nell'economia viene riutilizzato attraverso politiche economiche di riciclo e riutilizzo. Il restante 91% segue, invece, ancora il solito modello di economia tradizionale, con tutte le conseguenze pericolose per l’inquinamento che da essa derivano, (come viene ricordato anche dal rapporto ONU). In questo scenario preoccupante l’economia circolare potrebbe rappresentare davvero la soluzione, nonché l’unica strada percorribile per il nostro pianeta, ben vengano a tal riguardo, quindi, anche le recenti direttive UE sul tema.

La Commissione europea, al fine di stimolare la transizione dell'Europa verso un'economia circolare volta a rafforzare la competitività globale e a promuovere una crescita economica sostenibile che generi nuovi posti di lavoro, ha da poco pubblicato una relazione completa sull’attuazione del piano d'azione per l'economia circolare adottato nel dicembre 2015 presentando così i principali risultati, ad oggi, ottenuti, e delineando le sfide ancora aperte per il futuro. A tre anni dalla sua adozione, il piano d’azione può dirsi pienamente completato, considerato che le azioni previste sono state già attuate o sono in fase di attuazione. Il numero, pari a 54, delle azioni già decise e avviate è indicativo della vastità del cambiamento in atto a livello europeo. Queste azioni, in attività e settori rilevanti di questo cambiamento, hanno contribuito ad aumentare l'occupazione per circa 4 milioni di unità. L'economia circolare sta incrementando attività esistenti e promuovendone nuove: nei settori delle riparazioni, del riuso e del riciclo nel 2016 sono stati generati 147 miliardi di valore aggiunto e 17,5 miliardi di investimenti. L'International Labour Organization (ILO) in un recente rapporto stima, inoltre, una crescita globale dell'occupazione dello 0,1% (circa 6 milioni di posti di lavoro) entro il 2030 grazie all’economia circolare. Si tratta di stime nette che sono le risultanze dei nuovi lavori creati e di quelli che diminuiranno, si prevede, infatti, un calo di circa 28 milioni di posti di lavoro nel settore della manifattura legata alla produzione di ferro e acciaio o 20 milioni di posti di lavoro nell'ambito dell'estrazione di rame. Allo stesso tempo ci sarebbe una crescita di circa 31 milioni di occupati nelle imprese che riprocessano l'acciaio vecchio per renderlo nuovamente utilizzabile e 14 milioni di posti di lavoro nel settore della produzione di elettricità con pannelli solari. Scendendo poi verso settori con numeri più bassi l'elenco si allunga. L’economia circolare non è, però, una soluzione a breve termine e soprattutto non potrà avere un impatto a breve su tutti i settori produttivi interessati. Calcoli alla mano le previsioni ci dicono che l’impatto sarà grande, positivo sui lunghi termini, ma servirà inevitabilmente anche lo sviluppo di politiche di riqualificazione dei lavoratori per accompagnarli dai lavori che scompariranno a quelli che si potranno creare.

Giovanni Bozzetti

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Thu, 18 Apr 2019 16:52:48 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/491/1/reco-festival-e-commissione-europea-insieme-per-l-economia-circolare giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Ambienthesis - Risultati di esercizio 2018 http://www.giovannibozzetti.net/post/490/1/ambienthesis-risultati-di-esercizio-2018

"L’esercizio finanziario che si è concluso rappresenta una vera e propria svolta positiva nella storia recente di Ambienthesis. Vengono così finalmente premiati gli forzi che hanno visto la Società impegnata in un’intensa attività di complessivo efficientamento operativo e di massimizzazione dell’azione commerciale con forte impulso anche per le attività di sostenibilità ambientale e di ricerca e sviluppo. 
I risultati conseguiti non devono però considerarsi un punto di arrivo, ma solo un punto di partenza verso una nuova fase di sviluppo e di creazione di valore nella quale acquisirà particolare rilevanza strategica l’attività d’internazionalizzazione
"

Giovanni Bozzetti
Presidente del Consiglio di Amministrazione Ambienthesis S.p.A.

Comunicato stampa in PDF

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Fri, 12 Apr 2019 20:02:09 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/490/1/ambienthesis-risultati-di-esercizio-2018 giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Ecosistema terra: un pianeta da ripristinare insieme http://www.giovannibozzetti.net/post/489/1/ecosistema-terra-un-pianeta-da-ripristinare-insieme

Circa il 20% della superficie coltivata o coperta da vegetazione spontanea del pianeta mostra un calo della produttività con perdite di fertilità legate a erosione, impoverimento delle risorse e inquinamento in tutte le parti del mondo. Il degrado degli ecosistemi terrestri e marini, inoltre, mina le condizioni di vita di 3,2 miliardi circa di persone e costa circa il 10% del prodotto lordo globale annuo in termini di perdita di servizi per specie ed ecosistemi. Ecosistemi chiave, questi, che forniscono, inoltre, numerosi servizi essenziali sia per l’alimentazione sia per l’agricoltura, compresa la fornitura di acqua dolce, la protezione dai rischi e la fornitura di habitat per specie come pesci e impollinatori. Per questi e per altri gravi problemi al fine di combattere le crisi climatiche, migliorare la sicurezza alimentare e l’approvvigionamento idrico, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dato il via per il periodo 2021-2030 al cosiddetto decennio dell’ONU per il Ripristino dell’Ecosistema, un progetto che nei prossimi anni aiuterà i Paesi, specie quelli più poveri, a lottare contro gli effetti del cambiamento climatico e la collegata ed estesa perdita di biodiversità offrendo al contempo un’opportunità senza precedenti per la creazione di posti di lavoro.

Oggi i nostri ecosistemi vengono degradati ad un ritmo senza precedenti con un impatto devastante sia sulle persone sia sull’ambiente: tredici milioni di ettari di foreste vanno perse ogni anno, mentre il persistente deterioramento dei terreni ha portato alla desertificazione di 3,6 miliardi di ettari. Con un programma efficace in grado di costruire resilienza, ridurre le vulnerabilità ed aumentare la capacità dei sistemi di adattarsi alle minacce quotidiane ed agli eventi estremi si potrebbero però, tra gli obiettivi del progetto, recuperare circa 350 milioni di ettari tra oggi ed il 2030, generare 9.000 miliardi di dollari in servizi eco-sistemici e liberare l’atmosfera di ulteriori 13-26 gigaton di gas serra. Quello dell’ONU vuole essere un’invito all’azione globale, metterà, infatti, insieme il sostegno politico, la ricerca scientifica e le risorse finanziarie per potenziare l’azione portandola da iniziative pilota di successo ad interventi veri e propri in aree di milioni di ettari. Paesi, governi sovranazionali e organizzazioni private si sono impegnate a restaurare oltre 170 milioni di ettari. Uno sforzo che, ad esempio, si basa soprattutto su iniziative regionali com’è il caso dell’Iniziativa 20×20 in America Latina che mira a ripristinare 20 milioni di ettari di terra degradata entro il 2020 oppure l’AFR100 African Forest Landscape Restoration Initiative che mira, invece, a recuperare 100 milioni di ettari di terreni degradati entro il 2030.

Intanto nel nostro Paese il governo ha da poco presentato il piano “Proteggi Italia” con cui si dice pronto a stanziare undici miliardi di euro per interventi contro il dissesto idrogeologico nel triennio 2019-2021. Altri 3 miliardi di euro nel triennio per l'emergenza delle 17 regioni colpite dal maltempo nell'autunno scorso. E ancora, 2,3 miliardi per l'agricoltura contro il degrado del territorio, e 1,6 miliardi di fondi europei. Infine, un disegno di legge per sveltire i cantieri per la messa in sicurezza del paese. Ad oggi norme fin troppo confuse hanno ritardato molto spesso i dovuti interventi sul territorio, un territorio come quello italiano che si presenta per sua natura fragile e bisognoso di una adeguata terapia per proteggerlo e metterlo in sicurezza. Il recente rapporto annuale redatto dal Sistema nazionale per la protezione dell'ambiente (SNPA), la rete delle agenzie ambientali pubbliche Ispra e Arpa, ci rivela che il 7,9% del territorio italiano è interessato da frane. Nonostante ciò, il consumo del suolo continua ad avanzare, al ritmo di 14 ettari al giorno, 2 metri quadrati al secondo. Quello che serve oltre alla risorse adesso è un sistema di leggi chiare che non rischino di impedire ai cantieri di partire. A tal riguardo si parla già di un prossimo disegno di legge battezzato “cantiere ambiente” realizzato con l’obiettivo di riordinare il sistema affastellato di disposizioni normative e di razionalizzare risorse e poteri. Positivi sono anche gli ultimi dati Istat sull’aumento degli investimenti dell'industria nella protezione dell’ambiente, dai quali si rileva un incremento del 2,3% degli investimenti ambientali delle imprese industriali fino a 1.437,3 milioni di euro, crescita sostenuta principalmente dalle imprese di piccola e media dimensione (+12,9%). Cala dello 0,4% nel caso di imprese maggiori che realizzano, invece, il 78,1% degli investimenti ambientali complessivi. Crescono, però, soprattutto gli investimenti in tecnologie più avanzate: più di un terzo della spesa (39%) è destinato alle attività di protezione e recupero del suolo e delle acque di falda e superficiali, all'abbattimento del rumore, alla protezione del paesaggio e protezione dalle radiazioni e alle attività di ricerca e sviluppo finalizzate alla protezione dell’ambiente.

La parola d’ordine è, ancora una volta, quella dell'economia circolare, un sistema che consente allo stesso tempo di essere sostenibili riciclando prodotti già utilizzati ed in questo campo un settore in crescita, che sta generando profitti importanti oggi per l’Italia, è quello del riciclo del legno. Abbiamo la fortuna, infatti, di possedere la migliore filiera al mondo per il recupero del legno per percentuali di riciclo: oltre il 95% del legno raccolto viene riciclato in maniera tale che i pannelli sono costruiti quasi totalmente da materiale recuperato. Percentuali che hanno permesso, in poco più di 20 anni, di creare da noi una nuova economia che ha risultati importanti sia in termini ambientali sia per la capacità di creare sviluppo e occupazione (vale infatti circa 1,4 miliardi di euro ed occupa oltre seimila persone). Guardando poi ai tanti materiali innovativi e riciclati utilizzati si evita così lo sfruttamento di legno vergine e si seguono nuove frontiere, in un’ ottica di economia circolare, che consentono di pensare anche i prodotti in maniera diversa.

I nostri sistemi alimentari globali e il sostentamento di milioni di persone dipendono dalla collaborazione di tutti noi, dai governi alle imprese, per ripristinare ecosistemi sani e sostenibili per oggi e per il futuro. I “servizi” cosiddetti indispensabili alla vita che i nostri ecosistemi ci offrono ogni giorno gratuitamente meritano quindi di essere salvaguardati: secondo il Wwf il valore economico di questi servizi ecosistemici, una stima che rende giustizia soltanto in parte, perché in ballo c’è anche la nostra vita, può essere «valutato intorno a 125.000 miliardi di dollari, una cifra superiore al prodotto globale lordo dei paesi di tutto il mondo, che si aggira sugli 80.000 miliardi di dollari».

Giovanni Bozzetti

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Tue, 9 Apr 2019 17:02:09 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/489/1/ecosistema-terra-un-pianeta-da-ripristinare-insieme giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Italia prima in Europa nell’Economia circolare, ma migliorare ancora si può http://www.giovannibozzetti.net/post/488/1/italia-prima-in-europa-nell-economia-circolare-ma-migliorare-ancora-si-puo

Il nostro Paese sale di un punto e si attesta nuovamente ad essere primo in Europa ma, di fronte alle altre economie comunitarie che corrono e migliorano di anno in anno, si pone necessaria oggi una revisione generale sul tema dell’economia circolare in Italia. In sintesi è questo il resoconto del primo “Rapporto nazionale 2019 sull’economia circolare”, presentato in data 1° marzo, e realizzato dalla Circulary Economy Network, una vera e propria rete promossa dall'Associazione per lo sviluppo sostenibile e 13 aziende e associazioni di imprese, oltre che da Enea. In questa classifica annuale il nostro Paese batte così, con un punteggio di 103 gli altri Stati europei, seguono, ma ancora a bella distanza: il Regno Unito (90 punti), la Germania (88), la Francia (87) e la Spagna (81). Un primato però che, come già detto, non deve farci adagiare sugli allori poiché, pur essendo ancora saldo il vertice della classifica, guardando l’avanzamento dell'indice di circolarità (che tiene conto del valore attribuito al grado di uso efficiente delle risorse, utilizzo di materie prime seconde e innovazione nelle categorie produzione, consumo, gestione rifiuti), ci rendiamo conto che in questo ultimo anno l’Italia ha guadagnato un solo punto, mentre ci sono Paesi che sono andati avanti, anche grazie al nuovo pacchetto di direttive approvato nel luglio scorso (la Francia è avanzata, infatti, di ben sette punti, la Spagna che ha scalato la classifica ne ha guadagnati ben 13). E quindi, per continuare a crescere, si dovranno riuscire a recepire pienamente le politiche europee, ma soprattutto si dovrà cercare di far partire i decreti che regolano lo sfruttamento di quelli che, tecnicamente, sono ancora considerati rifiuti. L’economia circolare prevede, infatti, lo sfruttamento di risorse che sono state già utilizzate, ma a cui è possibile dare nuova vita.

La nostra penisola detiene saldamente questo primato da diverso tempo, dimostrando uno sforzo non indifferente per far sì che ciò che viene prodotto e consumato tutti i giorni non finisca tra i rifiuti, ma venga recuperato, perché le risorse del pianeta Terra non sono infinite e, cosa ancor più importante, i rifiuti non vadano a inquinare mari, specchi d'acqua e interi territori. Un lavoro che va avanti da diversi anni, spesso senza fare troppo clamore, e che è stato sposato da parte di quel mondo che i rifiuti li produce in massa, anche a livello industriale. C’è da ricordare poi, ancora una volta, che quello dell’economia circolare è un modello economico che, oltre a fare bene al nostro Paese ed ai nostri cittadini, produce occupazione: nel settore del riciclo, del riuso e della riparazione l'Italia registra, infatti, un’occupazione pari al 2,1% al di sopra della media Ue a 28, che si attesta a quota 1,7%. Risultati importanti che meritano di essere ulteriormente migliorati affinché la nostra performance nazionale ed europea possa rimanere costante. Ma, affinché i traguardi raggiunti siano un trampolino di lancio per le sfide future, si rende necessario , come è richiesto a gran voce anche da molti addetti al settore, anche un piano di strategia nazionale adeguato, che sappia includere i famosi decreti sull’End of Waste permettendo ai numerosi progetti industriali in attesa di attuazione di partire  rendendo così molto più rapida la procedura per i decreti ministeriali e non ostacolando il riciclo che coinvolge oltre 7 mila impianti industriali in Italia. I tentennamenti e le scelte contraddittorie che arrivano dalle aule parlamentari e dai corridoi dei ministeri, infatti, non aiutano. Servirebbe, invece, una visione politica e amministrativa ancora più lungimirante nel manovrare adeguatamente le leve della spesa pubblica, della fiscalità e degli incentivi all’innovazione in favore dell’economia circolare.

La percentuale di riciclo dei rifiuti in Italia, un dato che include il trattamento dei rifiuti industriali su cui il nostro Paese ha buone performance, è pari al 67%, nettamente superiore alla media europea (55%) portandoci al primo posto rispetto alle principali economie europee. Lo smaltimento in discarica per l’Italia è, però, al 25%, in linea con la media europea, ma con valori ancora elevati rispetto ad altre realtà come la Germania, la Francia e il Regno Unito. Restano, come note dolenti, criticità da tempo conosciute, come i ritardi di alcuni territori nella gestione dei rifiuti urbani e una fortissima carenza di impianti, soprattutto in alcune aree. Il Rapporto presentato pochi giorni fa individua, poi, anche un vero e proprio decalogo di proposte su cui puntare per rilanciare l’economia circolare e incrementare la sostenibilità ambientale, riducendo emissioni di gas serra. I 10 consigli sono i seguenti: “Diffondere e arricchire la visione, le conoscenze, la ricerca e le buone pratiche dell’economia circolare: il risparmio e l’uso più efficiente delle materie prime e dell’energia; l’utilizzo di materiali e di energia rinnovabile; prodotti di più lunga durata, riparabili e riutilizzabili, più basati sugli utilizzi condivisi; una riduzione della produzione e dello smaltimento di rifiuti e lo sviluppo del loro riciclo”. Nel decalogo si legge poi ancora quanto sia fondamentale: “assicurare le infrastrutture necessarie per l’economia circolare e istituire un’Agenzia per l’uso efficiente delle risorse. Infine, estendere l’economia circolare anche al commercio on line dove prezzi convenienti, facilità d’acquisto e consegna a domicilio stanno alimentando una forte crescita del commercio di prodotti usa e getta non riparabili, difficilmente riciclabili, distribuiti con imballaggi voluminosi, alimentando così un modello di economia lineare che aumenta gli sprechi di risorse”.

Per molto tempo, inutile girarci attorno, molte aziende hanno considerato la sostenibilità poco più di un blasone da mettere accanto al loro marchio, una marca “green” in maniera tale da dare più valore al brand presentato. Con il tempo, però, si è passati da un atteggiamento eticamente necessario ad uno economicamente interessante nonché vantaggioso: la sostenibilità è diventata così un fattore di competitività. La direttiva europea sull’economia circolare, i 17 obiettivi indicati dall’Onu, nonché il quadro normativo nazionale sono tutti orientati verso questo cambiamento: la sostenibilità è diventata così un punto di forza, per le generazioni future, ma anche per quelle presenti. E quindi quell’aggettivo un tempo utilizzato per migliorar la propria visibilità e reputazione, è ora parte integrante e imprescindibile della new economy. Cambiare il modo di lavorare per ridurre l’impatto (negativo) sul territorio, sul consumo dei suoli e magari diventare motori green dell’economia è una caratteristica di cui oggi nessuna azienda può più fare a meno.

Giovanni Bozzetti

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Mon, 25 Mar 2019 19:53:08 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/488/1/italia-prima-in-europa-nell-economia-circolare-ma-migliorare-ancora-si-puo giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Il risparmio energetico, pratica quotidiana alla base della sostenibilità futura http://www.giovannibozzetti.net/post/487/1/il-risparmio-energetico-pratica-quotidiana-alla-base-della-sostenibilita-futura

Parafrasando la celebre poesia ermetica di Ungaretti, il primo marzo si è tenuto l’ormai annuale evento “M’illumino di Meno” , giornata del risparmio energetico e degli stili di vita sostenibili che, nell’edizione 2019, è dedicata all’economia circolare. L’iniziativa simbolica e concreta a favore del bene del pianeta e dei suoi abitanti è stata ideata nel 2005 da Caterpillar e Rai Radio 2 per chiedere ai propri ascoltatori, portandoli ad avere un momento di riflessione collettiva sulle nostre quotidiane responsabilità individuali, di spegnere tutte le luci che non siano indispensabili. Il tema dell’economia circolare è stato scelto affinché si possano non solo ridurre gli sprechi, ma anche riutilizzare i materiali e prolungare la vita degli oggetti che usiamo ogni giorno, poiché le nostre risorse, destinate a consumarsi e finire un giorno, possono invece assumere nuova vita attraverso la loro rigenerazione e conversione in qualcosa di diverso e nuovamente utilizzabile. Dall’inizio della manifestazione il mondo è profondamente cambiato e l’efficienza energetica prima augurata è diventata a tutti gli effetti un tema economico rilevante ed attuale. Grazie all’evento, oggi decine di Musei si organizzano per visite guidate a bassa luminosità, nelle scuole si discute di efficienza energetica, in tanti ristoranti si cena a lume di candela, in piazza si fa osservazione astronomica approfittando della riduzione dell’inquinamento luminoso. Spegnere le luci diventa così un modo per testimoniare ancora una volta il proprio interesse al futuro dell’umanità, parte di un’iniziativa concreta e molto partecipata che ha visto negli anni spegnersi in tutto il mondo piazze, monumenti, palazzi simbolici del Paese, nonché tantissime case di cittadini.

L’evento diventa così una festa degli stili di vita sostenibili che fanno stare bene senza aggravare la situazione del nostro pianeta; l’attenzione per l’ambiente e per le sue attuali condizioni è, infatti, un dovere per tutti senza esclusione alcuna. Ognuno di noi può, e deve, impegnarsi nel fare propria la famosa filosofia delle 3R: Ricicla, ripara e riusa sono, infatti, alcune delle parole chiave dell’iniziativa di quest’anno. Tutto questo serve per tenere il più possibile in circolo le risorse e le materie prime, che non sono infinite. Riciclo creativo o upcycling, swap party, riduzione degli sprechi alimentari e uso consapevole della plastica sono solo alcune delle possibilità con cui rendersi protagonisti di questa iniziativa. E così alla fine anche il gesto di spegnere le luci diventa un modo per accendere “simbolicamente” i riflettori sull’attuale emergenza ambientale in cui versa la nostra Terra ripensando a quanto i nostri consumi incidano in grande numero sulle risorse limitate del nostro pianeta.

Sempre sul tema energetico, qualche giorno fa a Milano, si è svolta la seconda edizione del “Digital Energy Report”. Molto si parla, infatti, anche nel nostro Paese di Smart City ma, almeno qui, la realtà è ancora ben lontana dal potersi dire consolidata. Le nostre città si stanno sempre di più evolvendo verso un modello che punta sulla digitalizzazione di molti dei trend che negli ultimi anni han­no caratterizzato il panorama ener­getico italiano europeo e mondiale. Tra questi troviamo sicuramente quello delle rinnovabili e della generazione distribuita che, soprattutto nel caso degli impianti fotovoltaici, ha permesso di sviluppare il cosiddetto paradigma prosumer nei vari livelli del contesto urbano. Auspicando una netta diminuzione dei costi legati ad un possibile investimento economico in queste tecnologie è verosimile pensare ad un rafforzamento e potenziale crescita di questi impianti nel prossimo futuro. Quando ciò avverrà potremo assistere finalmente ad un passaggio per la rete elettrica da un funzionamento unidirezionale, caratterizzato da una pro­duzione centralizzata, a un modello «smart grid», caratterizzato da flussi di energia bidirezionali. Qui, più che in altri ambienti simili, entrano in uso quegli strumenti come gli smart meter che rendono possibile una più completa digitalizzazione della rete elettrica al fine di prevedere meglio quelli che sono i carichi, soprattutto a livello residenziale, permettendo una miglior gestione degli impianti di ge­nerazione e delle reti di distribuzione. Smart meter che sono imprescindibili anche per un altro importante trend che influenza la nostra rete elettrica per quanto riguarda l’incremento della domanda nazionale di energia elettrica: l’e-mobility. La mobilità urbana si sta, infatti, evolvendo non solo verso le autovetture elettriche, ma anche verso quei nuovi servizi per i cittadini che introducono pratiche di mobility sharing, che favoriscono il passaggio da un modello di trasporto fortemente caratterizzato dall’utilizzo di mezzi privati ad uno inve­ce basato sull’utilizzo di mezzi pubblici e di mezzi condivisi per quanto riguar­da il trasporto all’interno della città.

La città si sta trasformando, quindi, e la richiesta di elettricità assume un valore sicuramente più importante di ieri. Non sono da meno neanche le varie soluzioni nell’ambito del building che a loro volta stan­no evolvendo verso una configurazione più smart, adottando soluzioni di efficienza energetica e di intelligent building volte ad ottimiz­zare quello che è il comfort abitativo e la gestione dei consumi energetici. E così il living che ha a che vedere con gli edifici e le infra­strutture di illuminazione pubblica; il mobility che riguarda le soluzioni e le infrastrutture per la mobilità; ed infine l’environment che riguarda la produzione di energia, le infrastrut­ture di rete e la gestione dei rifiuti diventano i nuovi punti di riferimento per lo sviluppo delle Smart City del futuro, fortemente ed intrinsecamente legate proprio allo sviluppo delle tecnologie digitali, nonché all’aumento del fabbisogno energetico di cui avranno bisogno per sopravvivere ed evolversi. Risparmiare oggi, quindi, ed invogliare i cittadini ad intraprendere uno stile di vita più sostenibile è importante anche e soprattutto per le sfide future che l’evoluzione delle nostre città richiederanno.

Giovanni Bozzetti

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Thu, 14 Mar 2019 18:55:22 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/487/1/il-risparmio-energetico-pratica-quotidiana-alla-base-della-sostenibilita-futura giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Rifiuti organici, compost e Biometano: l’economia dei rifiuti è in aumento http://www.giovannibozzetti.net/post/486/1/rifiuti-organici-compost-e-biometano-l-economia-dei-rifiuti-e-in-aumento

Nel 2017 la raccolta di umido, verde ed altre materie organiche in Italia è aumentata dell’ 1,6% arrivando così a 6,6 milioni di tonnellate, con una quota pro capite che ha raggiunto i 108 chili (con una differenza tra i 127 kg/abitante/anno per le regioni del Nord e gli 83 kg delle regioni meridionali).

I dati, diffusi dal “Consorzio italiano compostatori” (CIC) a partire dal Rapporti rifiuti ISPRA 2018, evidenziano , inoltre, che sono stati prodotti 2 milioni di tonnellate di compost e 90 milioni di metri cubi di biometano grazie al riciclo dei rifiuti organici tramite la raccolta differenziata. Quella dell’organico (umido e verde) si conferma, però, la frazione più importante per la Raccolta Differenziata nel Paese rappresentando il 40,3% di tutte le raccolte. Con l’imposizione dell’UE di rendere obbligatoria la raccolta differenziata del rifiuto organico non oltre il 2023, l’obiettivo è ora, secondo il CIC, quello di arrivare a 150 chili pro capite all’anno nel 2025.

La filiera del rifiuto organico coinvolge oggi numerose attività, dai servizi di raccolta e trasporto, ai servizi di studio, ricerca e progettazione e delle tecnologie per il trattamento del rifiuto organico. Nel 2016 il volume d’affari generato dal biowaste è stato pari a 1.8 mld euro di fatturato, mentre i posti di lavoro generati 9.800 (+9% rispetto all’anno precedente): in pratica 1,5 posti di lavoro ogni 1.000 t di rifiuto organico. L’impiantistica italiana con 338 strutture adibite ha consentito di trattare nel 2017 circa 7,4 milioni di tonnellate (+4%) considerando il trattamento, oltre all’umido e al verde, anche di altri materiali di scarto a matrice organica. Esiste, però, ancora un eccessivo squilibrio tra le varie parti d’Italia riguardo gli impianti adibiti al trattamento dei rifiuti, uno squilibrio che costringe il Centro e il Sud Italia a trasferire i propri rifiuti organici in altre regioni con enorme dispendio sia di denaro sia di CO2. Ma con una raccolta differenziata a regime in tutta Italia si potrebbe, parere degli esperti del settore, facilmente arrivare a 13.000 addetti e 2,56 mld di euro comprensivi dell’indotto generato. Promuovere le buone pratiche per la raccolta dei rifiuti organici significa, inoltre, difendere anche il suolo: il compost prodotto (il 64% da compostaggio e il restante 36% da digestione anaerobica e successivo compostaggio) si rivela essere uno strumento molto efficace contro erosione, impermeabilizzazione, perdita di materia organica, perdita di biodiversità e contaminazione. Di questo prodotto sono stati stoccati nel terreno lo scorso anno una quantità pari a 600.000 t con un risparmio di circa 3,8 milioni di tonnellate di CO2 (equivalente/anno rispetto all’avvio in discarica).

Un particolare da tenere particolarmente sottocchio dai dati appena emersi è quello legato al trattamento delle frazioni organiche selezionate con la digestione anaerobica, che nel 2017 ha trattato più del 50% dell’umido raccolto in forma differenziata permettendo, non soltanto di recuperare materia, ma anche energia: oltre al compost che si utilizza come fertilizzante naturale si ottiene, infatti, anche il biogas, che può essere trasformato in biometano per l’immissione in rete. Questo importante prodotto della filiera del riciclo organico rappresenta, oggi, una fonte di combustibile naturale nonché una preziosa ed innovativa fonte di energia rinnovabile. Tra il 2017 e il 2018 sono entrati in funzione, primi in Italia, 8 impianti consorziati CIC (di cui 2 sperimentali) in grado di produrre biometano esclusivamente dal trattamento dei rifiuti organici della raccolta differenziata urbana e di immettere il biometano nella rete nazionale o di impiegarlo per l’autotrazione. Entro il 2019 si aspettano ulteriori sviluppi per questo prodotto che potrebbe addirittura raggiungere una produzione nazionale futura pari a 200 milioni di m3. Dal primo impianto nel Centro-Sud Italia inaugurato a settembre a Rende, fino al primo distributore per automezzi del Nord a Vittorio Veneto, il biometano si candida oggi ad essere protagonista della nuova frontiera dell’economia circolare per la sua caratteristica di essere sia un biocarburante avanzato, sia una risorsa rinnovabile e naturale che rappresenta un’alternativa al gas naturale estratto da giacimenti (in quanto si ottiene, come già detto, raffinando il biogas generato dalla digestione anaerobica dei rifiuti organici). Basti pensare che dall’umido proveniente dalla raccolta differenziata di ogni cittadino si può produrre biometano sufficiente a percorrere 100 km, (che diventano 6 miliardi se contiamo l’intera popolazione italiana) con le stesse emissioni di un veicolo elettrico ed il 97% in meno di un analogo veicolo alimentato a benzina (nonché con l’assenza di particolato e la riduzione del 50% degli ossidi di azoto). Il biometano prodotto, prendendo in considerazione ad esempio il solo impianto di Rende, grazie ad un sofisticato sistema di purificazione del gas consente di alimentare fino a 4.500 autovetture (con una media di 20.000 km annui a mezzo di trasporto) oppure, se riferito a consumi domestici, di soddisfare il fabbisogno energetico annuale di circa 5.000 famiglie per approvvigionamento di gas per cucina e riscaldamento. La raccolta dell’organico risulta essere così una vera e propria risorsa per la produzione di biometano. La svolta sull’uso di tale prodotto è arrivata in Italia a marzo 2018 con l’approvazione del decreto per la promozione dell’uso del biometano nel settore dei trasporti e le agevolazioni per le imprese a forte consumo di gas naturale, che, insieme all’approvazione del nuovo pacchetto di direttive europee sull’economia circolare, permetterà di valorizzare a pieno il rifiuto organico in Italia e di accelerare il percorso che si sta costruendo verso modelli di consumo più green. Se vogliamo conseguire il traguardo di un’economia a zero emissioni nette entro il 2050, proprio dal biometano non potremo prescindere come elemento chiave, in un’ ottica di economia circolare, anche e soprattutto in termini di sostenibilità economica. Un piccolo tesoro che potrebbe, però, con la crescita del numero di impianti specializzati e di ditte coinvolte nel settore, aumentare nel prossimo futuro.

Giovanni Bozzetti

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Thu, 7 Mar 2019 19:09:23 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/486/1/rifiuti-organici-compost-e-biometano-l-economia-dei-rifiuti-e-in-aumento giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
End of Waste: per far ripartire l’economia circolare servono i decreti nazionali. http://www.giovannibozzetti.net/post/485/1/end-of-waste-per-far-ripartire-l-economia-circolare-servono-i-decreti-nazionali

In attesa di importanti leggi in merito, sull’End of Waste c’è ancora molta confusione anche tra gli addetti al settore, facciamo quindi qui un po’ di chiarezza su quella speciale normativa sul trattamento dei rifiuti che è stata discussa più volte in sede parlamentare e che è tanto attesa da quella parte del sistema Italia che intende puntare fortemente sull’economia circolare. Il ritardo nell’attuazione della normativa è, infatti, lamentato da molti degli operatori di settore, poiché frena la realizzazione di uno strumento che avrebbe il potenziale di generare effetti positivi sia per l’economia sia per l’ambiente ed, infine, per la collettività. Ma dietro la normativa si nascondono diverse sfaccettature di un argomento assai vasto, non basta così tradurre semplicemente il termine in “fine dei rifiuti” per capire meglio la questione e a cosa faccia riferimento il testo in esame.

In materia ambientale il nostro Paese generalmente recepisce e adotta norme che arrivano dall’Unione Europea, non è esclusa in ciò neanche la normativa presa oggi in considerazione su queste pagine. La direttiva quadro sui rifiuti 2008/98/CE punta a ridurre al minimo gli impatti negativi su salute e ambiente generati da una cattiva gestione del rifiuto ed, infine, a far divenire un rifiuto una risorsa, ossia un prodotto da essere riutilizzato e nuovamente immesso nel nostro sistema economico. In sostanza si punta, così, ad attribuire ai materiali che vengono fuori dai processi di recupero lo status giuridico di materia prima vera e propria, permettendo in questo modo di competere anche in termini economici. Partendo dall’inizio, la Comunità Europea ci definisce il rifiuto, inteso anche quello prodotto dal comparto industriale nel corso di una lavorazione di un materiale, come “qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o l’obbligo di disfarsi”. La normativa offre così la possibilità ad una sostanza, diventata rifiuto, di poter essere sottoposta al processo di recupero che, una volta terminato, la farà tornare materia riutilizzabile nel settore industriale, ma in che momento, è lecito chiedersi, un rifiuto smette di essere considerato tale e diventa una risorsa da poter impiegare in un nuovo processo? A tale risposta è il singolo Paese e non l’Europa a dover fornire una normativa trasparente e completa per regolamentare chi deve gestire il comparto dei rifiuti, leggasi Comuni e Regioni, e a chi ha intenzione di investire nel recupero. Senza una definizione univoca, però, su quando effettivamente un rifiuto si trasformi in “materia prima seconda” (ossia un prodotto che acquista un valore economico e di conseguenza crea un mercato dove poter essere scambiato) si rischia di bloccare il Paese. Parliamo del 33% dei rifiuti totali prodotti ogni anno per cui l’End of Waste (Eow) semplificherebbe di molto le pratiche per il loro riciclo.

Così oggi 55 milioni di tonnellate di rifiuti, su un totale tra urbani, speciali e pericolosi di 165 milioni di tonnellate sono in attesa dei decreti che semplificherebbero il loro riciclo e ridurrebbero il loro conferimento in discarica o il loro smaltimento illegale. Il riciclo dei rifiuti andrebbe, infatti, semplificato al massimo altrimenti il rischio di dover aumentare i rifiuti di origine domestica o produttiva fuori da un’ottica di economia circolare, al recupero energetico o all’estero diventa sempre più concreto. Per raggiungere i nuovi target di riciclo dettati dalla normativa europea servono, però, anche gli impianti, a partire da quelli di digestione anaerobica e compostaggio per il trattamento della frazione organica, poiché, ad oggi, quelli che ci sono possono processare appena 3 milioni di tonnellate, ossia meno della metà di quanto raccolto. Se si prende in considerazione poi la raccolta differenziata dell’umido aumenterà sicuramente negli anni a venire e sarà ancora più marcata non solo la carenza impiantistica necessaria, ma anche la forte disparità tra sud e nord dove è, infatti, incentrata la quasi totalità degli impianti. Senza considerare che questa rete impiantistica consentirebbe, inoltre, la produzione di biometano, da immettere in rete o destinare a carburante e compost di qualità.

Dalla famosa sentenza dell’ 8 febbraio 2018 n. 1229 la normativa nazionale in materia non riesce ancora a vedere la luce, bloccando di fatto eventuali progressi sul fronte dell’economia circolare. Da più fronti, quindi, si chiede maggiore flessibilità al sistema. Nell’attesa di possibili linee guida statali e degli auspicati decreti End of waste nazionali (ma meglio ancora europei per evidenti motivi di concorrenza e di mercato) il mondo dell’economia circolare auspica che tante imprese che in questi anni hanno garantito il raggiungimento di molteplici risultati positivi in tema di riciclo non siano costrette a chiudere per dei cavilli legislativi e delle norme che tardano ad arrivare e per questo chiedono oggi che semplicemente si permetta ancora alle Regioni di rinnovare le autorizzazioni a produrre Eow, che mano a mano vanno in scadenza, e di autorizzare impianti innovativi (che diversamente emigrerebbero all’estero). Dall’altra parte, però, il Governo si dice contrario a soluzioni, anche provvisorie, con cui si demandi alle Regioni, in attesa dei decreti nazionali, la possibilità di autorizzare gli impianti, caso per caso, a trasformare i rifiuti in Eow. Soluzione che potrebbe, inoltre, secondo la commissione Ambiente del Senato, andare contro quanto previsto dalle direttive europee vigenti, creando una disparità regionale tale da dare vita ad un vero e proprio terreno franco sui rifiuti con il rischio di eventuali scompensi per la competitività delle aziende interessate. Ad oggi, però, quasi un anno dopo la famosa normativa (nella quale il Consiglio di Stato ha stabilito che spetta allo Stato, e non alle Regioni, individuare i casi e le condizioni in cui un rifiuto può essere considerato “end of waste”, al termine di un processo di recupero) è doveroso ricordarlo esistono ancora solo tre regolamenti europei e due decreti a livello nazionale sul tema dei rifiuti, troppo pochi per regolarizzare un settore così fondamentale per aziende e cittadini.

Giovanni Bozzetti

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Fri, 1 Mar 2019 11:45:56 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/485/1/end-of-waste-per-far-ripartire-l-economia-circolare-servono-i-decreti-nazionali giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Sostenibilità ed innovazione, le Smart City del futuro come moderne Città-Stato http://www.giovannibozzetti.net/post/484/1/sostenibilita-ed-innovazione-le-smart-city-del-futuro-come-moderne-citta-stato

Secondo le più recenti previsioni entro il 2050 almeno il 66% della popolazione mondiale abiterà in grandi metropoli, affinché ciò avvenga è necessario però che le attuali città cambino pelle e si aprano all’innovazione attraverso infrastrutture, tecnologie e servizi di nuova generazione che sappiano essere al tempo stesso sostenibili a livello ambientale e smart in un’ottica legata all’economia circolare. Almeno nel nostro paese, salvo rare eccezioni, però, il settore delle smart cities ha subito da tempo una sorta di decisa battuta d’arresto e poco o niente  ha fatto seguito al bando di quattro anni fa del Ministero dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca, “Smart Cities and Communities and Social Innovation. Tra le eccezioni sopra citate è doveroso citare Matera che, diventata Capitale Europea della cultura in questo 2019, si appresta non solo ad abbracciare turismo e cultura, ma anche tecnologia, si parla infatti di un Hub per la ricerca e l’innovazione dedicato alle aziende innovative ed alla ricerca. Un centro che si prefigura di ospitare startup legate agli ambiti delle industrie culturali e creative strettamente connesse con tecnologie digitali, della produzione cinematografica digitale, delle telecomunicazioni, dell’ICT, dell’agricoltura di precisione, della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, delle tecnologie per l’efficienza energetica e per il monitoraggio ambientale, delle smart cities, di ogni altra attività che abbia attinenza diretta con la ricerca di base, la ricerca industriale e l’innovazione tecnologica. Una ventata innovativa che si coniuga, inoltre, con la sperimentazione della rete 5G rendendo l’area ancora più attraente per quelle società che proprio dell’innovazione fanno il loro punto di forza.

A livello mondiale, invece, secondo un recente studio di “Markets and Markets”, il mercato delle soluzioni tecnologiche e dei servizi per i trasporti, l’edilizia di nuova generazione, dell’energia e dei servizi ai cittadini nella smart city è arrivato a valere nel 2018 più di 308 miliardi di dollari. Un trend che, dicono, anche per i prossimi anni continuerà ad essere positivo, con un tasso composto annuo di crescita superiore al 18%, per un mercato smart city globale del valore di 717 miliardi di dollari entro il 2023. Nel report si integrano ovviamente anche tutte quelle tecnologie che troveranno ampio utilizzo nelle città del futuro come ad esempio quelle relative alle reti 5G, all’Internet delle cose, all’Intelligenza artificiale, alla smart mobility, all’efficienza energetica, all’economia circolare (recupero, riciclo, riuso) e alle soluzioni per la decarbonizzazione dell’economia (low carbon economy). Oggi la circolazione mondiale di dati, merci, persone e risorse finanziarie attraversa e connette ogni latitudine, ma soprattutto trova nelle grandi città dei nodi di scambio, facendo di queste delle nuove entità geopolitiche, delle nuove Città Stato, tanto è vero che, tra i primi sei paesi con il più alto reddito pro capite al mondo, cinque sono delle vere e proprie Città Stato. Nei prossimi 30 anni sembra poi che più di 2,4 miliardi di persone si trasferiranno in queste città e per accoglierle sarà necessario ingrandire e adeguare le aree urbane o costruirne di nuove con un utilizzo di risorse naturali che potrebbe aumentare del 125% a 90 miliardi di tonnellate (dai 40 miliardi di tonnellate del 2010).

Nell’ambito del Programma per l’Ambiente (UNEP) istituito dall’ONU è stato pubblicato lo scorso anno uno studio dal titolo: “Il peso delle città: i requisiti delle risorse della futura urbanizzazione” nel quale si prevede che nel 2050 la popolazione globale che vivrà nelle città dovrebbe essere il 66% del totale (dal 54% del 2015). Già oggi le città del Pianeta emettono il 70% delle emissioni di diossido di carbonio (CO2) complessive, percentuale che aumenta ancora se si includono anche le emissioni necessarie a garantire questo insieme di consumi (come ha spiegato Michael Doust, autore del rapporto “Consumption-based GHG emissions of C40 cities”). Questo porterà a dover stabilire nuove strategie per accogliere questi grandi flussi in maniera tale da evitare choc estremi sia per la natura sia per l’uomo. In un articolo su “Foreign Affairs”, Michael Bloomberg ha parlato di questo inizio del nuovo millennio come di un “Secolo delle Città”. Già in un Report pubblicato da McKinsey, nel 2012, si affermava che il 65% della crescita economica globale sarebbe arrivata dalle città e che tra queste se ne potevano individuare 440 “emergenti”, che da sole avrebbero rappresentato la metà della crescita economica globale dei prossimi anni. È nelle città, infatti, che si sviluppano le tecnologie e si produce ricchezza, ed è sempre nelle città che le menti più specializzate del pianeta vivono gomito a gomito e possono comunicare tra loro.

Le indicazioni fin oggi raccolte su come innovare le nostre abitazioni, i trasporti e la mobilità, i servizi pubblici al cittadino, su come favorire efficienza energetica, sicurezza delle infrastrutture, riforestazione urbana, gestione smart dei rifiuti ed economia circolare, la nascita delle smart communities e il miglioramento della qualità dell’aria, rimangono assolutamente valide, se non strategiche. In un futuro , quindi, che sarà sempre più legato alla crescita delle città servono piani concreti e partecipati, che guardino proprio ai paradigmi smart city e alle piattaforme smart communities, nel rispetto delle indicazioni della COP21 di Parigi (e dell’Agenda 2030) per evitare che città e abitanti rimangano schiacciati dai cambiamenti climatici e che la crescita di quelle che qualcuno chiama già Città-Stato avvenga in maniera disordinata e senza controllo, con un aumento indiscriminato delle emissioni di gas serra e un consumo di suolo eccessivo che, già oggi ma specialmente domani, non possiamo e non potremo più permetterci.

Giovanni Bozzetti

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Thu, 21 Feb 2019 18:05:45 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/484/1/sostenibilita-ed-innovazione-le-smart-city-del-futuro-come-moderne-citta-stato giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Dalla Finlandia all’Italia, mentalità e priorità diverse per l’economia del futuro. http://www.giovannibozzetti.net/post/483/1/dalla-finlandia-all-italia-mentalita-e-priorita-diverse-per-l-economia-del-futuro

Secondo un recente rapporto dell’Agenzia Britannica su “riciclo e prevenzione” insieme a sostanziali benefici ambientali, una crescente economia circolare offre la possibilità di creare nuovi posti di lavoro, riducendo lo strutturale squilibrio nelle regioni europee ad alta disoccupazione. Lo sviluppo dell’economia circolare è, quindi, di per sé, una grande trasformazione industriale, in quanto “crea valore economico usando più lavoro e meno risorse e perciò accresce sia l’efficienza d’uso delle risorse sia l’attività economica”. In un’ ottica di economia circolare e di battaglia agli sprechi è emblematico così il ruolo di alcuni paesi del Nord Europa , nei quali la questione ambientale è entrata ancora più fortemente nella mentalità della popolazione, al punto che la sfida di «non sprecare» è diventata un vero e proprio affare di Stato. Con l’impegno politico di rendere tale economia effettiva, dopo anni e anni votati a stimolare un modello sostenibile di società, in cui lo sforzo economico passato si possa tradurre in cambiamento sociale oggi e possa far diventare domani il Paese un referente mondiale sotto quest’aspetto. Sto qui parlando, ad esempio, della Finlandia, Paese che oggi possiede il più grande impianto di trattamento dei rifiuti del Nord Europa, capace di generare energia non solo per il consumo interno, ma anche per l’esportazione. Lì, circa cinquant’anni fa il parlamento finlandese creò il fondo d’innovazione Sitra, che negli anni ha saputo portar avanti tanti progetti diversi, che hanno avuto ed hanno nell’economia circolare il proprio fondamento al punto che oggi, grazie proprio a quei particolari progetti educativi, la Finlandia potrebbe veder nascere i primi «nativi nell’economia circolare», cioè, quelle persone che assumono la cultura dell’uso efficiente delle risorse sin da bambini. I finnici, inoltre, costituiscono il popolo che più ha saputo creare strutture atte a non sprecare nulla, o quasi, anche nei cicli di produzione alimentare. Si sa, in effetti, che circa un terzo della produzione mondiale di cibo va sprecato, il che non solo dice la scandalosa differenza tra ricchi e poveri, ma lo spreco di energia e di acqua per produrre cibi e altri prodotti destinati alla spazzatura. Seguendo questa volta un’idea nata in Danimarca con i primi negozi “WeFood”, votati a ridistribuire il cibo in eccesso o prossimo a scadenza non solo ai più bisognosi, ma anche alle persone con poche risorse economiche o intenzionate a non sprecare cibo. Iniziativa nata lì grazie ad una riforma legislativa che vietava ai supermercati di buttare il cibo nella spazzatura, dovendolo donare o dovendo pagare delle multe salate per farlo. Una filosofia della sostenibilità destinata a «ridurre la povertà» allo scopo di «raggiungere la pace e la realizzazione dei diritti umani», come dichiara l’Ong. Else Hukkanen, la project manager di “WeFood”, convinta che questa soluzione «previene lo spreco di alimenti, aiuta le persone nei Paesi del terzo mondo e offre ai volontari un significativo modo di partecipare».

Quello che l’economia circolare comporta è, quindi, nientemeno che un cambiamento radicale di mentalità e priorità: una necessità, che ha bisogno, a sua volta, di essere regolamentata e misurata. Dopo i risultati della consultazione pubblica terminata lo scorso ottobre, il Ministero dell'Ambiente ha così pubblicato la versione consolidata del documento “Economia circolare ed uso efficiente delle risorse - indicatori per la misurazione dell’economia circolare”. Iniziata il 30 luglio 2018 e terminata il 1 ottobre 2018, l'azione ha, infatti, visto la partecipazione di 87 soggetti, di cui 67 in rappresentanza dell’organizzazione per cui lavorano e 20 come privati cittadini. Un lavoro condiviso che vede come obiettivo specifico quello di fornire uno strumento efficace per la transizione verso l’economia circolare, che si basi su principi quali la coerenza, la semplificazione dei processi, ottimizzando la governance ambientale ed allo stesso tempo rimuovendo gli ostacoli che la normativa stessa contiene. La revisione della normativa mira, inoltre, ad individuare strumenti economici che, anche attraverso una riforma fiscale ambientale, possano incentivare l’adozione di modelli più sostenibili nonché stimolare nuove attività di comunicazione e sensibilizzazione dei cittadini sui modelli di consumo moderni, aspirando, infine, all’attuazione di un nuovo modello economico che possa essere, per il mercato, ma anche per il consumatore, contemporaneamente efficiente, sostenibile e soprattutto trasparente. Così, mentre in Parlamento riprende l’iter legislativo per il recepimento della legislazione europea, nell’ordinamento nazionale delle Direttive contenute nel cosiddetto “Pacchetto sull’Economia Circolare” , risulta che l’industria del riciclo, con il suo 50% del valore aggiunto e il 35% degli occupati, sia proprio il comparto più rappresentativo di questa economia circolare, che comprende sia le attività industriali sia quelle commerciali. Secondo i dati forniti da Eurostat, l’Italia è, infatti, il paese europeo con la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti. “Con il 77% dei rifiuti totali avviati a riciclo, presenta un’incidenza più che doppia rispetto alla media europea (37%) e ben superiore a quella degli altri grandi paesi europei: la Francia è al 54%, il Regno Unito al 44% e la Germania al 43%”. I flussi più rilevanti sono rappresentati dai materiali riciclabili tradizionali (carta, plastica, vetro, metalli, legno). In termini assoluti, la quantità riciclata dell’Italia è di oltre 56 milioni di tonnellate, inferiore solo a quella della Germania che è di poco superiore ai 72 milioni di tonnellate.

L’Italia quindi, ed i dati lo confermano, sta dimostrando di essere in prima linea per quanto riguarda l’economia circolare (con un fatturato che raggiunge ormai gli 88 miliardi di euro, più 22 circa di valore aggiunto, e conta oltre 570 mila occupati) ed il 2019 potrebbe essere davvero l’anno decisivo per il superamento sia dell’emergenza rifiuti e sia del decollo della stessa economia nel nostro Paese. Ma prima occorre rimuovere con urgenza le barriere ancora oggi presenti. Il recepimento della direttiva europea, l’approvazione dei decreti ministeriali, il rafforzamento dei sistemi consortili, la realizzazione dei nuovi impianti e la costruzione del mercato dei prodotti riciclati dovranno così essere le prime priorità dell’agenda politica nazionale. L’anno della svolta potrebbe essere proprio questo.

Giovanni Bozzetti

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Tue, 12 Feb 2019 17:28:20 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/483/1/dalla-finlandia-all-italia-mentalita-e-priorita-diverse-per-l-economia-del-futuro giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
World Economic Forum, quest’anno a Davos si parla di globalizzazione 4.0 http://www.giovannibozzetti.net/post/482/1/world-economic-forum-quest-anno-a-davos-si-parla-di-globalizzazione-40

Sarà a causa dell’ambiente, sarà dovuto alla grande quantità di soldi in gioco, rimane il fatto che il tema dell’economia circolare quest’anno sbarca a Davos per l’edizione 2019 del World Economic Forum. Dal 22 al 25 gennaio il consueto appuntamento sulle Alpi svizzere ha visto la maggior parte dei leader politici mondiali, nonostante defezioni di una certa rilevanza, dei grandi della finanza e di alcune imprese in cima alla classifica dell’innovazione ritrovarsi a parlare di “globalizzazione 4.0” in un momento critico in cui sono visibili a tutti le difficoltà di un mondo che va verso una “profonda instabilità globale” legata all’impatto rivoluzionario della Quarta rivoluzione industriale, quella dei robot e del digitale. Il concetto, apparso già in un libro di Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo dell’organizzazione con sede a Ginevra, si riferisce alla combinazione di tecnologie digitali che sta modificando il modo di vivere, lavorare e produrre con velocità senza precedenti. La quarta rivoluzione industriale, l’era dell’intelligenza artificiale, della realtà aumentata, della stampa 3D, dei veicoli autonomi e degli oggetti connessi, è al tempo stesso una promessa e un rischio, l’opportunità di aumentare il benessere e migliorare la qualità della vita e la salute dell’ambiente e delle persone, ma anche il timore di aggravare le disparità economiche, le tensioni politiche e sociali, l’esclusione di chi non abbia le giuste competenze. Le tecnologie digitali sono ormai così essenziali per tante attività, ma anche per le nostre vite economiche e sociali al punto che diventa, infatti, sempre più difficile separare il “tech” dal “non-tech”. Basti ricordare che ci sono voluti 75 anni perché il telefono raggiungesse 100 milioni di persone, ma ad esempio alla app per cellulari “Pokemon Go” è bastato un mese, nel 2016, per coinvolgere oltre 100 milioni di giocatori. La sfida ora, sia per aziende che per governi, è da un lato, tenere il passo col cambiamento, dall’altro, evitare che la trasformazione non aggravi il divario digitale, spazzando via imprese che non innovano, lasciando intere aree non coperte dalla connettività e dai servizi e tagliando fuori intere fasce della popolazione dalle opportunità economiche e sociali della quarta rivoluzione industriale. Ma solo la conoscenza del fenomeno dell’hitech pervasivo e intelligente e lo sviluppo delle nuove competenze possono arginarne eventuali effetti negativi, di qui, come sottolineato durante il WEF l’importante ruolo delle skill, il valore della governance della trasformazione digitale e della collaborazione tra Stati. Troppo spesso, infatti, la tecnologia rimane misteriosa proprio per i decisori politici creando un grave vuoto per il mondo produttivo e gli utenti finali, perché le innovazioni come l’AI vanno comprese e, in parte, regolate.

Arrivato alla sua 49esima edizione il WEF è iniziato con il rilascio del Global Risks Report del World Economic Summit, che ha evidenziato l’instabilità economica geopolitica attuale, causata anche dalla mancanza di collaborazione nella risoluzione dei problemi mondiali. Ed infatti, rispetto ad un anno fa, il menù dei rischi, dalla gestione del cambiamento climatico al commercio internazionale, non ha fatto altro che arricchirsi: la Brexit in bilico, l’ascesa dei partiti populisti in Europa, l’inizio della guerra dei dazi fra Usa e Cina sono solo alcune delle novità che il 2018 ha portato con sé. Di queste sfide prossime che dovremo tutti affrontare salta subito all’occhio però come la maggior parte dei temi sia legata all’ambiente.

Anche l’attivista svedese Greta Thunberg, di 16 anni, ha partecipato alle sessioni sul clima del World Economic Forum per portare ancora una volta all’attenzione dei leader del mondo il suo messaggio in difesa del pianeta come aveva già fatto in occasione della Cop24 in Polonia con un discorso diventato poi virale. A Davos, forte e sicura di sé, non è stata comunque da meno quando ha affermato che “La verità è che fondamentalmente non stiamo facendo nulla. Sì, alcune persone stanno facendo più di quel che possono ma sono troppo poche o troppo distanti dalla possibilità di fare la differenza in questo momento. […] Per il bene della vita e di questo bellissimo pianeta, vi chiedo di stare dalla parte giusta della storia. Vi chiedo di impegnarvi a fare tutto ciò che è nel vostro potere nello spingere le vostre attività economiche e i vostri governi ad essere in linea con un mondo con una temperatura aumentata di 1,5 gradi”. Dal rapporto di “Circularity Gap Report”, pubblicato da Circle Economy e presentato proprio al vertice di Davos, risulta che ogni anno l’economia mondiale estrae 92,8 miliardi di tonnellate di materie prime, tra minerali, combustibili fossili, metalli e biomassa, e nonostante decenni di avvertimenti sui conseguenti impatti per clima e sicurezza delle risorse, solo il 9% di questi materiali viene riutilizzato e così risulta che l’uso delle risorse globali è più che triplicato dal 1970 a oggi e potrebbe raddoppiare nuovamente entro il 2050 senza serie azioni di contrasto. Come ha dichiarato il CEO di Circle Economy, Harald Friedl: “Riciclare, migliorare l’efficienza delle risorse e i modelli di business circolari offrono enormi opportunità per ridurre le emissioni: un approccio sistemico all’applicazione di queste strategie farebbe pendere l’equilibrio a nostro favore nella battaglia contro il riscaldamento globale. […] Un mondo che contenga l’aumento di temperatura a 1,5 gradi non può che essere un mondo circolare”.

Dal 1973 ogni tematica scelta a Davos ha indicato una direzione, tracciando una linea da seguire se si vogliono capire le scelte economiche ed i dibattiti negli anni a venire. L’economia circolare è una di queste, e si inserisce nel solco tracciato dagli United Nations Sustainable Development Goals, cioè gli obiettivi di sviluppo che le Nazioni Unite si sono date nel 2015 come fari guida per uno sviluppo sostenibile nel quindicennio successivo; obiettivi che dovrebbero consentire alla Terra, tra molte altre cose nobili, anche di resistere all’impatto di 3 miliardi di nuovi consumatori che nel 2030 si affacceranno sui mercati. Un percorso non solo virtuoso negli intenti, ma secondo gli analisti anche nelle possibilità concrete di generare denaro, industrie e nuovi mestieri: le stime del WEF parlano, infatti, di circa 3 mila miliardi di dollari di “nuove opportunità”, una fetta non piccola degli 88 mila miliardi del PIL mondiale. Anche per questo a maggio scorso l’Unione europea ha approvato una legislazione vincolante che impone agli Stati membri un concreto cambio in quella che viene chiamata la “gerarchia dei rifiuti”, cioè la modalità del loro smaltimento e riuso, nonché la responsabilità sulla loro produzione. Non solo di ambientalismo quindi si parla, bensì anche di denaro. Quando anche l’assise del World Economic Forum decide di occuparsi dell’economia circolare, significa che la faccenda si è fatta seria.

Giovanni Bozzetti

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Fri, 1 Feb 2019 18:45:13 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/482/1/world-economic-forum-quest-anno-a-davos-si-parla-di-globalizzazione-40 giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Servizi ambientali, la nuova frontiera di Ambienthesis http://www.giovannibozzetti.net/post/481/1/servizi-ambientali-la-nuova-frontiera-di-ambienthesis

Intervista al Presidente della società che nel settore è punto di riferimento in Italia

SERVIZI AMBIENTALI, LA NUOVA FRONTIERA DI AMBIENTHESIS

Giovanni Bozzetti: la nostra forza è l'approccio sistemico.
E ora si punta sullo sviluppo internazionale

Presidente Bozzetti, Ambienthesis è al vertice del panorama nazionale nei servizi ambientali e nel waste management. Specializzata in interventi di bonifica, di risanamento ambientale e di trattamento, recupero e smaltimento di rifiuti speciali, pericolosi e non pericolosi. Possiede e gestisce l'impianto sito ad Orbassano, la più grande piattaforma in Italia per il trattamento dei rifiuti speciali pericolosi. Quello che colpisce è però l'approccio sistemico ai servizi ambientali. Come si traduce in concreto questo approccio sistemico, perché è una delle chiavi del vostro successo?

Uno dei nostri principali punti di forza che ci consente di essere l'azienda privata leader del settore del ciclo integrato di smaltimento rifiuti è proprio l'approccio sistemico ai servizi ambientali che ci vede coprire tutte le fasi ad esclusione della raccolta. Questo consente importanti economie di scala con una razionalizzazione dei costi che si accompagna ad una proposizione commerciale ad alto valore aggiunto, che viene altamente apprezzata dai nostri clienti.

L'altro punto di forza della società Ambienthesis S.p.A è la grande attenzione all'innovazione tecnologica. Può farci il punto della situazione su questo tema soprattutto nel vostro core business, che è il trattamento, il recupero e il riciclaggio dei rifiuti?

In un mercato ormai globalizzato bisogna sicuramente investire molto nella formazione del personale sia a livello del management che delle singole maestranze, ma l'investimento più rilevante deve sempre essere nella continua ricerca di nuove tecnologie in grado di migliorare i processi di trattamento e smaltimento dei rifiuti. Il capitale umano e le innovazioni tecnologiche rappresentano gli elementi qualitativi che consentono di differenziarsi sul mercato caratterizzato da una sempre più spinta concorrenza globale. Stiamo affinando in proposito una serie di tecnologie innovative sia per le bonifiche dei terreni che per l'incene-rimento dei rifiuti con sistemi mobili.

La semestrale 2018 del gruppo è andata molto bene, con ricavi in crescita del 35,7%, il margine operativo lordo in fortissimo miglioramento (+182,3%) e un utile lordo che ribalta il segno meno dello stesso periodo dello scorso anno. L'agenzia di rating Cerved, inoltre, ha aumentato la valutazione assegnata al gruppo. Alla luce di questi risultati, quali sono le previsioni per l'intero 2018?

Gli ottimi risultati acquisiti nella semestrale, frutto di un'intensa e pervicace razionalizzazione de costi e di una spinta azione commerciale, ci infondono grande motivazione per migliorare sempre di più le performance aziendali e le previsioni per l'intero 2018 sono, al momento, molto positive.

Il settore ambientale è cruciale per lo sviluppo sostenibile e appare in espansione, sia come quantità che come qualità dei servizi. Ci sono in questo settore, secondo il suo parare, opportunità occupazionali interessanti per i giovani? E quali sono le figure professionali più promettenti?

La tematica della salvaguardia ambientale è assolutamente cruciale per garantire le migliori condizioni di vivibilità alle generazioni future. Bisogna occuparsi di più di ambiente e sviluppare, partendo sin dalle scuole, una marcata coscienza e cultura ambientale. Sono certo che questa nuova sensibilità si tradurrà presto in un cospicuo aumento delle opportunità occupazionali con necessità di figure professionali tecniche altamente qualificate. Mi auguro che accanto al Bilancio Sociale possa acquisire dignità e rilevanza anche il Bilancio Ambientale.

Ambienthesis punta su un gande sviluppo internazionale. In questo quadro è stato firmato, lo scorso luglio, un importante accordo di partnership con Beeha Sharjà Environment, la società leader degli Emirati Arabi Uniti sia nella raccolta di rifiuti urbani e speciali, sia nelle fonti rinnovabili. Cosa vi attendete da questa intesa, quali opportunità offre al gruppo? E, più in generale, quanto conta l'espansione a livello internazionale nelle vostre strategie?

L'intesa con Beeah assume una straordinaria rilevanza strategica poiché ci consentirà di apportare sul mercato del Medio Oriente la nostra esperienza trentennale in termini di know-how e valore aggiunto in settori quali la gestione del ciclo integrato di smaltimento e valorizzazione dei rifiuti industriali, le bonifiche ambientali e la termovalorizzazione.
Il nostro Gruppo ha un ambizioso programma di crescita che vede nel processo di internazionalizzazione un fondamento imprescindibile per coronare il sogno del fondatore, degli azionisti e delle maestranze di divenire un punto di riferimento per la salvaguardia del pianeta e delle generazioni future.

Il tema dello sviluppo sostenibile si intreccia strettamente con quello delle energie rinnovabili. Come si posiziona Ambientheis rispetto a questo tema?

Poniamo sempre grande attenzione alla correlazione tra sviluppo sostenibile ed energie rinnovabili come testimoniato dal virtuoso esempio del parco fotovoltaico creato sulla discarica di Barricalla o della produzione di biogas da frazione organica. Vi è nel nostro Gruppo il legittimo orgoglio di concorrere a creare migliori condizioni di vita dell'umanità all'insegna dello sviluppo sostenibile e dell'economia circolare.

Articolo originale su ITALIA informa

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Fri, 18 Jan 2019 15:59:55 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/481/1/servizi-ambientali-la-nuova-frontiera-di-ambienthesis giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Verso un Planet Plastic: numeri impressionanti per la plastica nel mondo http://www.giovannibozzetti.net/post/480/1/verso-un-planet-plastic-numeri-impressionanti-per-la-plastica-nel-mondo

Dopo una lunga analisi iniziata ormai due anni fa, è stato da poco pubblicato su Science Advances, e recentemente premiato dalla Royal Statistical Society, uno studio sulla quantità di plastica prodotta fin dall’inizio degli anni 50, ossia quando il materiale qui citato è entrato nella produzione di massa. E persino gli scienziati che hanno quantificato per la prima volta la plastica prodotta, eliminata, bruciata e portata nelle discariche sono rimasti sconvolti dall’entità di tali numeri: una quantità di plastica quasi incomprensibile per una produzione che, iniziata appena 60 anni fa, ha avuto un’accelerazione assurda fino a toccare gli 8,3 miliardi di tonnellate, la maggior parte delle quali sotto forma di prodotti monouso che si trasformano, purtroppo, rapidamente in rifiuti. Di questo numero solo il 12% è stato incenerito ma, considerando che la plastica impiega oltre 400 anni a degradarsi, risulta che la maggior parte di quella prodotta negli anni esiste ancora oggi in una qualche altra forma. Così, se continuiamo a questi ritmi, entro il 2050 ci saranno 12 miliardi di tonnellate di plastica nelle discariche. Una quantità talmente elevata e una durabilità così prolungata nel tempo che “finirebbe per incrinare qualsiasi sistema non adeguatamente preparato” secondo l’analisi dei ricercatori interessati a questa analisi globale.

Lo studio globale su tutta la plastica che l’umanità ha prodotto fino ad oggi è nato proprio dalla curiosità degli scienziati di analizzare l’enorme quantità di plastica che finisce negli oceani e i danni che essa provoca a uccelli, pesci e altri animali marini. Per arrivare alla cifra record di 8,3 miliardi di tonnellate di plastica prodotte dagli anni ’50, gli scienziati hanno compilato statistiche di produzione per resine, fibre e additivi provenienti da una varietà di fonti industriali e li hanno accorpati secondo il tipo e il settore di consumo. È così che hanno scoperto che “la produzione mondiale di materie plastiche è aumentata dai 2 milioni di tonnellate degli anni ’50 agli oltre 400 milioni di tonnellate nel 2015”, superando la maggior parte degli altri materiali creati dall’uomo, ad eccezione dei materiali che vengono utilizzati ampiamente nell’industria delle costruzioni, come l’acciaio e il cemento. Gran parte della crescita nella produzione di plastica è però legata all’aumento delle confezioni: rappresentano oltre il 40% delle plastiche non fibrorinforzate. Secondo lo studio metà delle resine e fibre utilizzate nella produzione di plastica risale agli ultimi 13 anni. La Cina, da sola, ha prodotto il 28% di queste resine a livello globale e il 68% di poliammidi, poliesteri e fibre acriliche. Una rapida accelerazione del comparto manifatturiero della plastica, che finora è grossomodo raddoppiato ogni 15 anni, superando quasi tutti gli altri materiali artificiali oggi esistenti. Con la differenza sostanziale che altri materiali sono utilizzati per durare decenni nella loro funzione originaria, come ad esempio l’acciaio ed il cemento, mentre invece metà della plastica prodotta finisce per diventare rifiuto una volta usata, e di solito sempre in meno di un anno. Inoltre degli 8,3 miliardi di tonnellate prodotti fino al 2015, 6,3 sono diventati rifiuti. Solo il 9% di questi 6,3 miliardi di tonnellate è stato però riciclato, mentre la quota più grossa, ossia il 79%, si sta accumulando nelle discariche o finendo nell’ambiente, dispersa come immondizia. A un certo punto la maggior parte di questa plastica finirà negli oceani, la meta finale. Una delle statistiche più citate, e servita come vero e proprio grido di allarme per segnalare che va fatto qualcosa, è proprio quella che, secondo le temibili previsioni, entro la metà del secolo negli oceani ci sarà più plastica che pesci.

Stiamo rapidamente andando verso un “Planet Plastic” e, se non vogliamo vivere in questo tipo di mondo, allora dobbiamo ripensare a come utilizziamo alcuni materiali, in particolare la plastica. Considerando che il 91% dei rifiuti in plastica prodotti fino al 2015 non è stato mai riciclato, oggi riuscire a gestire i rifiuti di plastica risulta un’impresa talmente enorme che richiede un approccio globale e completo in cui vengono ripensate la chimica, il design del prodotto, le strategie di riciclo e le abitudini del consumatore. Inoltre con percentuali del riciclo pari al 30% in Europa, al 25% in Cina e al 9% negli USA (fermi così dal lontano 2012) non possiamo adagiarci sulle previsioni future. “Come società dobbiamo considerare se vale la pena rinunciare a un po’ di comodità per un ambiente pulito e in salute. […] Per alcuni prodotti, estremamente problematici per l’ambiente, forse possiamo pensare a materiali differenti. O a smettere di usarli” è stata la conclusione di Roland Geyer, specializzato in ecologia industriale e leader dello studio appena descritto. Quello di Geyer  è lo stesso team di ricercatori che nel 2015 aveva condotto uno studio pubblicato su Science che aveva calcolato quanti rifiuti di plastica finiscono negli oceani: nel 2010 sarebbero stati 8 milioni di tonnellate. Ci sono settori in cui le materie plastiche sono indispensabili, soprattutto nei prodotti progettati per la durabilità. Ma credo fermamente che sia necessario guardare attentamente al nostro uso estensivo delle materie plastiche e chiederci quando l’uso di questi materiali abbia, o non abbia, senso. La “peste” della plastica non è, infatti, frutto del destino beffardo, ma la normale conseguenza della cattiva gestione, recupero, riciclo e riuso fatto fino ad oggi del materiale: se il ciclo dei rifiuti non si chiude, quindi , diventerà ancora di più un problema per tutti noi. Lo studio intitolato “Production, use, and fate of all plastics ever made” vuole essere così un punto di inizio per una futura migliore gestione dei prodotti. Solo capendo veramente il problema si può iniziare ad arginarlo ed a trovare soluzioni funzionali per risolverlo, anche perché, oltre a quella già esistente, non c’è da dimenticarsi che ogni anno che passa nuova plastica viene prodotta a ritmi assurdi per il nostro ecosistema, ormai saturo di un prodotto tanto utile quanto pericoloso. Ci troviamo ora in una situazione nella quale siamo in netto svantaggio e possiamo solo recuperare, ed in fretta.

Giovanni Bozzetti

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Tue, 8 Jan 2019 17:22:31 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/480/1/verso-un-planet-plastic-numeri-impressionanti-per-la-plastica-nel-mondo giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Rifiuti Urbani ed economia circolare, Italia prima in Europa, nonostante tutto. http://www.giovannibozzetti.net/post/479/1/rifiuti-urbani-ed-economia-circolare-italia-prima-in-europa-nonostante-tutto

Frutto di una complessa attività di raccolta, analisi ed elaborazione di dati da parte del Centro Nazionale per il Ciclo dei Rifiuti dell’ISPRA (in attuazione di uno specifico compito istituzionale previsto dall’art. 189 del d.lgs. n. 152/2006) è stato presentato pochi giorni fa al Senato il “Rapporto Rifiuti Urbani”. Giunto ormai alla sua ventesima edizione il rapporto fornisce i dati, aggiornati all’anno 2017, sulla produzione, raccolta differenziata, gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti di imballaggio, compreso l’import/export, a livello nazionale, regionale e provinciale. Il testo riporta, inoltre, le informazioni sul monitoraggio dell’ISPRA sui costi dei servizi di igiene urbana e sull’applicazione del sistema tariffario. Dai dati raccolti con una riduzione dell’1,7% rispetto al 2016, si attesta a 29,6 milioni di tonnellate la produzione in Italia di rifiuti urbani. Dato che confrontanto con quello del 2013 riporta così, nel quinquennio preso in esame, una sostanziale stabilità della produzione (+0,08%). Il calo si riscontra inoltre in tutte le macro-aree geografiche, risultando pari al -2,2% nel Sud, al -2% nel Centro e al – 1,4% nel Nord. La maggiore contrazione si osserva sopratutto per l’Umbria (-4,2%), seguita da Molise (-3,1%), Basilicata (-2,8%) e Toscana (-2,7%). Le province che risultano invece con i valori più alti di rifiuti urbani per abitante sono quelle dell’Emilia Romagna (dove è giusto precisare però che, secondo i regolamenti comunali di quelle aree, ai rifiuti urbani vengono assimilati anche tipologie similari di rifiuti speciali derivanti da attività commerciali, aziende artigianali e di servizio). Dal testo risulta inoltre che, per la prima volta, l’Italia raggiunge la media nazionale del 55% nella raccolta dei rifiuti con netti passi avanti da parte di tutte le Regioni. Più alti i valori al Nord (66,2%), più bassi al Sud (41,9%), mentre il Centro Italia si colloca poco al di sotto della media nazionale (51,8%). La regione con la più alta percentuale di raccolta differenziata, pari al 73,6% è il Veneto, seguita da Trentino Alto Adige con il 72%, Lombardia con il 69,6% e Friuli Venezia Giulia con il 65,5%. Il Comune di Venezia, tra le 15 città italiane con popolazione superiore ai 200.000 abitanti, si conferma eccellenza nazionale sulla raccolta differenziata dei rifiuti raggiungendo il primo posto, ex-aequo con Milano, con una percentuale di raccolta differenziata pari al 57,8% del totale tra le Città metropolitane. Risultato di prestigio che testimonia come, ponendo attenzione al tema dell’economia circolare, una meta di milioni di visitatori annui possa al tempo stesso sviluppare un sistema e una mentalità sempre più green ed ecosostenibile, generando economia e posti di lavoro.

Proprio del tema dell’economia circolare si è parlato a Roma pochi giorni fa durante la prima conferenza annuale sulla Piattaforma Italiana per l’Economia Circolare (ICESP), coordinata da ENEA. Il risultato dei dati presentati è che l’Italia oggi primeggia in Europa per numero di occupati, valore aggiunto, brevetti e nel campo del riciclo superando persino Francia, Germania e Regno Unito. Allo stesso tempo però rispetto agli investimenti nel settore siamo molto al di sotto dei tre Paesi appena citati a conferma delle nostre ottime prestazioni pur con strumenti non del tutto adeguati. Uscire dalle logiche di un’economia lineare riducendo la produzione di rifiuti e trasformando il rifiuto in risorsa non è solo utile e auspicabile per l’ambiente, ma può diventare economicamente vantaggioso. Esistono però oggi ancora degli ostacoli che, più che tecnici, sono burocratici e legati ad una legislazione nazionale spesso poco attenta. Nel nostro Paese manca, infatti, una normativa che sostenga totalmente l’economia circolare: in particolare sarebbe utile avere un’applicazione più efficace delle norme sull’end of waste in grado di avviare il mercato di una vasta gamma di materie prime, in tempi certi e al passo con le esigenze del sistema paese. Sarebbe, inoltre, necessario rendere l’applicazione della disciplina del sottoprodotto certa e uniforme sul territorio nazionale, in maniera tale da consentire l’adozione di pratiche di simbiosi industriale come normali pratiche di gestione e valorizzazione degli scarti; simbiosi industriale che peraltro, si configurerebbe come un’efficace strategia per la prevenzione della produzione di rifiuti.

L’economia circolare è importante oggi perché è l'unico modello di business che se osservato in una prospettiva di medio-lungo periodo, può garantire al nostro Paese la sostenibilità. Questo perché, essendo noi tutti in una situazione di risorse limitate, dovremo prima o poi affrontare seriamente questo problema, con un modello che possa sia rispettare l’ambiente sia salvaguardare le generazioni future. Le direttive europee fissano, infatti, due obiettivi per il 2035: riciclare il 65 per cento dei rifiuti e non superare la soglia del 10 per cento per gli invii in discarica. Ad oggi siamo a buon punto, come già detto, ma ancora molto c’è da fare, ed il problema principale riguarda proprio la carenza di impianti per trattare i rifiuti e trattenere all’interno delle nostre Regioni tutto il ciclo di gestione dei rifiuti, che ha importanti ricadute anche sotto il profilo economico. Molti scarti, che oggi escono dal sistema produttivo potrebbero, infatti, mantenersi al suo interno con un concreto vantaggio sia per la collettività, sia per le imprese; ma il vantaggio economico può nascere solo se si crea un mercato funzionale per i prodotti dell’economia circolare capendo, da una parte, chi possono essere i potenziali acquirenti e dall’altra chiedendo di fare acquisti verdi a chi è già obbligato, come, ad esempio, gli enti pubblici. L’approccio tecnico e non politico resta comunque, a mio avviso, l’unica via percorribile per strutturare un piano realistico che liberi le nostre città dalle ricorrenti emergenze.

Giovanni Bozzetti

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Mon, 17 Dec 2018 17:09:00 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/479/1/rifiuti-urbani-ed-economia-circolare-italia-prima-in-europa-nonostante-tutto giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Il segreto della Green Economy: puntare sull’ambiente per rilanciare il Paese http://www.giovannibozzetti.net/post/478/1/il-segreto-della-green-economy-puntare-sull-ambiente-per-rilanciare-il-paese

Puntare sull’ambiente per creare 3 milioni di posti di lavoro in più. Un riassunto, alquanto semplicistico, della prima giornata di lavori degli Stati generali della green economy potrebbe, in definitiva, essere questo. Partendo dai tanti problemi attuali, come ad esempio l’accumulo della plastica in mare o il consumo del suolo, possiamo trasformare questo momento storico in qualcosa di diverso rispetto al passato, cogliendo le opportunità e le possibilità che il nostro Paese ci dà. Per fare dell’Italia un posto migliore e con un’ occupazione di maggiore qualità bisognerebbe, oggi ancora più di ieri, investire maggiormente nei settori chiave dell’ambiente.

I dati che confermano questa affermazione si trovano nella relazione 2018 sullo Stato della green economy in Italia, presentati tra il 6 ed il 7 novembre durante Ecomondo. Secondo il documento presentato da Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile e del Consiglio nazionale della green economy, si evince che il nostro Paese non solo non parte da zero, ma è anche già leader in alcuni ambiti, come il tasso di circolarità (pari al 18, 5 per cento) che ci vede primi in Europa, o lo smaltimento di rifiuti speciali. Anche i dati del bio si attestano su buoni risultati con una crescita del 20% dal 2016 al 2017 con circa 1,8 milioni di ettari interessati al fenomeno. Negativi sono, invece, i dati che si riferiscono alle emissioni, aumentate insieme ad una lieve crescita del PIL, al consumo del suolo dove vengono sprecati circa 15 ettari giornalieri, all’abusivismo, che nel Sud Italia raggiunge percentuali vicine addirittura al 50%. La priorità ambientale internazionale del clima, inoltre, non sta seguendo una traiettoria positiva con i ritmi attuali che rendono sempre più difficile non compromettere l’Accordo di Parigi, nonostante le cause dei cambiamenti climatici, riduzione della biodiversità o eventi estremi ad esempio, siano sempre più evidenti agli occhi di tutti ed in ogni paese del mondo. Trend negativi internazionali che potrebbero, però, essere superati se gli obiettivi ambientali marciassero insieme a sviluppo tecnologico e innovazione. Chiaramente questi cambiamenti globali implicano anche differenze settoriali e regionali nel momento in cui la realizzazione di nuovi posti di lavoro in un settore come quello delle rinnovabili comporterà una perdita di occupazione nei fossili (ma tutto a vantaggio, ce lo assicurano, dell’economia green). Su ogni dato qui descritto, inoltre, si può ancora lavorare e migliorare cercando di cogliere le varie opportunità che possono nascere non solo dalle eccellenze che già esistono ma soprattutto dalle problematiche risolvibili.

Appena conclusa a Rimini, la due giorni verde (organizzata dal Consiglio nazionale della Green economy con il supporto della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, in collaborazione con il ministero dell’Ambiente ed il patrocinio del ministero dello Sviluppo Economico e la Commissione europea) ha rappresentato così l’occasione per il mondo istituzionale, imprenditoriale e civile per confrontarsi sul tema della green economy divenuta ormai un percorso attuale e urgente per rilanciare l’economia in Italia. Ed è stato record di numeri per questa VII edizione con circa 80 relatori italiani ed internazionali e circa 3000 presenze, che hanno visto, inoltre, la partecipazione di oltre 50 organizzazioni di impresa e consorzi che hanno avanzato proposte per sostenere l’affermazione della green economy in Italia. Successo anche sul fronte social con circa 1600 tweet con l’hashtag #statigreen18, ed oltre 350 utenti coinvolti nella discussione, con un’audience potenziale di quasi 700.000 profili (oltre 10 milioni di impressions, ossia visualizzazioni nella timeline). La green economy e l’interesse che suscita è, quindi, oggi in una fase di ascensione e di vitalità, l’augurio è che la politica sappia ora interpretare questa forte spinta e contribuisca con scelte normative adeguate, a partire, ad esempio, dall'urgente ridefinizione della normativa “end of waste” ossia quella che consente di considerare i rifiuti materie seconde. In cinque anni, secondo i dati degli esperti del settore, si potrebbero produrre, infatti, ricavi per 370 miliardi di euro e più di 129 di valore aggiunto, con un totale di 3,3 milioni di nuovi occupati se si considera anche l’indotto, come già detto ad inizio articolo. Cifre da capogiro che richiedono però, già da ora un piano concreto da parte del governo tutto, coinvolgendo evidentemente non solo il ministero dell’ambiente, ma in modo trasversale anche gli altri ministeri al fine di investire in dieci specifiche misure, ossia: raddoppiare le fonti energetiche rinnovabili, migliorare l’efficienza energetica degli edifici, realizzare i nuovi target europei di riciclo dei rifiuti, realizzare programmi di rigenerazione urbana, raddoppiare gli attuali investimenti in eco-innovazione, mettere in atto misure di mobilità sostenibile, potenziare l’agricoltura sostenibile e biologica, riqualificare il sistema idrico, rafforzare la prevenzione del rischio idrogeologico e bonificare i siti inquinati. Non ultimo il capitolo sulla plastica, secondo il quale bisognerebbe potenziare il riciclo, ma anche ridurre la produzione al fine di limitare i rifiuti. Troppa plastica non viene , infatti, ancora riciclata a dovere, per questo bisognerebbe lavorare sui prodotti, sull’eco-design e sull’eco-innovazione. Affidarsi poi alla tecnologia, già pienamente disponibile, per creare plastiche biodegradabili al fine di limitarne a lungo termine la permanenza nell’ambiente è doveroso nonché auspicabile. Esistono, insomma, ottime prospettive, sia per l’economia sia per l’occupazione, che meritano di essere colte al volo.

Giovanni Bozzetti

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Tue, 20 Nov 2018 17:20:15 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/478/1/il-segreto-della-green-economy-puntare-sull-ambiente-per-rilanciare-il-paese giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
CGT 2018 http://www.giovannibozzetti.net/post/477/1/cgt-2018

Conferenze di Geotecnica di Torino
XXV Ciclo
8 e 9 Novembre 2018

Analisi e progetto delle opere Geotecniche in zona sismica

Partecipazione di Ambienthesis in qualità di sponsor

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Thu, 15 Nov 2018 17:01:56 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/477/1/cgt-2018 giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Green Economy, ad Ecomondo per scoprire il ruolo e le prospettive dell’Italia http://www.giovannibozzetti.net/post/476/1/green-economy-ad-ecomondo-per-scoprire-il-ruolo-e-le-prospettive-dell-italia

Più di 1300 imprese si troveranno, tra il 6 ed il 7 novembre, all’interno della Fiera di Rimini per confrontarsi e discutere sull’importante tema dell’economia circolare. Sta infatti per iniziare, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente, il patrocinio del Ministero dello Sviluppo Economico e la Commissione europea, la settima edizione degli Stati Generali della green economy nell’ambito di Ecomondo e Key Energy. Secondo l’UNEP (ossia il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) l’azione per il clima determinerà entro il 2030 la creazione di circa 18 milioni di nuovi impieghi a livello mondiale. Prendendo ad esempio l’industria del fotovoltaico si è registrato nel 2017 un record di incremento di posti di lavoro di circa l’8,7%. Parliamo quindi di un grandissimo generatore occupazionale che, anche in altri campi ed ambiti, può offrire importanti e nuove prospettive occupazionali. Lecito è oggi domandarsi in questo scenario quale sia il ruolo effettivo dell’Italia e quali prospettive di crescita può offrire questo tipo di business al nostro Paese. Quella dell’Expo europeo di Rimini potrebbe essere un’occasione unica per scoprirlo.

La realizzazione di una società sostenibile e competitiva con il coinvolgimento di tutti gli attori del sistema (imprese, istituzioni, associazioni e singoli cittadini) mediante azioni di valorizzazione ambientale (come ad esempio: la riduzione delle emissioni di gas serra, l’uso efficiente delle risorse, il risparmio dell’energia, l’utilizzo delle fonti rinnovabili o il riciclaggio dei rifiuti) è proprio l’obiettivo alla base della Green Economy. Puntare a raggiungere e superare entro il 2020 gli obiettivi della strategia europea, anche premiando le attività che raggiungono standard elevati di efficienza ambientale ed energetica, è uno degli ulteriori scopi che vengono portati avanti. A Rimini i lavori prenderanno il via con una sessione plenaria di apertura durante la quale verrà presentato il Report 2018 sullo stato dell’economia verde insieme alle sette priorità da realizzare nel corso dell’attuale Legislatura. Nel corso di questa edizione, inoltre, si parlerà delle nuove priorità normativo-regolatorie, di ricerca e formazione sul fronte dell’economia circolare, i nuovi processi, anche 4.0 e prodotti annessi alla sua adozione a livello industriale, nelle città e nei territori. Altro punto chiave analizzato sarà la piattaforma elaborata dal Consiglio nazionale della green economy rivolta in particolare ai decisori politici del Parlamento e del Governo, con l’intento di sviluppare un confronto costruttivo. L’evento sarà poi diviso in varie aree tematiche da quella rifiuti e risorse a quella sulla bio-economia circolare passando per l’energia, l’acqua, la bonifica e il rischio idrogeologico, analisi chimiche e monitoraggi e circular city e mobility.

In un Pianeta con risorse naturali limitate, che si è basato fino ad oggi su un modello ad elevato prelievo e consumo di risorse naturali, è necessario per forza di cose cambiare rotta. Sia che si tratti di prodotti tradizionali realizzati dalle nostre filiere industriali, sia che si tratti di sostanze organiche generate dalla terra o dal mare, c’è sempre un filo rosso che li unisce: la possibilità di essere riciclati, riutilizzati e soprattutto valorizzati. La cosiddetta “chiusura del cerchio” : dove tutto nasce, vive, muore e rinasce, magari sotto altre forme, per ritornare nel circuito economico e creare valore aggiunto. L’Europa crede così tanto in questa transizione che due anni fa ha adottato un pacchetto di misure, il “Circular Economy Package”, che stanzia ingenti finanziamenti in favore dei paesi membri: 1.150 milioni di euro gestiti direttamente dall’Ue (650 attraverso il progetto Horizon 2020 e 500 attraverso progetti di partnership pubblico-private, i cosiddetti PPPs) e altri 5,5 miliardi di fondi strutturali a disposizione delle regioni. Nei diversi ambiti della green economy l’Italia si colloca mediamente in seconda posizione in Europa in termini di ricerca ed innovazione, come presenza nei progetti finanziati da Horizon 2020 e dalle correlate Public Private Partnerships, e come numero di start-up innovative.

Per alcuni materiali biologici - come il legno o le fibre vegetali - la circolarità può consistere nel riciclo e nel riutilizzo; per altri - come i rifiuti organici - può consistere nella produzione sia di energia rinnovabile, da biogas e bio-metano, sia di compost che restituisce sostanza organica ai terreni. Diversi utilizzi dei bio-materiali alimentano così quella che viene chiamata la cosiddetta rivoluzione della “bio-economia” che comprende attività economiche in crescita, in grado di generare importanti benefici ambientali e occupazionali. Economia circolare e bio-economia, in quanto attività di una green economy, dovrebbero comunque prestare attenzione complessiva e integrata alla sostenibilità ambientale: il prelievo di materiali biologici, in aumento anche per sostituire quelli non rinnovabili, perché sono biodegradabili e in genere più ecologici e perché sono fonti rinnovabili di energia, non dovrebbe mai andare a discapito della tutela della biodiversità e non dovrebbe cambiare la funzione primaria dell’agricoltura. Si tratta di una partita fondamentale perché le grandezze in gioco sono importanti. La bio-economia ad esempio nel 2014 rappresentava il 9% del totale dell'economia europea e oltre il 25% dei flussi di materiali impiegati: per il 63% provenienti dall'agricoltura, per il 36% dalla silvicoltura e solo l'1% dalla pesca. Secondo le stime dell’OCSE, entro il 2030, le biotecnologie avranno un peso enorme nell’economia mondiale: 50% dei prodotti agricoli, 80% dei prodotti farmaceutici, 35% dei prodotti chimici e industriali, incidendo complessivamente per il 2,7% del Pil globale. In Europa l’economia circolare oggi vale già più di 2 mila miliardi di euro e dà lavoro a 22 milioni di persone; in Italia invece vale 254 miliardi di euro e occupa circa 1,7 milioni di persone. Ogni euro investito nella bio-economia oggi, si aspetta che, genererà un valore aggiunto di 10 euro entro il 2025. Numeri tanto alti per capire che la posta in gioco è altissima.

Giovanni Bozzetti

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Mon, 29 Oct 2018 19:02:41 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/476/1/green-economy-ad-ecomondo-per-scoprire-il-ruolo-e-le-prospettive-dell-italia giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Da Amsterdam a Roma, le ultime iniziative pubbliche per pulire il Pianeta http://www.giovannibozzetti.net/post/475/1/da-amsterdam-a-roma-le-ultime-iniziative-pubbliche-per-pulire-il-pianeta

Se le amministrazioni locali non riescono a trasformare le nostre città in lidi più verdi e puliti, è la genialità e l’impegno dei cittadini che si mette in azione. Così dall’Olanda all’Italia crescono le iniziative pubbliche e private per pulire i nostri Paesi e, se state pianificando un viaggio in territorio olandese nei prossimi mesi, potreste addirittura aggiungere la “pesca alla plastica” alla lista delle cose da fare. Amsterdam, infatti, oltre alle grandi attrazioni che offre, per cui è conosciuta e per cui attrae turisti da ogni parte del mondo, ha un’ anima profondamente “green” : “Plastic Whale”, la prima organizzazione di pesca professionale di plastica al mondo, ne è solo l’ultimo esempio. Accanto al plogging, ovvero fare jogging raccogliendo rifiuti, arriva ora questa idea originale che unisce turismo e amore per l’ambiente. Non aspettatevi, dunque, la tipica escursione. A bordo di una barca elettrica costruita ovviamente con plastica riciclata, la gita per ammirare i monumenti e le architetture della capitale olandese non si limita così solamente a far apprezzare storia e panorama della città come in un qualsiasi tour per visitatori, ma aggiunge questa attività di pesca green alternativa per aiutare l’ambiente.

Nata nel 2011 con l’obiettivo di costruire barche eco-friendly con rifiuti di plastica, ad oggi la flotta di “Plastic Whale” si compone di dieci imbarcazioni realizzate dall’Amsterdam Canal Plastic. Una vera e propria impresa sociale con una missione: rendere le acque del mondo senza plastica e creare valore dai rifiuti di questo genere. Un’iniziativa che, dopo sei anni, è diventata il percorso preferito dai turisti di Amsterdam con il cuore verde. Arrivano da ogni parte del pianeta e hanno ogni età. Sono diversi, ma li accomuna la voglia di risolvere un problema: così dal 2011 i pescatori di plastica sono riusciti a recuperare 146mila bottiglie e tremila buste che sono servite poi a costruire nove nuove imbarcazioni, progetti educativi per scuole ed università, e da pochissimo mobili da ufficio costruiti con la stessa plastica raccolta nei canali. Sempre più richiesta, specialmente dalle aziende per attività di team building, la “crociera” tra i canali di Amsterdam, e da poco anche di Rotterdam, con un biglietto di ingresso di 25 euro (comprensivo di due ore di tour, bevande e spuntino) ha visto, incredibilmente aggiungerei, oltre 15 mila persone partecipare, divertendosi ed allo stesso tempo sentendosi utili al Pianeta unendo l’utile al dilettevole. La stessa prevede, inoltre, un premio per coloro che pescano oggetti originali nei canali utilizzando dei retini per dimostrare alle persone che la plastica non è uno spreco, ma  una materia prima preziosa.

Il segreto di questo successo parte proprio dal fatto di coinvolgere tante persone che, a bordo delle navi, possono sentire di fare qualcosa di utile, spesso applaudite e ringraziate anche da chi, dalla riva, le osserva con ammirazione e stupore. I rifiuti di plastica sono un problema crescente in tutto il mondo: le persone percepiscono questi oggetti come prodotti usa e getta, senza valore. Considerando i dati del World Economic Forum che ci dicono che, degli oltre 322 milioni di tonnellate di plastica solo il 14%  viene riciclato, e, considerato che ogni minuto circa 120.000 bottiglie di plastica finiscono nelle discariche o negli oceani, ogni atto volto a limitare il riciclo e la pulizia del nostro mondo è augurabile ed ovviamente auspicabile da parte di tutti.

“Perchè questo mare di plastica lasci spazio a qualche isolotto di speranza” come ha dichiarato il giornalista Luca Fraioli, spostandoci invece in Italia, il 19 e 21 ottobre andrà in scena l’iniziativa volta a recuperare dal degrado uno spazio urbano ripulendolo dai rifiuti “Oggi raccolgo io”, organizzata da La Repubblica in collaborazione con Legambiente, ed in contemporanea nelle 9 città (Milano, Napoli, Palermo, Bologna, Firenze, Torino, Bari, Genova, Roma) sedi delle redazioni del quotidiano nazionale, città troppo spesso invase da plastica e rifiuti e derubate così della loro bellezza e dignità. Venerdì 19 ottobre saranno gli studenti, assistiti da Legambiente, ad armarsi di guanti, sacchi e rastrelli per recuperare i rifiuti. Domenica 21 ottobre, invece, l'invito sarà rivolto a tutti coloro che hanno a cuore l'ambiente e la bellezza delle nostre città. L’appello è rivolto anche a chi non vive nelle nove città che ospitano la redazione del giornale: chi vorrà, infatti, il 21 ottobre potrà pulire un tratto di strada davanti casa, un parco pubblico, un monumento dimenticato dagli amministratori pubblici, e inviare a Repubblica.it, o postare sui social network, le foto del risultato con l’hashtag #oggiraccolgoio. L’iniziativa in questione è solo una tappa aggiuntiva della campagna lanciata dal quotidiano qualche mese fa in occasione della Giornata mondiale della Terra per sensibilizzare i lettori a un uso responsabile della plastica, materiale irrinunciabile per la sua grande versatilità, ma altrettanto dannoso se disperso nell’ambiente.

Oltre alla denuncia settimanale della tanta plastica abbandonata nell’ambiente arriva ora anche il momento di darsi da fare attivamente per redattori, lettori e cittadini per fare la propria, e la nostra, parte. Dalle parole ai fatti, bisogna dare il buon esempio.

Giovanni Bozzetti

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Mon, 22 Oct 2018 17:28:35 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/475/1/da-amsterdam-a-roma-le-ultime-iniziative-pubbliche-per-pulire-il-pianeta giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Gestione dei rifiuti: dall’Europa agli Emirati, il settore è in crescita http://www.giovannibozzetti.net/post/474/1/gestione-dei-rifiuti-dall-europa-agli-emirati-il-settore-e-in-crescita

La gestione dei rifiuti è un tema che, in un modo o nell’altro, sia che si parli di consumatori o produttori, riguarda tutti, da Paese a Paese. Con stime relative della Banca Mondiale che sostengono che la produzione annuale a livello globale sia destinata ad aumentare di quasi un miliardo e mezzo di tonnellate prima della metà del secolo. Ma in Europa, nonostante la gestione ed il riciclo siano migliorati, esistono ancora gravi lacune nei sistemi nazionali che potrebbero incidere negativamente sul raggiungimento dell’obiettivo fissato per il 2020. Anche per questo motivo la Commissione europea ha pubblicato pochi giorni fa l’ultima revisione sull’attuazione delle norme comunitarie in materia di gestione dei rifiuti all’interno dei Ventotto per includere nuovi e più ambiziosi obiettivi sul “municipal waste”: il 55% da raggiungere entro il 2025, il 60% entro il 2030 e il 65% entro 2035. Il pacchetto economia circolare aggiorna, inoltre, sei differenti direttive: Rifiuti, Discariche, Imballaggi, Veicoli a fine vita, Pile e Accumulatori a fine vita, RAEE, ponendo nuovi obiettivi giuridicamente vincolanti per il riciclaggio e buone pratiche di gestione dei rifiuti da seguire, fissando scadenze prestabilite e armonizzando per la prima volta gli sforzi nazionali verso target condivisi. A tal riguardo il commissario per l’ambiente Karmenu Vella, ha dichiarato: “Con le norme UE in materia di rifiuti adottate di recente dal Parlamento europeo e dal Consiglio dei ministri, l’Europa può diventare il leader globale per la moderna gestione dei rifiuti e sviluppare ulteriormente la propria circular economy. Esistono ancora differenze in tutta Europa, ma sono possibili progressi attuando a livello nazionale e locale alcune azioni identificate nella relazione”.

Le prestazioni degli Stati membri oggi variano, infatti, in modo significativo da Stato a Stato, con oltre la metà dei Ventotto che riferisce di aver già raggiunto l’obiettivo del 2020 nel periodo 2013-2015. Sono diversi i settori in cui è necessario iniziare ad impegnarsi per rispettare il target del 2020 con le dovute contromisure. Guardando, ad esempio, al comparto delle costruzioni e demolizioni, la direttiva quadro europea stabilisce un target 2020 del 70% di preparazione al riutilizzo, riciclo e recupero dei materiali, target ancora lontano. Se si parla poi di RAEE, invece, gli Stati più lenti risultano essere Cipro, Lettonia, Malta e Romania. Specialmente , però, quattordici degli Stati membri, secondo l’esecutivo UE “devono fare di più perché le loro popolazioni e le loro economie possano beneficiare dell’economia circolare”. I paesi citati sono qui: Bulgaria, Croazia, Cipro, Estonia, Finlandia, Grecia, Ungheria, Lettonia, Malta, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia e Spagna.

Cambiando continente, invece, con una quota importante ed in rapida crescita, intanto negli Emirati Arabi Uniti i progetti legati all’ambiente hanno un mercato potenziale stimato dal governo federale in circa 100 miliardi di dollari nel 2020. Pioniere nella raccolta differenziata l’Emirato di Sharjah, ad esempio, potrà contare presto su un’economia “verde” che varrà tra due anni oltre 300 milioni di dollari, a fronte degli attuali 260 milioni, grazie ad attività di riciclo e trasformazione in energia dei rifiuti. Parliamo qui di un business tanto grande ed in crescita che ha spinto anche diverse imprese europee, come la società quotata Ambienthesis del Gruppo Green Holding, ad entrare, grazie ad un’esperienza ultra decennale e tecnologie d’avanguardia, in un’industria non ancora matura ma pronta ad espandersi con grandi numeri. Lo sviluppo accelerato in corso negli Emirati (economico, urbano e demografico) produce molti “scarti” e ha posto sfide significative perché l’obiettivo finale è quello dell’agenda Vision 2021 secondo la quale il 75% di tutti i rifiuti degli EAU dovrebbe essere dirottato dalle discariche entro il 2021 e il 27% del fabbisogno energetico coperto da fonti pulite. Secondo la Banca mondiale, gli Emirati Arabi Uniti producono circa 2,2 chili di rifiuti solidi urbani a persona al giorno. Di questi la società ambientale leader Beeah, con cui l’italiana Ambienthesis ha appena chiuso un’importante partnership, ne raccoglie circa 3 milioni di tonnellate l’anno. Motivo per cui alle aziende italiane si presentano molte opportunità come quelle offerte dal settore innovativo dell’e-waste, settore che muove circa 100 mila tonnellate di rifiuti l’anno negli Emirati e, poiché la trasformazione dei rifiuti in energia è quasi una novità in quel territorio, l’attività di gestione integrata dei rifiuti ha raggiunto un tasso di crescita annuale dell’8,5 per cento. Un report di Frost&Sullivan prevede, inoltre, che il mercato potenziale dei rifiuti potrebbe raddoppiare nei prossimi cinque anni con l’entrata nel business anche della gestione dei rifiuti speciali per i quali c’è bisogno di trattamenti rispettosi dell’ambiente con capacità aggiuntive rispetto a quelle disponibili. Gli Emirati hanno oggi, sempre di più, bisogno di investire in strutture per il trattamento, in particolare di materiali speciali e rifiuti industriali se vogliono raggiungere gli obiettivi fissati per il 2021 e per il 2030 inerenti lo “zero waste”. Ad oggi anche se ancora un’alta percentuale di questi rifiuti finisce in discarica, la sensibilità per la gestione integrata dei rifiuti è in forte aumento a Dubai e gli europei, specialmente gli italiani che hanno molte competenze in questo campo, avranno occasioni di business sempre maggiori.

Giovanni Bozzetti

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Mon, 15 Oct 2018 11:59:22 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/474/1/gestione-dei-rifiuti-dall-europa-agli-emirati-il-settore-e-in-crescita giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Inquinamento e clima, cambiare prima che sia troppo tardi si deve e si può http://www.giovannibozzetti.net/post/473/1/inquinamento-e-clima-cambiare-prima-che-sia-troppo-tardi-si-deve-e-si-puo

Per colpa delle ondate di calore record di questa estate e dei venti caldi che hanno iniziato a soffiare anche all’estremo nord del nostro pianeta, il più antico e spesso ghiacciaio dell’Artico sta iniziando a frantumarsi. In passato la maggior parte del ghiaccio marino nell'Artico era pluriennale, ma adesso la quasi totalità si riforma ogni anno. Mai era successo però, prima di questo 2018, che fratture profonde si formassero anche all’interno di quella che viene definita come “l'ultima area ghiacciata” e “l’ultimo baluardo” contro il cambiamento climatico e lo scioglimento dei ghiacci. Per due volte, invece, come hanno immortalato le immagini satellitari, il ghiaccio marino sopra la Groenlandia si è staccato e si è allontanato dalla costa spinto dai venti. Conseguenze “gravi” potrebbero esserci ora per la fauna locale e in particolare per l'orso bianco, che sul ghiaccio marino caccia, anche se il rischio si potrà valutare solo nella primavera prossima. Conseguenze gravi potrebbero esserci, però, anche per tutti noi, dal momento che questa preoccupante notizia ci riguarda personalmente, anche se indirettamente, poiché, se anche quella che, almeno fino a poco tempo fa, era considerata come l’ultima area di ghiaccio si sta sciogliendo, gli effetti del riscaldamento climatico diventano sempre più visibili e sempre più sconcertanti.

Contro il cambiamento molto si dice e qualcosa si fa, forse però ancora non quanto si dovrebbe realmente. Ma qualcosa si muove da tempo. Una nuova proposta di legge ad esempio, che se restasse così com’è rappresenterebbe una delle normative più stringenti a livello mondiale decise da una singola città, prevederebbe l’obbligo per i palazzi di New York della riduzione del loro uso di energia del 20% entro il 2030 e addirittura del 60% entro il 2050. Gli edifici della città della Grande Mela, in particolare quelli di lusso, sono infatti la maggiore fonte di biossido di carbonio dell’area e si prevede che una possibile riduzione dell’uso di energia, insieme all'aumento dell’utilizzo delle energie rinnovabili, potrebbe ridurre le emissioni della città dell’80%. Dai grattacieli, ai data center, alle case: 90 giga-tonnellate di CO2 in meno e 1°C di aumento della temperatura globale che oggi dipendono, inoltre, dai condizionatori d’aria, da una parte portatori di benessere momentaneo, ma veri e propri killer dell’ambiente. E la quantità di energia usata a tale scopo cresce anno dopo anno. Effetto collaterale del riscaldamento globale, che in molti ancora follemente negano, ma che è ormai una realtà suffragata dai fatti: entro il 2060 , infatti, la domanda energetica per il raffreddamento supererà quella per il riscaldamento. C’è il rischio di un circolo vizioso: vogliamo “rinfrescarci” e, paradossalmente, ci “riscaldiamo” ancora di più.

Per avere un impatto reale sul cambiamento climatico ci si deve muovere, però , fin dalle fondamenta, che si parli di singole abitazioni, grandi città o di industrie in generale perché l’inquinamento, oltre ad incidere sul nostro clima, può, lo dicono studi svolti in molti paesi del mondo, ridurre di oltre un anno l’aspettativa di vita. Dopotutto che respirare aria inquinata non facesse di certo bene alla salute non è un segreto. Uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology Letters, ha stimato, però, l’impatto dell’inquinamento sulla nostra aspettativa di vita prendendo in esame i livelli di polveri sottili in 185 Paesi del mondo. Per calcolare l'impatto dell’inquinamento sull’aspettativa di vita, i ricercatori hanno precisamente analizzato le concentrazioni di PM 2.5, particelle fini - emesse ad esempio da centrali elettriche, fabbriche, automobili e incendi - che possono penetrare nei polmoni, e che sono associate all’aumento del rischio di attacchi cardiaci, ictus, malattie respiratorie e cancro. Secondo i risultati di tale ricerca il particolato può togliere in media quasi due anni di vita in Egitto e in Niger, circa un anno e mezzo in India, Pakistan e Arabia Saudita, 16 mesi in Burkina Faso e 15 mesi in Cina. Come ne esce invece il nostro Paese? Male.

In Italia, secondo i dati, le polveri sottili rubano circa 4 mesi di vita. L’Italia si attesta, inoltre, come maglia nera in Europa per numero di morti l’anno a causa dell’inquinamento secondo il rapporto “La sfida della qualità dell'aria nelle città italiane” presentato al Senato dalla Fondazione sviluppo sostenibile “think tank”. La zona più inquinata in assoluto dalle PM 2.5 è la Pianura Padana, soprattutto intorno a Milano e fra Venezia e Padova. Poi Napoli, Taranto, la Sicilia sudorientale, Frosinone, Benevento, Roma e la valle dell’Arno. Agire sui livelli d'inquinamento per diminuirli avrebbe, quindi, effetti importanti sia per la nostra salute sia per il nostro Pianeta. A partire dalla necessità di una strategia nazionale della qualità dell’aria, lo studio qui citato propone diverse misure per ridurre lo smog e la criticità maggiore individuata che corrisponde, oggi, alla problematica della gestione delle politiche antismog oggi affidate soprattutto ai Comuni, che, però, possono intervenire solo sul 40% delle fonti di inquinamento mentre servirebbe, anche a mio avviso, una governance ambientale nazionale per aiutare gli enti locali. Bisognerebbe puntare , inoltre, non solo alla riduzione della sola CO2, come è stato finora, ma di tutti gli inquinanti, non dimenticando, poi, un’ adeguata prevenzione poiché, quando scoppia un’emergenza, diventa ormai troppo tardi, se non impossibile, intervenire. Altri punti del decalogo sono: la riduzione del numero delle auto private, gli investimenti sul trasporto pubblico urbano, l'aumento dei mezzi elettrici e ibridi, il rinnovo degli impianti di riscaldamento, una migliore gestione delle biomasse, la riduzione delle emissioni di ammoniaca dall’agricoltura (magari attraverso tecniche per ridurre l'azoto nei terreni e la creazione di mangimi speciali che taglino la produzione del metano dagli allevamenti), infine, per quanto riguarda l’industria, occorrono limiti più severi per le emissioni di zolfo e composti organici volatili. Nonostante il fatto che l’inquinamento atmosferico si sia ridotto sensibilmente negli ultimi quarant’anni, l’Italia rimane il Paese europeo, purtroppo, con l’aria più inquinata. C’è ancora quindi molto da fare, prima che sia troppo tardi. 

Giovanni Bozzetti

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Mon, 8 Oct 2018 12:22:41 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/473/1/inquinamento-e-clima-cambiare-prima-che-sia-troppo-tardi-si-deve-e-si-puo giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Ocean Cleanup, l’ambizioso progetto per ripulire gli oceani è iniziato. http://www.giovannibozzetti.net/post/471/1/ocean-cleanup-l-ambizioso-progetto-per-ripulire-gli-oceani-e-iniziato

La missione è iniziata, e così dopo anni di preparativi, è partita la più grande operazione di pulizia dei mari mai immaginata al fine di eliminare le immense isole di plastica, le cosiddette garbage patch, che si accumulano e fluttuano negli oceani. Sabato 8 settembre una grande nave che tira un gigantesco dispositivo di galleggiamento innovativo, destinato nelle intenzioni a pulire gli oceani dai rifiuti di plastica, ha lasciato San Francisco per un primo test di due settimane prima di dirigersi verso il Great Pacific Garbage Patch (GPGP), la gigantesca isola galleggiante fatta interamente di rifiuti di plastica provenienti dal continente asiatico e da quello americano, grande due volte la Francia e a metà strada tra la California e le Hawaii. L’ambizioso progetto, guidato da Ocean Cleanup, un’organizzazione no-profit olandese creata dal 23 enne Boyan Slats, mira a liberare metà di questa isola entro cinque anni, quando il sistema sarà a regime.

Per chi non conoscesse né l’organizzazione né il suo giovanissimo leader, posso dire che la storia di come è nato questo progetto sembra uscire fuori direttamente da una favola moderna. Il giovane inventore, un ragazzo dall’aria scapestrata, ma con le idee molto chiare in testa, ha un’idea rivoluzionaria quando in vacanza in Grecia con i proprio genitori, durante le sue tante immersioni in mare, nota che ci sono più residui plastici in mare che pesci. Da quel momento, a soli 16 anni, inizia a ragionare su come risolvere il grave problema e sposta la sua attenzione dalle isole greche alla grande isola di plastica del Pacifico dove tutto è più concentrato e più facile da raccogliere anche se con un procedimento troppo costoso se effettuato con delle navi mandate lì a raccogliere l’immondizia. Solo due anni dopo, il suo sogno viene presentato al mondo grazie ad un TED, ossia una presentazione di 10 minuti online, che, pur non avendo grande riscontro inizialmente, viene rilanciata sui social sei mesi dopo e diventa virale. L’idea è ufficialmente diffusa e ne parlano tantissime testate. Boyan ora ha una platea e può fare crowdfunding, vi riesce con successo e in alcuni anni raccoglie soldi, arruola scienziati e crea conoscenza. Nasce così l’organizzazione no-profit Ocean Cleanup e si inizia a progettare veramente il progetto ambientalista più vasto e ambizioso mai realizzato sul pianeta Terra, poiché se nessuno intervenisse, entro il 2050 gli oceani conterrebbero più plastica che pesci. Un'apocalisse ambientalista che Boyan vuole assolutamente evitare, e con lui gli imprenditori che lo stanno aiutando a materializzare il suo sogno ecologista.

“Se non puoi andare a prendere la plastica, lascia che la plastica venga a te” e questo si potrà fare grazie a delle barriere speciali che fluttueranno nel mare e accumuleranno i rifiuti, sfruttando la forza del vento e delle onde. In questo modo si potranno raccogliere i rifiuti lasciandoli trasportare, in modo passivo, senza consumare carburante, un’attività che quindi sarà anche fonte di profitti perché la plastica è una materia prima che si ricicla. Impossibile, secondo molti; un colpo di genio, secondo qualcuno. Un’idea tanto curiosa quanto di fatto semplice, capace di raccogliere proprio in virtù di questa semplicità decine di milioni di finanziamenti da tutto il mondo. E di trasformarsi in realtà con due anni di anticipo sulla originale tabella di marcia per un dispositivo da 20 milioni di dollari che potrebbe liberare gli oceani da tonnellate di plastica ogni anno.

Dalla prima versione del progetto, disegnata nel 2013, molte cose sono cambiate per rendere il tutto a prova di vento e di onde, non opponendosi alle stesse, ma riuscendo a sfruttarle a proprio favore. E così “dopo 273 test con un modello in scala, sei prototipi in mare, una mappatura completa del Great Pacific Garbage Patch con 30 navi e un aeroplano, e diverse iterazioni tecnologiche” quella partita l’8 settembre è la prima vera prova sul campo con l'attrezzatura definitiva, chiamata “System 001”, come a voler testimoniare l’intenzione futura di realizzarne numerose altre versioni qualora il progetto divenisse un successo. L’obiettivo dichiarato di Ocean Cleanup, in ogni caso, è quello di arrivare alla produzione di una sessantina di barriere, da installare nel corso dei prossimi anni nelle acque più inquinate del pianeta, che entro il 2040 potrebbero ripulire quasi integralmente i nostri oceani dalla plastica. Progettato per resistere alle tempeste e alle forze oceaniche, equipaggiato con pannelli solari per produrre energia elettrica, ma dotato anche di lanterne, riflettori radar, segnali di navigazione, GPS e beacon anti-collisione nell’eventualità in cui passino delle navi; il lungo galleggiante di 600 metri, oltre a tenere a galla il dispositivo, impedisce alla plastica di scorrere sopra di esso, mentre una specie di “gonnellino” si spingerà fino a 3 metri di profondità e correrà lungo il tubo, non è una rete e permetterà il normale deflusso di pesci e cetacei. Il galleggiante principale assumerà naturalmente una forma ad U seguendo le tre forze che governano in mare, ma ad una velocità maggiore della plastica, così inizierà la vera e propria fase di raccolta. In questo modo la parte centrale resterà sempre indietro e i bordi laterali, più aerodinamici, avanti, formando una sorta di bocca gigante. Sensori di ogni genere daranno poi informazioni sulla quantità di plastica accumulata e, quando questa avrà raggiunto la massima capienza, il sistema verrà raggiunto da una nave/spazzino che raccoglierà il carico e lo riporterà a terra, così da avviare i processi di riciclo.

Anche se, nel momento dell’avvio del rivoluzionario progetto, rimangono domande sulla sua effettiva funzionalità e non mancano gli scettici considerando che gli oceani dove si opererà sono ambienti estremi dove si scatenano tempeste, uragani e mareggiate da record. Bisognerà quindi testare per lungo periodo tutto il sistema e valutare eventuali danni, corrosioni o falle. Un’importante incognita al momento è quella, inoltre, che riguarda la fauna marina, anche se l’organizzazione no-profit ha confermato che eventuali pesci  e cetacei saranno in grado di aggirare l’ostacolo passando al di sotto della barriera. Per sapere se l'ipotesi rappresenti una vera minaccia non resta che aspettare la fine dei test tra due settimane. Se questi problemi non si presenteranno ma, anzi, il progetto andrà a buon fine, già grazie al System 001 si stima che si potranno recuperare circa 55 tonnellate di plastica all'anno, una goccia se consideriamo le 88.000 tonnellate di materiale plastico stimato nella cosiddetta 'Great Pacific Garbage Patch’, ma, comunque, un inizio per un progetto ed un sogno che potrebbe davvero, e, ce lo auguriamo tutti, insieme ad una maggiore prevenzione futura, cambiare il nostro mare.

Giovanni Bozzetti

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Tue, 25 Sep 2018 17:04:53 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/471/1/ocean-cleanup-l-ambizioso-progetto-per-ripulire-gli-oceani-e-iniziato giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Rotaie verdi, Milano abbraccia la rigenerazione urbana con natura ed ecologia. http://www.giovannibozzetti.net/post/470/1/rotaie-verdi-milano-abbraccia-la-rigenerazione-urbana-con-natura-ed-ecologia

Le rotaie verdi prendono forma. Quest’anno si parte con la progettazione, per poi iniziare i lavori che dureranno circa 2 anni e altrettanti serviranno per il monitoraggio. E così Milano, imitando l’High Line di New York, l’Oasi urbana di Londra o la Promenade plantée di Parigi, avrà tra circa tre anni un nuovo e suggestivo parco cittadino caratterizzato da un “verde selvatico”, libero di crescere, morire e trasformarsi, rimanendo allo stesso tempo fruibile ai suoi cittadini.

Milano partecipando al bando europeo “Horizon 2020-SCC-02-2017” con il progetto “CLEVER cities” si è aggiudicata lo scorso dicembre oltre 2,5 milioni di euro per lo sviluppo di interventi innovativi di rigenerazione ambientale nel territorio cittadino, che avessero una forte ricaduta sulla qualità del tessuto urbano e che fossero replicabili da altre città europee. “CLEVER cities”, che adotta il modello integrato già testato dalla città di Milano con il progetto europeo “Sharing Cities” in materia di efficientamento energetico, mobilità sostenibile, sensoristica innovativa, condivisione dei dati e coinvolgimento della comunità locale, era stato già un esempio di come una grande città potesse diventare catalizzatrice di risorse, facendo sinergia con il territorio a beneficio dei cittadini. La rigenerazione urbana, infatti, non si realizza solo riqualificando edifici, piazze, strade, ma anche rendendo i quartieri cosiddetti periferici luoghi più vitali, solidali, aperti alle diversità e alle contaminazioni reciproche di culture, stili ed opportunità sociali. Rotaie Verdi si inserisce così in un progetto più ampio di trasformazione di una delle periferie più problematiche di Milano, quella che interessa il territorio identificato come Porta Romana/Vettabbia, che va dallo scalo Romana, appunto, fino al Parco della Vettabbia, poco prima di Chiaravalle e del Parco agricolo Sud. L’obiettivo del progetto non è però solo quello di aumentare il verde e combattere il degrado delle periferie cittadine: il parco lineare si propone come un corridoio ecologico che ha l’intenzione di collegare la città con la campagna, il sud di Milano con il Parco agricolo alle porte della metropoli, ospitando ecosistemi tipici del territorio lombardo accompagnati, di tanto in tanto, da laghetti artificiali, aiuole curate, panchine, aree attrezzate per famiglie con giochi per i bambini. Il parco si articolerà per circa sei chilometri lungo il tracciato della vecchia linea ferroviaria che attraversava gli scali dismessi di San Cristoforo, Porta Genova e Porta Romana e donerà ai milanesi ed ai tanti turisti che ogni anno visitano la città lombarda un luogo suggestivo dove camminare, pedalare e trascorrere ore all’aperto in mezzo alla natura.

Negli anni passati, attraverso indagini svolte sul campo dai suoi volontari, WWF Italia era arrivata all’elaborazione di un’ipotesi di paesaggio possibile per le aree attorno gli scali ferroviari e di un modello innovativo di rigenerazione dello spazio urbano. L’idea iniziale era quella di sfruttare la fascia del rilevato ferroviario per realizzare un corridoio ecologico lungo i binari, ipotizzando su parte delle aree la nascita di oasi naturalistiche dotate di una natura più “selvaggia” che si integrassero e interagissero con le aree destinate al verde pubblico. Il progetto green del WWF approvato in via definitiva a febbraio (e supportato da Fondazione Cariplo con Palazzo Marino, Cooperativa Eliante e Rfi) va a braccetto con la riqualificazione degli scali ferroviari dismessi e punta a diventare uno dei cuori del piano di riqualificazione ambientale di Milano nonché un passaggio indispensabile per migliorare la salute ed il benessere dei suoi cittadini. Un progetto, che secondo i rilievi già svolti da esperti naturalisti, potrebbe davvero favorire la biodiversità locale: all’interno degli scali e lungo i binari sono già presenti 368 varietà vegetali, pari all’81 per cento del totale noto in città, mentre gli invertebrati sarebbero rappresentati da 64 specie e sottospecie, in particolare di insetti. Riprendendo le parole dei partecipanti al progetto: Rotaie Verdi è un esempio assolutamente vivido di come la pianificazione e la progettazione urbana possono essere formidabili strumenti di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici; le aree urbane dismesse non devono necessariamente essere viste solo come occasione di localizzazione per nuove funzioni urbane, ma anche come luoghi per incrementare la resilienza urbana, attenuare il fenomeno dell’isola di calore, rivitalizzare le connessioni ecologiche, attraverso una deimpermeabilizzazione funzionale”. Pensare al territorio e al suolo come un’opportunità per vivere meglio e mitigare gli effetti del clima è stato anche alla base del progetto che Legambiente ha ipotizzato negli ultimi mesi: la creazione di una nuova e grande area protetta di 55mila ettari che unisca Milano da Sud a Nord fino a coprire un terzo della superficie della città metropolitana. Un grande Parco Metropolitano che circondi l'hinterland e attraversi Milano con raggi e corridoi verdi unendo i due Parchi regionali già esistenti (il Parco Agricolo Sud e il Parco Nord) per combattere il caldo torrido della città, dovuto non solo al meteo ma anche alle “isole di calore urbano” dovute alla cementificazione e a una “insufficiente copertura vegetale”.

Milano è sempre stato un laboratorio di idee, all’avanguardia rispetto al resto di Italia. Dentro questo orizzonte, oggi si muovono molteplici attori, come le multinazionali, le università, i centri di ricerca, le piccole e medie imprese. È da qui che partono le soluzione ad alcuni problemi che poi tutte le altre città prendono come esempio. Oltre a “Rotaie Verdi” un altro progetto innovativo da citare è quello del “Nido verticale” : un edificio progettato dall’architetto Mario Cucinella alto 96 metri, dalla pianta ovale, con una struttura reticolare romboidale e rivestito in legno, metallo e vetro. La nuova torre, che verrà realizzata a Porta Nuova, si caratterizzerà per essere funzionale, altamente sostenibile e innovativa dal punto di vista dell’efficienza energetica. Lo scheletro dell’edificio sarà infatti formato da un doppio strato che consentirà all’involucro di “respirare”, come se avesse una doppia pelle “che d’inverno lo isola dal freddo e d’estate lo protegge dal surriscaldamento”. Grazie ai vari pannelli solari installati in diversi punti strategici ed ai sistemi di raccolta dell’acqua piovana integrati in alcuni elementi di design (come la vela a specchio sopra l’ingresso), il consumo di risorse sarà, inoltre, ridotto al minimo. L’evoluzione green della capitale lombarda sembrerebbe così non accontentarsi delle sue strade ma prendere forma sia orizzontalmente che verticalmente.

Giovanni Bozzetti

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Thu, 20 Sep 2018 19:10:17 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/470/1/rotaie-verdi-milano-abbraccia-la-rigenerazione-urbana-con-natura-ed-ecologia giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Sinergie per l’innovazione http://www.giovannibozzetti.net/post/472/1/sinergie-per-l-innovazione

L’accordo di partnership tra Beeah e Ambienthesis rappresenta la sinergia tra due eccellenze, una italiana, l’altra emiratina, in un settore di sempre crescente importanza a livello internazionale, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista strategico, per la salvaguardia del pianeta e delle risorse per le generazioni future.

Questa sinergia permetterà di scambiare, condividere e implementare competenze elevatissime in tutte le fasi del processo, dal trattamento e smaltimento dei rifiuti ai più sofisticati impianti waste to energy, permettendo l’attivazione di pratiche virtuose di economia circolare, verso le quali i Governi oggi manifestano sempre maggiore attenzione, nell’ottica di sviluppare sempre più nel prossimo futuro strategie zero – waste.

L’obiettivo degli Emirati Arabi Uniti è di diminuire del 75% il volume di rifiuti solidi in discarica entro il 2021, con l’obiettivo di arrivare a zero waste nel 2030. L’accordo tra Beeah e Ambienthesis prevede collaborazioni a livello di scambio di tecnologie e competenze nei settori del trattamento e smaltimento rifiuti, delle bonifiche ambientali, del waste-to-energy e smaltimento fanghi, oltre allo sviluppo ed esecuzione di progetti comuni non solo in Medio Oriente, ma anche in Europa, con la costituzione di joint venture.

La società emiratina sta perseguendo una forte politica di internazionalizzazione, anche in questo si inserisce la collaborazione con Ambienthesis, che può rappresentare un’ideale piattaforma per il mercato europeo. L’altissima competenza tecnologica e l’innovazione – conclude il presidente di Ambienthesis – sono due delle principali chiavi di accesso per questo mercato, ad esse vanno aggiunte flessibilità, professionalità e le capacità di relazionarsi con una cultura diversa dalla nostra”.

Fonte ilsole24ore.com 

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Wed, 19 Sep 2018 17:08:01 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/472/1/sinergie-per-l-innovazione giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Tra Cina ed Usa lo scontro si sposta dai dazi commerciali al riciclo dei rifiuti. http://www.giovannibozzetti.net/post/469/1/tra-cina-ed-usa-lo-scontro-si-sposta-dai-dazi-commerciali-al-riciclo-dei-rifiuti

Dal 1 gennaio 2018 sono entrate in vigore nuove norme ambientali, stabilite da Pechino, che introducono regole più severe sugli standard dei rifiuti riciclabili che verranno d’ora in poi importati in Cina. Proibite sono diventate le plastiche post-consumo, il PET delle bottiglie, i sacchetti, il PVC delle bottiglie di shampoo e detersivi, o per gli imballaggi alimentari, il PS delle posate usa e getta. Nella lista c’è anche una tipologia di carta da macero, quella “non selezionata”, i rifiuti misti e appiccicosi, coi resti di cibo, per intenderci. Dal 31 dicembre 2018, poi, non potranno più entrare in Cina ulteriori 16 tipi di rifiuti, tra i quali le carcasse di auto compresse e i pezzi di navi demolite. Infine, a partire dal 31 dicembre 2019, il bando interesserà anche altre 16 tipologie, fra le quali i rottami di acciaio inossidabile. Nel 2016, per dare un’idea della questione qui approfondita, sono stati 203,6 i milioni di tonnellate di rifiuti smaltiti in Cina (di cui 7,3 milioni di rifiuti plastici, pari al 70% dei rifiuti plastici raccolti e selezionati al mondo). Numeri impressionanti che, data la mancanza di un’efficace sistema di supervisione e monitoraggio nel Paese asiatico, hanno determinato enormi problemi ambientali al territorio e di salute ai suoi abitanti. La decisione cinese ora, oltre a spiazzare il mondo, mette in crisi il sistema di gestione dei rifiuti come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi e l’intera industria del riciclo a livello globale, per non parlare dell’impatto che avrà sul prezzo delle materie prime seconde e, quindi, sulla convenienza economica delle attività di recupero esistenti.

La questione ambientale è ormai riconosciuta come una delle minacce, se non la più grave, allo sviluppo e alla stabilità, sia economica sia sociale, della Cina. Tutto può essere ricondotto alla svolta ecologica del presidente cinese che, a luglio 2017, ha lanciato il suo editto contro la «yang laji», la «spazzatura straniera» (un mercato stimato nel 2016 in 17 miliardi di dollari soprattutto grazie ai rifiuti di Europa e Usa). La cosiddetta “National Sword policy” ha così bloccato l’importazione di diverse tipologie di rifiuti riciclabili, per un business che ha permesso a decine di migliaia di cinesi di arricchirsi, ma che ha contribuito notevolmente al degrado ambientale vissuto oggi dal paese. Nella lettera con cui Pechino ha notificato al WTO tale decisione, Xi Jinping ha lamentato che il materiale riciclabile ricevuto e proveniente dall’estero non era stato pulito o era stato mescolato con materiali non riciclabili. Secondo il ministero della protezione dell’ambiente, la restrizione di queste importazioni proteggerà l’ambiente e migliorerà la salute pubblica in Cina. L’obiettivo del divieto è ufficialmente quello di proteggere l’ambiente «dai rifiuti sporchi o contenenti sostanze pericolose» che spesso arrivano ai porti cinesi: non verrà accettato in futuro nei materiali un contenuto di scarto superiore allo 0,03%. Proprio questa della qualità, che in pratica si legge contaminazione, inquinamento, importazione di veri e propri rifiuti in dumping, anziché di materie prime secondarie, è una delle ragioni che hanno portato a questo bando. Una. Non l’unica.

La guerra commerciale tra Washington e Pechino, oltre i dazi commerciali imposti dall’amministrazione Trump, si sta ora spostando proprio sul tema dei rifiuti: la Cina oggi non intende più essere la “pattumiera” della potenza rivale. Prima dello storico annuncio, infatti, la Cina acquistava il 50% dei rifiuti riciclabili degli Stati Uniti (e dell'Europa), pari a 16,2 milioni di tonnellate di carte e plastiche. Secondo una ricerca pubblicata il mese scorso su “Science Advances” dal 1992 ad oggi il 72% dei rifiuti di plastica sono finiti a Hong Kong e in Cina, dove sono stati ripuliti, macinati e ritrasformati in materie prime utilizzate dalle industrie locali. Lo stop della potenza asiatica sta ora costringendo le discariche statunitensi ad assumere lavoratori incaricati di ripulire manualmente e differenziare con maggiore cura i rifiuti, operazione che prima veniva affidata a soli macchinari automatici. Alla fine del processo carta, cartone e plastica vengono compattati in immensi cubi che prima gli Stati Uniti vendevano alla Cina, mentre ora sono loro a dover pagare paesi terzi per liberarsi di quei rifiuti ingombranti ed inquinanti. Le nuove norme saranno applicate anche su cartone e metallo e gli ispettori cinesi hanno stabilito un tasso di contaminazione dei rifiuti dell’0,5%, che gli Usa non riusciranno mai a rispettare. L’America non era sicuramente pronta per questo cambiamento epocale, sarà costretta ora a modificare i suoi consumi e anche le pratiche dei suoi cittadini che, forse fino ad oggi, hanno vissuto il problema ambientale dei rifiuti con una concezione diversa. La Cina ha dato troppo poco tempo al settore, ossia solo sei mesi, per adattarsi alle nuove norme e intanto gli altri paesi importatori, quali Indonesia, Vietnam e India, non sono ancora in grado di assorbire le decine di milioni di tonnellate di cui la Cina ormai non si fa più carico. Semplicemente nessun paese ha la capacità oggi di recuperare quello che recuperava la Cina. Il mercato dei prodotti rigenerati, poi, è troppo piccolo rispetto all’offerta smisurata di materiali da riciclare. Così la rigenerazione rallenta e i magazzini si intasano di materiali da riciclare che non trovano sbocchi di mercato. E così dei milioni di tonnellate di rifiuti o materiali che resteranno entro i confini americani (e in generale di tutti i paesi sviluppati dove le attività di recupero/riciclo hanno dato vita ad un comparto florido) adesso cosa ce ne faremo?

Se la chiusura da parte della Cina risulta essere un problema di non facile soluzione, esiste certamente anche un rovescio della medaglia. Invece di trovare nuovi posti dove spedire la spazzatura ora governi e industria dovrebbero trovare un modo più semplice per ridurne la quantità. Dopo la nuova legge cinese, l’UE ha deciso di puntare maggiormente sulla modernizzazione degli impianti di produzione e sullo smaltimento di plastiche, con un investimento di 350 milioni di euro in ricerca, e con l’obiettivo di recuperare il 55% entro il 2030. Un’ulteriore soluzione potrebbe essere quella di ridurre la produzione di rifiuti riciclabili puntando su tasse che frenino i consumi di imballaggi. In Italia, ad esempio, i consumatori pagano su tutte le merci imballate il contributo Conai che finanzia la raccolta differenziata ed il riciclo, il peso del contributo è correlato con la riciclabilità del materiale. L’efficacia del sistema italiano Conai è tale che l’Italia è uno dei Paesi che hanno i costi più efficienti di raccolta e riciclo. Azioni, poi, come l’introduzione italiana dei sacchetti biodegradabili, o la messa al bando francese delle plastiche usa e getta, sono solo il primo passo verso questo traguardo. Una delle partite, forse la più importante, la si sta giocando nei programmi per la ricerca e sviluppo di nuovi materiali biodegradabili e compostabili capaci di replicare le caratteristiche di versatilità e resistenza della plastica. Questo blocco diventa così un’opportunità unica per l’intero sistema industriale per rivedere e ripianificare il mercato, quello degli imballaggi in plastica in primis, e per incentivare il nostro sistema di riciclaggio rendendolo più efficiente e conveniente.

Giovanni Bozzetti

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Mon, 3 Sep 2018 16:51:16 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/469/1/tra-cina-ed-usa-lo-scontro-si-sposta-dai-dazi-commerciali-al-riciclo-dei-rifiuti giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Overshoot Day, dal primo agosto siamo in debito con la nostra Terra http://www.giovannibozzetti.net/post/468/1/overshoot-day-dal-primo-agosto-siamo-in-debito-con-la-nostra-terra

La velocità con cui consumiamo risorse in un anno è largamente superiore alla capacità dell'ecosistema di rigenerarle e così, in un certo giorno, l’umanità arriva a consumare tutta la capacità rigenerativa annuale della Terra: questa data corrisponde all'Earth Overshoot Day. Tutto è iniziato nel 1969 quando è stata istituita tale giornata simbolica, calcolata secondo la seguente equazione: (capacità biologica mondiale/consumo ecologico mondiale) moltiplicata per 365, e da allora, a parte qualche anno, la situazione è andata costantemente peggiorando: ogni anno diventiamo, infatti, sempre più voraci ed in questo 2018 tale data è caduta il primo di agosto. Dal giorno successivo stiamo quindi, simbolicamente, erodendo il capitale naturale del pianeta. Nato nel 2003 con l’obiettivo di rendere possibile un futuro sostenibile, dell’Overshoot Day si occupa il Global Footprint Network, un team internazionale che coordina la ricerca sviluppando standard metodologici e fornendo poi strumenti all’economia umana per operare entro i limiti ecologici della Terra.

L’insostenibilità deriva dal fatto che non esiste un limite alla crescita dell’economia, della produzione, dei consumi e della popolazione, mentre la Terra è una risorsa finita che non può essere aumentata. Le cause principali di questa insostenibilità sono molteplici e si possono riassumere come una combinazione tra sprechi sconsiderati di cibo, emissioni incontrollate di gas serra calcolate in CO2. Altri fattori, come la deforestazione e la sovrappopolazione umana, prevalente soprattutto nelle aree urbane e spesso malamente gestita, risultano determinanti, soprattutto viste le recenti previsioni dell'Onu che porterebbero la popolazione mondiale a passare dagli attuali 7.6 miliardi a 9.7 miliardi di persone entro il 2050. Erodendo progressivamente la capacità della natura di soddisfare i bisogni umani la tragedia diventa anche sociale, oltre che ambientale. E così già nei prossimi trent’anni si stima che almeno 4 miliardi di persone vivranno in zone aride e i problemi del continuo degrado del suolo, con la perdita di biodiversità e gli effetti dei cambiamenti climatici, forzeranno a migrare una cifra molto varia, che potrebbe raggiungere fino ai 700 milioni di esseri umani. Non tutti i Paesi attingono poi alle risorse disponibili nella stessa misura: ad esempio, se da una parte l’intera popolazione globale vivesse come gli statunitensi, servirebbero 5 Terre per soddisfarne i bisogni, dal lato opposto ci sono stati come l’India che invece si fermano allo 0,7%. L’Italia, nella classifica dei più voraci di natura, è decima: se tutti vivessero come noi, servirebbero 2,6 pianeti per alimentarsi. Nonostante l’urgenza sempre più acuta di agire per favorire la transizione a uno sviluppo più sostenibile, l’Italia sembra così prendersela comoda: il nostro Paese è in sovrasfruttamento, infatti, già dal 24 maggio. Come se noi italiani consumassimo in un anno le risorse di 4,6 “Italie”, ma naturalmente continuiamo ad averne una sola a disposizione.

La nostra impronta ecologica si sta facendo così sempre più pesante: lo vediamo sommando tutte le richieste delle persone nei confronti della natura, come la domanda di cibo, di legname e fibre; l’assorbimento delle emissioni di carbonio derivanti dalla combustione di combustibili fossili; le superfici urbanizzate destinate agli edifici, alle strade e alle altre infrastrutture. Il problema principale è però che, nonostante l’evidente deficit ambientale, non stiamo prendendo ancora misure idonee per imboccare seriamente la giusta direzione. Secondo il Global Footprint Network i campi d’azione su cui occorrerebbe maggiormente lavorare per porre dei limiti e far sì che la data dell’Earth Overshoot Day si sposti sempre più avanti per tornare al 31 dicembre sarebbero 4: città, energia, cibo e popolazione. Per arginare parte del problema, l'organizzazione internazionale di ricerca ci ricorda che se riducessimo del 50% la componente di carbonio dell’Impronta ecologica dell’umanità, l’Overshoot day indietreggerebbe subito di tre mesi; se poi tutti riducessero lo spreco alimentare della metà, tagliando al contempo l’impronta ecologica della propria dieta alimentare e consumando calorie rimanendo nella media mondiale, il giorno del sovrasfruttamento si sposterebbe di ulteriori 38 giorni; ancora se venisse dimezzato il tempo passato al volante sostituendolo con spostamenti in mezzi pubblici si guadagnerebbero 12 giorni; infine se tutte le famiglie del mondo avessero un figlio in meno, potremo guadagnare altri 30 giorni entro il 2050.

È urgente, a mio avviso, un piano globale per la difesa della biodiversità planetaria che costituisce la base fondamentale, il capitale naturale, della ricchezza e del benessere dell’umanità e quindi la necessaria garanzia per il futuro della nostra generazione e di quelle successive. L’obiettivo di evitare, ridurre e invertire l’attuale degrado di suoli mondiali è, inoltre, prioritario per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile contenuti nell’Agenda 2030, approvata da tutti i Paesi del mondo nel Settembre 2015. Smettere di appropriarci indebitamente della ricchezza appartenente alle generazioni future sarebbe così non solo auspicabile ma anche vantaggioso. Un obiettivo attuabile con le tecnologie già disponibili ed in grado di stimolare settori emergenti come ad esempio quello delle energie rinnovabili, riducendo i rischi e i costi connessi a settori imprenditoriali senza futuro perché basati su tecnologie vecchie e inquinanti. Già oggi il 32% della nostra energia elettrica proviene da fonti rinnovabili, ma dovremo fare molto di più. E se le politiche governative possono dare il contributo principale, qualcosa possiamo fare anche noi dal basso. A livello mediatico è stato lanciato l’hashtag #MoveTheDate proprio “per porre fine a questo schema ecologico se l’umanità è intenzionata a prosperare”. Tra le soluzioni suggerite c’è anche quello, direi ovviamente, di raccogliere e riciclare la spazzatura, e ricordare anche ad amici e parenti di essere più eco-consapevoli. Anche i piccoli cambiamenti di stili di vita possono dare, infatti, un contributo importante per la riduzione della nostra impronta ecologica senza rinunciare ai nostri bisogni.

Giovanni Bozzetti

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Wed, 29 Aug 2018 11:22:42 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/468/1/overshoot-day-dal-primo-agosto-siamo-in-debito-con-la-nostra-terra giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
La Terra, anche per colpa della plastica, rischia di diventare una serra http://www.giovannibozzetti.net/post/467/1/la-terra-anche-per-colpa-della-plastica-rischia-di-diventare-una-serra

La nostra Terra sta diventando, o tornando ad essere, visto che è tutto già successo in passato, una serra. In un tempo lontano rispetto ad oggi, infatti, l’atmosfera era ricca di gas come l’anidride carbonica e non esistevano ghiacci. Il clima ora sta cambiando molto più velocemente rispetto al passato e molto dipende sicuramente dall’uomo, tant’è vero che, secondo studi specifici sull’argomento, forse neanche gli sforzi messi in campo fino ad oggi potrebbero bastare per evitare che in un futuro, neanche troppo lontano, i mari possano divorare chilometri di suolo e città costiere di conseguenza, o deserti si sostituiscano a zone che sono ancora oggi coltivabili. E con i mari che potrebbero salire, New York, Miami, Roma e, ovviamente, Venezia finirebbero totalmente sott’acqua. Lo studio su Proceedings of the National Academy of Sciences ci dice, infatti, che “La soglia dei 2 gradi centigradi potrebbe essere un punto di non ritorno e scatenare un effetto domino senza controllo. I mari potrebbero crescere fino a 60 metri e molte zone del Pianeta potrebbero diventare inabitabili.” Ora siamo di poco al di sopra di 1° rispetto a un secolo e mezzo fa, con una crescita media di 0,17° all’anno. Ma, nel frattempo, i gas come anidride carbonica e metano, immessi nell'atmosfera dalle attività umane, stanno trasformando il globo in una enorme serra. Superare i 2° (obiettivo di Cop21, con un più ambizioso contenimento a 1,5°) sarebbe come lanciarsi giù per una ripida discesa senza freni: la temperatura si assesterebbe a una media globale di 4-5 gradi sopra i livelli preindustriali. Secondo i climatologi, contenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi centigradi, rispetto all'epoca preindustriale, sarà più difficile del previsto. E, se non dovessimo riuscirci, potrebbe innescarsi un effetto domino impossibile da contrastare con periodi di siccità ed eventi sempre più estremi, che colpiranno (e in parte già colpiscono) l'agricoltura, causando migrazioni di massa e destabilizzazioni sociali. Uno scenario molto simile, ma assai peggiore e su scala globale, a quello a cui stiamo assistendo già ora nel Mediterraneo. Non è un caso infatti che il rapporto “Global Risks” pubblicato da World Economic Form classifichi la crisi idrica, strettamente collegata all’innalzamento delle temperature globali, come il rischio maggiore nel prossimo decennio per il nostro Pianeta e abbia posto tra gli Obiettivi di sviluppo sostenibile grande attenzione proprio al tema dell’acqua. La desertificazione, tanto per chiarire meglio il termine, è il costante degrado degli ecosistemi a causa delle attività umane - tra cui l'agricoltura non sostenibile, l'estrazione mineraria, i pascoli per l’allevamento intensivo e la bonifica dei terreni - e dei cambiamenti climatici. E, anche se il degrado del territorio è un problema globale, avviene localmente e richiede soluzioni locali. Inutile dire che, se qualcosa va fatto, va fatto adesso.

L'obiettivo si potrà raggiungere solo con un cambio di mentalità, a livello economico e tecnologico, con macchine in grado di raccogliere dall'atmosfera e  di immagazzinare i gas serra, e con l’uso di sistemi abitativi e di trasporto sostenibili e, infine, con un cambiamento nella gestione del suolo e della demografia e con un nuovo approccio culturale, attraverso l’educazione. Come affermano gli autori dello studio: “Evitare di superare questa soglia è un obiettivo che può essere raggiunto e mantenuto solo da uno sforzo coordinato e deciso da parte delle società umane per gestire la nostra relazione con il resto del Sistema Terra, riconoscendo che l'umanità è un elemento integrato e che interagisce con questo sistema”.

Secondo un’altra importante ricerca dal titolo “Production of methane and ethylene from plastic in the environment”, pubblicata sulla rivista scientifica PlosOne, la plastica più comune che usiamo (e gettiamo) sotto forma di sacchetti, ma anche alcuni giocattoli, tappi, pellicole alimentari o flaconi per detersivi e alimentari, una volta rilasciata nell’ambiente libera sotto l’azione del sole, e soprattutto dell’aria, metano e etilene. Tradotto: quando la plastica si degrada nell’ambiente marino e terrestre emette diversi gas serra, gli stessi gas che, è ormai noto, influenzano direttamente i cambiamenti climatici, facendo innalzare il livello del mare, aumentando le temperature globali, compromettendo la salute degli ecosistemi terrestri e oceanici e rafforzando le tempeste, che a loro volta aumentano le inondazioni, la siccità e l’erosione costiera. Tutti danni all’ambiente che si aggiungono a quelli già noti sulle materie plastiche gettate in mare, capaci di aggregare e trasportare numerose altre sostanze tossiche (metalli pesanti, pesticidi, etc.) oltre a quelle tipiche della plastica. La plastica rappresenta così per il clima una fonte rilevante di tracce di gas che si prevede aumenteranno con la produzione e l’accumulo di plastica nell’ambiente (rappresentando già oggi circa il 95% dei rifiuti ritrovati in mare). Questa fonte non era stata prevista nella valutazione dei cicli globali di metano ed etilene prima della casuale scoperta, ma potrebbe essere significativa. Nel mondo si produce plastica da oltre 70 anni, 8 milioni di tonnellate finiscono ogni anno negli oceani. Considerando, così, la grande quantità di plastica spiaggiata a terra sulle nostre coste e la quantità di plastica esposta ogni giorno alle condizioni ambientali, lo studio fornisce ulteriori prove del fatto che dovremo limitare, o addirittura interrompere, la produzione di plastica alla fonte, in particolare modo quella della plastica monouso. Finora, il legame tra plastica e cambiamento climatico era principalmente incentrato sull’uso di combustibili fossili come petrolio e gas nella produzione di prodotti in plastica, ma era già noto che quando le materie plastiche si degradano nell’ambiente rilasciano CO2. Si aggiunge ora, però, un altro tassello alla lunga lista degli impatti sull’ambiente provocati da questo vero e proprio “highlander” dei mari, un motivo in più, che si aggiunge ai tanti altri già ampiamente dibattuti e conosciuti da tutti, per impegnarsi ad arginare l’inquinamento da plastica anche nei nostri piccoli gesti quotidiani e trasformare il nostro stile di vita in un quotidiano “plastic free”.

Giovanni Bozzetti

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Mon, 27 Aug 2018 10:38:27 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/467/1/la-terra-anche-per-colpa-della-plastica-rischia-di-diventare-una-serra giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
G7 2018: l’emergenza ambientale al centro del summit canadese http://www.giovannibozzetti.net/post/466/1/g7-2018-l-emergenza-ambientale-al-centro-del-summit-canadese

L'emergenza ambientale e la necessità di un'inversione di rotta, all’ultimo vertice dei leader politici delle sette nazioni con la ricchezza netta più importante al mondo, si è parlato anche di questo. Il dibattito sull'emergenza ambientale sta infatti, fortunatamente, confermandosi come centrale in tutti i summit internazionali, come ad esempio lo è stato nell'ultimo G7 tenutosi in Canada gli scorsi 8 e 9 giugno, (e come era stato preannunciato da una sezione apposita del summit dal titolo “Working together on climate change, oceans and clean energy”). Sul tavolo, quindi, la discussione per un futuro più sostenibile e sulle soluzioni da mettere in campo , ma anche la lotta ai cambiamenti climatici e le strategie per mari liberi dalla plastica ed energia più pulita. I cambiamenti climatici, infatti, non sono più una minaccia lontana ma sono reali e presenti: con siccità ed inondazioni che si verificano con maggiore frequenza e con effetti sempre più devastanti, innalzamento del livello del mare, acidificazione degli oceani e inquinamento dilagante soprattutto a causa della plastica, pesca eccessiva e distruzione della biodiversità marina.

“Il Canada, la Francia, la Germania, l’Italia, il Giappone, il Regno Unito e l’Unione Europea intendono riaffermare il proprio convinto impegno a implementare l’Accordo di Parigi, attraverso ambiziose azioni salva-clima. In particolare, riducendo le emissioni, stimolando l’innovazione, accrescendo la capacità di adattamento, rafforzando e finanziando la resilienza e riducendo la vulnerabilità”. Questa è solo una delle parti di un documento che riafferma, inoltre, l’impegno per ridurre l’inquinamento atmosferico e idrico e le emissioni di gas serra, con l’obiettivo di “un’economia globale a emissioni zero nel corso della seconda metà del secolo”. Gli effetti dell'inquinamento impongono sempre di più ai governi di ricercare alternative sostenibili ai nostri sistemi di produzione, distribuzione, consumo e scarto di materiali, individuando nei meccanismi di economia circolare una via tangibile a questa inversione di rotta. I firmatari della nota conclusiva del G7 si sono impegnati, inoltre, ad “assicurare una giusta transizione, includendo crescenti sforzi per mobilitare molteplici fonti a livello finanziario. Abbiamo discusso il ruolo chiave della transizione energetica attraverso lo sviluppo di un mercato basato sulle tecnologie rinnovabili, del carbon pricing e della collaborazione tecnologica nell’ottica di una crescita economica che protegga al contempo l’ambiente nell’ambito di sistemi energetici sostenibili, resilienti e low-carbon”.

Dal G7, inoltre, a ridosso della Giornata mondiale degli oceani, è emerso anche l’impegno comune a garantire un uso sostenibile delle risorse marine per aumentare la protezione della biodiversità a livello mondiale. Riconoscendo così il ruolo delle materie plastiche nella nostra economia e nella vita quotidiana, ma considerando che l’attuale approccio alla produzione, uso, gestione e smaltimento delle materie plastiche rappresenta una minaccia significativa per l’ambiente marino, i leader di Canada, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Unione Europea hanno approvato la “G7 Ocean Plastic Charter”. Con la plastica indicata come una minaccia significativa per i nostri oceani, il documento si prefigura così come “un passo positivo per l’ambiente e per le aziende che beneficeranno della riduzione dei costi associati all’uso della plastica” (il Canada, ad esempio, promette di investire 100 milioni di dollari per liberare gli oceani dai rifiuti marini e dall’inquinamento di plastica).

Ecosostenibilità, tutela dell'ambiente, trattamento e riciclo dei materiali, impatto 0, sono tutti temi portanti di questo nuovo Sistema, che si rendono impellenti e non più procrastinabili a giudicare i segnali inviati dal nostro ambiente naturale. Se è pur vero che, spesso, ad annunci eclatanti non è seguita, poi, una effettiva realizzazione degli intenti dimostrati duranti i vari summit, ora non c’è più tempo da perdere: i governi dovrebbero dimostrare di fare sul serio, sia attuando l’accordo di Parigi con l'obiettivo di ridurre le emissioni per raggiungere l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale, sia sostenendo un’economia de-carbonizzata. Il 2018 diventa così un anno cruciale per limitare l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2 ° C rispetto ai livelli pre-industriali. Per far sì che ciò accada si dovrà però sostenere il completamento del Programma di lavoro di Parigi al COP24, accogliere il “Dialogo di Talanoa” (quindi lo strumento di condivisione e inclusione per rafforzare le politiche climatiche dei vari paesi prima del 2020), ed impegnarsi ad accelerare la trasformazione del settore energetico. Far parte di un ambiente e rispettarlo, ottimizzando la gestione degli scarti in materiali e fonti energetiche e investendo in ricerca e innovazione è fondamentale affinché le imprese con le loro strutture siano sempre più inserite nel contesto ambientale che le ospita. Queste dovranno essere riformulate con una logica ecosostenibile, mediante l'utilizzo di materiali e tecnologie in grado di renderle tendenzialmente a impatto zero. La crescita, infatti, non può avvenire senza un’azione comune contro il riscaldamento globale: l’economista Nicholas Stern, convinto che “un futuro a basse emissioni di CO2 sia l’unica scelta possibile”, ha dimostrato che i danni causati dai cambiamenti climatici sono più costosi degli investimenti necessari a contrastarli. In altre parole, prevenire sarebbe meglio che curare.

Giovanni Bozzetti

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Mon, 20 Aug 2018 07:30:01 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/466/1/g7-2018-l-emergenza-ambientale-al-centro-del-summit-canadese giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Ambienthesis, i dati del primo semestre 2018 ... http://www.giovannibozzetti.net/post/465/1/ambienthesis-i-dati-del-primo-semestre-2018-

 

Nel primo semestre del 2018, Ambienthesis ha realizzato ricavi netti pari a 39,83 milioni di euro, in aumento del 35,7% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. L'utile netto è positivo, a quota 44mila euro dal rosso di 2,26 milioni di euro del primo semestre 2017. La posizione finanziaria ...
Articolo originale: soldionline.it

"L’intensa azione di razionalizzazione dei costi e l’intensificazione dell’azione commerciale stanno dando i frutti positivi auspicati. Ambienthesis è alle soglie di una svolta epocale con un piano di crescita internazionale molto ambizioso."

Giovanni Bozzetti

 
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Sun, 12 Aug 2018 11:57:50 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/465/1/ambienthesis-i-dati-del-primo-semestre-2018- giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Tari, delucidazioni sulla tassa più odiata e più evasa d’Italia http://www.giovannibozzetti.net/post/464/1/tari-delucidazioni-sulla-tassa-piu-odiata-e-piu-evasa-d-italia

Nata con la legge di stabilità 2014 ed Ex Tares, è la TARI (acronimo di TAssa RIfiuti) l’imposta più evasa d’Italia. Da un’analisi di Crif Ratings condotta sui bilanci dei comuni italiani che ha analizzato i mancati incassi su base pro capite relativi alla tassa rifiuti del 2016 si è scoperto che quasi una famiglia su cinque non la paga. A livello nazionale infatti, secondo il report, ogni anno manca all’appello il 20% dei corrispettivi dovuti: un ammanco pari a 1,8 miliardi di euro nel 2016 per le casse degli enti locali (nel triennio 2014-2016 si è attestato mediamente intorno ad 1,7mld annui). Capitale di questa evasione risulta essere Roma (con un tasso di riscossione sull’accertato del Comune appena al 29%): solo un romano su tre paga la Tari, gli altri due o sono evasori totali oppure non ricevono a casa nemmeno il bollettino o semplicemente non risultano in alcun database. Così, anche se l’Ama afferma di incassare quasi l’80% di quanto fatturato, sembra che invece di riscuotere i 771 milioni di euro messi in preventivo, al Campidoglio arrivino solo 230 milioni, con un mancato incasso di quasi 541 milioni nelle casse del Comune. Per non parlare del conto mai saldato dai palazzi delle istituzioni, una fiche da cento milioni (20 di governo e ministeri). A livello regionale poi è sempre il Lazio ad occupare il primo posto del podio della classifica per il mancato incasso della tassa dei rifiuti con una media di 121 euro pro capite (51% la riscossione su importi accertati), seguito dalla Sicilia (circa 77 euro), la Campania (63 euro) e la Calabria (circa 45 euro). Un grave problema per le amministrazioni comunali che hanno già spedito nelle case i bollettini per la prima tranche della Tari e che, ormai da anni, sono costrette a coprire il buco relativo al mancato incasso rastrellando risorse in origine messe a bilancio per altri servizi, spesso purtroppo dovendo risparmiare anche sulla manutenzione cittadina. Esposti in modo aggregato su base pro capite per l’ambito territoriale di riferimento, i dati relativi ai mancati incassi sono calcolati come differenza accertamenti della Tassa Rifiuti (che rappresenta in media circa il 30% del totale delle entrate tributarie) e l’ammontare effettivamente riscosso. Sebbene, infatti, la base del tributo sia legata al principio del “chi inquina paga” sancito dell’Unione Europea, il corrispettivo dovuto dall’utenza è legato esclusivamente ad elementi che esulano dall’effettivo utilizzo del servizio (ovvero superficie dell’abitazione e numero componenti del nucleo familiare), e pertanto tende ad amplificare le esternalità negative di comportamenti spesso “non etici”. Risultato: la Tari è il tributo che maggiormente si presta a non essere pagato dagli utenti data la natura “quasi universalistica” del servizio.

Ma precisamente chi deve pagare la TARI? Il presupposto è il possesso o la detenzione a qualsiasi titolo di locali o di aree scoperte, a qualsiasi uso adibiti, suscettibili di produrre rifiuti urbani. Quindi la nuova tassa sui rifiuti prevede che la somma da versare al Comune sia dovuta dagli inquilini, indipendentemente se proprietari o affittuari. Inoltre in caso di pluralità di possessori o di detentori, essi sono tenuti in solido all'adempimento dell'unica obbligazione tributaria. In caso di detenzione temporanea di durata non superiore a 6 mesi nel corso dello stesso anno solare, la Tari è dovuta soltanto dal possessore dei locali e delle aree a titolo di proprietà, usufrutto, uso, abitazione o superficie. Nel caso invece di locali in multiproprietà e di centri commerciali integrati, il soggetto che gestisce i servizi comuni è responsabile del versamento della Tari dovuta per i locali e le aree scoperte di uso comune e per i locali e le aree scoperte in uso esclusivo ai singoli possessori o detentori, fermi restando nei confronti di questi ultimi gli altri obblighi o diritti derivanti dal rapporto tributario riguardante i locali e le aree in uso esclusivo.

La TARI non è dovuta invece nel caso in cui un immobile sia chiuso, privo di arredi e senza utenze allacciate (acqua, gas, elettricità) poiché in questo modo risulta in obiettive condizioni di non utilizzabilità. L’attivazione anche di uno solo dei pubblici servizi di erogazione idrica, elettrica, calore, gas, telefonica costituisce presunzione semplice dell’occupazione o conduzione dell’immobile e della conseguente attitudine alla produzione di rifiuti, mentre l’applicazione della tassa deve ritenersi esclusa per gli immobili inutilizzati nell’ipotesi in cui gli stessi siano privi di arredi e di allacciamento ai servizi di rete. Riguardo alle pertinenze il criterio è differente rispetto a quello valido per l’IMU, che è più restrittivo: ai fini Tari non c’è un tetto al numero di pertinenze di una singola unità immobiliare. Per le imprese inoltre, la parte variabile non si calcola in base al numero degli occupanti, ma sulla base dei riferimenti decisi dagli enti locali sulla singola tipologia di attività la produzione annua per mq ritenuta congrua nell’ambito di intervalli definiti. Infine, box, cantine e garage vanno in genere ricondotti nell’ambito delle utenze domestiche, a meno che non siano detenuti da un titolare di utenza non domestica.

Riguardo ai tempi ed alle modalità di pagamento il Comune di pertinenza stabilisce le scadenze di pagamento della TARI prevedendo almeno due rate a scadenza semestrale e in modo differenziato rispetto alla TASI con il pagamento consentito anche in un'unica soluzione (entro il 16 giugno di ciascun anno). La TARI si compone di una parte fissa ed una variabile, oltre il tributo provinciale da dover conteggiare. La parte fissa è determinata considerando le componenti del costo del servizio di igiene urbana; la parte variabile copre i costi del servizio rifiuti integrato ed è rapportata alla quantità di rifiuti presumibilmente prodotti dal componente o dai componenti del nucleo familiare. Vale la pena ricordare inoltre che il comma 7 dell’articolo 9 del decreto enti locali (convertito con la legge 125/2015) prevede che fra le componenti di costo che formano la TARI debbano essere considerati anche: «gli eventuali mancati ricavi relativi a crediti risultati inesigibili con riferimento alla tariffa di igiene ambientale, alla tariffa integrata ambientale, nonché al tributo comunale sui rifiuti e sui servizi (TARES)». Una disposizione che permette ai Comuni di far gravare su tutti i contribuenti il mancato pagamento dell’imposta sui rifiuti e/o di altri tributi evasi negli anni precedenti dai cittadini. Tradotto, chi paga da sempre rischia di dover pagare anche per chi invece fa il furbetto ed evade, un atteggiamento incivile che grava, oltre che sulle casse del Comune, sulla cittadinanza tutta.

Giovanni Bozzetti

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Tue, 7 Aug 2018 18:12:50 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/464/1/tari-delucidazioni-sulla-tassa-piu-odiata-e-piu-evasa-d-italia giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Cracking e Moss Art: quando l’arte si mette a difesa dell’ambiente. http://www.giovannibozzetti.net/post/463/1/cracking-e-moss-art-quando-l-arte-si-mette-a-difesa-dell-ambiente

La riproduzione di una balena sommersa da un mare di plastica usa e getta è sorta in questi giorni a Vitorchiano in provincia di Viterbo per denunciare simbolicamente l’impatto che questo materiale ha sugli ecosistemi marini. “Il mare non è usa e getta” è la didascalia alla base dell’opera realizzata dai volontari di Greenpeace che si sono ritrovati nella città del viterbese per una riunione nazionale. Una situazione sempre più grave è infatti quella dell’inquinamento marino: ogni minuto finisce, infatti, in mare l’equivalente di un camion pieno di plastica. La realizzazione della balena è solo l’ultima creazione nata per sollecitare l’opinione pubblica e soprattutto le grandi multinazionali sul problema dei rifiuti che produciamo ed immancabilmente abbandoniamo sul pianeta, con risultati devastanti per i nostri oceani (e per i loro abitanti). Opere d’arte simili sono nate in questi anni in tutto il mondo: la balena gigante che salta fuori dal canale del Belgio durante la seconda edizione della Triennale di Bruges, il cui tema è intitolato “Città liquida” è formata da cinque tonnellate di plastica raccolte in quattro mesi sulle spiagge hawaiane (pari ad un palazzo di quattro piani); la “Balena morta”, scultura di una balena spiaggiata lunga 22 metri e composta da rifiuti plastici realizzata nelle Filippine da artisti locali ispirandosi alle 30 balene trovate morte in Europa nel 2016; oppure, rappresentanti la bellezza e la fragilità dei nostri oceani e le crescenti minacce umane che devono subire ed affrontare, le Bristol Whales, due balene a grandezza naturale scolpite utilizzando il salice dall’artista Sue Lipscombe, che si tuffano in un mare di oltre 100.000 bottiglie di plastica monouso, raccolte durante due competizioni di running: la Bath Half Marathon e la Bristol 10k.

Le sculture di plastica create negli ultimi anni e dislocate in varie parti del mondo vogliono così accendere l’attenzione sul grave problema che i nostri oceani stanno vivendo, ormai soffocati da un mare di plastica, sperando che una profonda consapevolezza ambientalista possa riportare il pianeta ad un ecologico equilibrio. La terra, gli oceani e tutti i loro abitanti hanno urgentemente bisogno del nostro aiuto. L'uso globale della plastica è, infatti, aumentato di 20 volte negli ultimi 50 anni e si prevede che raddoppierà di nuovo nei prossimi 20 anni. In più, sempre a livello globale, solo il 14% della plastica viene raccolto per il riciclaggio. Si tratta di un tasso di riutilizzo di gran lunga inferiore ad altri materiali come la carta (58%), il ferro e l'acciaio (a quota 90%). Un'emergenza globale che riguarda ogni aspetto della nostra vita: la plastica è nell'acqua che beviamo e nel cibo che mangiamo.

Ma come educare l'uomo al concetto di sostenibilità ambientale? Secondo una ricerca dal Centre for Sustainable Enterprise dell'Università Concordia di Montreal in Canada, è proprio l'arte il metodo più idoneo ed efficace per raggiungere lo sviluppo sostenibile in quanto, suscitando sensazioni, emozioni e sentimenti, si presenta come lo strumento più efficace per aumentare in noi la passione verso il pianeta che ci permette la vita. Moltissimi artisti contemporanei si sono così cimentati in opere di grande interesse pubblico e la tutela dell’ambiente, un tempo considerata un hobby elitario, oggi ha preso piede, diventando invece proprio uno dei temi più trattati in ambito artistico. Un uomo con denti a forma di palazzi che divora alberi e il mondo che si dissolve e scivola dentro un tombino: nelle opere di diversi artisti internazionali, tra cui Blu, Banksy e Pejac, la street art trasforma grandi costruzioni in gigantesche tele, in grado di veicolare a un vasto pubblico importanti messaggi per sensibilizzare sui danni causati dall’uomo all’ambiente. Anche a Roma come in diverse parti del mondo, molti street artist usano le loro opere come stimolo per far riflettere i passanti su ciò che l’uomo sta sacrificando in nome di uno sviluppo economico incentrato sul denaro: le loro immagini sono un invito a costruire una comunità più equa e sensibile. Usando carta da parati decorata e alcuni particolari dipinti a mano nella Capitale alcuni cassonetti sono stati trasformati in autentiche opere d’arte, grazie all’iniziativa dell’artista di fama internazionale Christine Finley. Oggetti di uso quotidiano indirizzati al riciclo dei rifiuti sono stati così trasformati in capolavori di street art, diventata un modo nuovo per combattere il vandalismo e la sporcizia della città, regalando una nuova dignità ai luoghi degradati di Roma.

Una delle tecniche più interessanti ed ecologiche per realizzare opere innovative è quella della “Moss Art” che sostituisce le bombolette spray, a volte non riciclabili e dal contenuto tossico, con il muschio, servendosi solo di ingredienti naturali per applicarlo sui muri. Sono nati così degli eco graffiti caratterizzati da un tratto distintivo: il mutare del tempo. L’opera prima è verde, poi ingiallisce, fino a morire e lasciare spazio a qualcosa di nuovo: una sorta di land art dentro alla street art. Un’artista che pratica questa tecnica è Anna Garforth, che sfrutta un mix di yogurt, birra e zucchero per attaccare ai muri frasi fatte di muschio. Impossibile non citare poi Edina Tokodi un’altra artista desiderosa di rivivere i paesaggi bucolici del suo paese d’origine, l’Ungheria, attraverso la realizzazione di giardini verticali realizzati per le strade di Brooklyn a difesa dell’ambiente. Opere il cui obiettivo è quello di attirare l’attenzione dei passanti, stimolando in loro una riflessione sui temi ecologici che affliggono la società moderna: opere tutt’altro che indelebili che si focalizzano invece proprio sul ciclo naturale della vita.

Anche la “Cracking Art”, movimento artistico nato a Biella nel 1993, si propone di modificare le regole dell’arte, posizionando le opere in luoghi di passaggio come strade, piazze o centri commerciali, ma anche in grandi monumenti e con un scopo ben preciso quello di salvaguardare la natura. Il nome Cracking deriva proprio dal processo tramite il quale il petrolio viene trasformato in plastica, il cracking catalitico appunto. La plastica riciclata è l’elemento principale per la realizzazioni di queste installazioni che di solito rappresentano grossi animali colorati. L’utilizzo dei materiali plastici vuol fornire un nuovo modo di riciclare ed adoperare la plastica da una parte e dall’altra ricordare quanto gli elementi artificiali facciano parte ormai della vita di ognuno di noi. Da qui deve nascere la consapevolezza dell’importanza di tutto ciò che è naturale ed il rispetto per il grande ecosistema terrestre.

L'arte, proprio per le sue caratteristiche intrinseche, può essere considerata la soluzione più idonea per accendere il desiderio sia di vivere in armonia con la natura sia di procedere con uno sviluppo che sia sostenibile per il nostro pianeta.

Giovanni Bozzetti

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Fri, 3 Aug 2018 17:19:41 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/463/1/cracking-e-moss-art-quando-l-arte-si-mette-a-difesa-dell-ambiente giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Il business dell’Eco-mafia, numeri da record nel rapporto di Legambiente 2018 http://www.giovannibozzetti.net/post/462/1/il-business-dell-eco-mafia-numeri-da-record-nel-rapporto-di-legambiente-2018

Mai nella storia del nostro Paese sono stati effettuati tanti arresti per crimini contro l'ambiente come nel 2017, mai tante inchieste sui traffici illeciti di rifiuti. Sono questi i dati del Rapporto Eco-mafia 2018 presentato a Montecitorio da Legambiente pochi giorni fa, risultato dell’azione sia delle forze dell’ordine e sia delle autorità di controllo, che oggi si svolgono in un rinnovato e più efficace quadro normativo e con una rinnovata attività di controllo che vede per la prima volta fare sistema il lavoro dell’Ispra e quello della rete nazionale delle Arpa. Dal rapporto si scopre così che, anno dopo anno, i numeri dei reati contro l’ambiente sono cresciuti a dismisura, così come il fatturato dell’eco-mafia, che nel 2017 è cresciuto del 9,4%, raggiungendo quota 14,1 miliardi. Il 44% degli illeciti è stato contestato in una delle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso: prima la Campania (4.382 illeciti, il 14,6% del totale nazionale), seguita da Sicilia (3.178), Puglia (3.119), Calabria (2.809) e dal Lazio (2.684). Ad aumentare però fortunatamente sono anche gli arresti, con un +139,5% di ordinanze di custodia cautelare rispetto al 2017. Dal Rapporto spiccano infatti le 538 ordinanze di custodia cautelare emesse per reati ambientali nel 2017 (139,5% in più rispetto al 2016). Di questi 158 sono per i delitti di inquinamento ambientale, disastro e omessa bonifica, previsti dalla legge sui eco-reati, con ben 614 procedimenti penali avviati, contro i 265 dell’anno precedente. Un risultato importante sul fronte repressivo frutto di una più ampia applicazione della legge 68. A ciò si aggiungono 76 inchieste per traffico organizzato (più del doppio rispetto alle 32 del 2016), 177 arresti, 992 trafficanti denunciati e 4,4 milioni di tonnellate di rifiuti sequestrati (più di otto volte rispetto alle 556mila tonnellate del 2016). Tra le tipologie di rifiuti predilette dai trafficanti ci sono i fanghi industriali, le polveri di abbattimento fumi, i RAEE (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), i materiali plastici, gli scarti metallici (ferrosi e non), carta e cartone. Più che allo smaltimento vero e proprio è alle finte operazioni di trattamento e riciclo che in generale puntano i trafficanti, sia per ridurre i costi di gestione che per evadere il fisco: l’obiettivo di base, infatti, è sempre ridurre al minimo le spese e massimizzare i guadagni, fingendo operazioni di trattamento mai fatte, simulando uno smaltimento legale mai avvenuto, o cambiando sulla carta la tipologia di rifiuti gestita con un semplice giro bolla.

Il 2017 si configura così come l’anno del rilancio delle inchieste contro i trafficanti di rifiuti e nel settore si concentra proprio la percentuale più alta di illeciti: il 24%. Se a ciò si aggiunge la recrudescenza di incendi divampati negli impianti di gestione e trattamento di tutta Italia, appare evidente come il settore dei rifiuti sia sempre di più il cuore pulsante delle strategie eco-criminali. Il Rapporto sottolinea più volte che, per quanto i reati ambientali siano commessi anche da faccendieri e imprese varie, le organizzazioni di stampo mafioso abbiano ancora un ruolo cruciale. Nello spiegare l'aumento dei reati ambientali ci si sofferma così soprattutto sul fenomeno della corruzione che “rimane, purtroppo, il nemico numero uno dell’ambiente e dei cittadini” e “nello sfruttamento illegale delle risorse ambientali riesce a dare il peggio di sé. Lo smaltimento dei rifiuti risulta, infatti, un settore di grande valore economico gestito da funzionari pubblici e singoli amministratori che hanno un ampio margine di discrezionalità. Così può capitare, a volte, che, coloro i quali “dovrebbero in teoria garantire il rispetto delle regole e la supremazia dell’interesse collettivo su quelli privati”, creino invece un terreno fertile per le pratiche corruttive. I numeri di questa nuova edizione del rapporto Eco-mafia dimostrano, inoltre, anche i grandi passi fatti sia delle Istituzioni che dalle forze dell’ordine, frutto anche della nuova normativa che ha introdotto gli eco-reati nel Codice penale. Complessivamente, cioè considerando sia la parte sui delitti previsti dal codice penale che quella sulle prescrizioni ex Parte VI bis del Codice dell'Ambiente, secondo i dati la legge 68 è stata applicata dalle forze dell'ordine 484 volte, portando alla denuncia di 31 persone giuridiche e 913 persone fisiche, arrestandone 25, chiudendo il cerchio con 106 sequestri per un valore complessivo di oltre 11,5 milioni di euro. Per dare risposte concrete ai problemi del Paese servono però anche altri interventi urgenti. La lotta agli eco criminali dovrà essere quindi, a mio avviso, una delle priorità inderogabili del nostro futuro: dal governo ad ogni istituzione pubblica, fino alle organizzazioni sociali, economiche e politiche, ognuno, responsabilmente, dovrà fare la sua parte. Il rapporto si conclude inoltre con una serie di proposte realizzate da Legambiente per contrastare gli eco-reati tra cui: la richiesta di una maggiore formazione per tutti gli operatori del settore (come magistrati, forze di polizia e Capitanerie di porto, ufficiali di polizia giudiziaria e tecnici delle Arpa, polizie municipali ecc.) sulla legge 68; la semplificazione dell’iter di abbattimento delle costruzioni abusive; l'approvazione del disegno di legge sui delitti contro fauna e flora protette; l’introduzione per la tutela dei prodotti alimentari di una nuova serie di reati che vanno dal “disastro sanitario” all’“omesso ritiro di sostanze alimentari pericolose” dal mercato.

L’immagine di un settore fondamentale come quello dei rifiuti viene così pregiudicata da qualche Impresa correlata ad ambienti della malavita, anche quando invece la maggior parte delle aziende che si occupano di riciclo operano in modo trasparente ed onesto. Perché, anche di fronte a chi delinque, non bisogna scordarsi che esistono oggi tante altre realtà, tante eccellenze italiane in questo settore, conosciute e riconosciute sia qui che all’estero, che, proprio grazie al proprio know-how ed all’impegno profuso nel loro lavoro, cercano ogni giorno di salvaguardare un settore vitale sia per il nostro intero ecosistema sia per tutte le generazioni future.

Le risorse ambientali, riprendendo le parole del Presidente della Repubblica, “richiedono cura e responsabilità da parte di ogni componente della società. Lo sfruttamento dei beni comuni, lo squilibrio, l'inquinamento, le azioni fraudolente, il dissesto sono veri e propri delitti compiuti contro le generazioni di domani e costituiscono una violenza che comprime i diritti della persona”. Condividendo questo pensiero, immagino un futuro, in cui grazie al supporto della legalità e soprattutto ad un grande impegno culturale - proprio perché molto si può e si deve fare su questo fronte sia per le generazioni presenti che quelle che verrano - un “domani eco-sostenibile” sia possibile ed alla nostra portata.“Laddove si attiva un circolo virtuoso di recupero - come ha affermato Mattarella in un messaggio durante la presentazione del Rapporto - là vengono avversate e sconfitte le mafie”.

Giovanni Bozzetti

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Mon, 30 Jul 2018 17:46:46 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/462/1/il-business-dell-eco-mafia-numeri-da-record-nel-rapporto-di-legambiente-2018 giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
La Cina guarda all’Italia per la salvaguardia dell’ambiente. http://www.giovannibozzetti.net/post/461/1/la-cina-guarda-all-italia-per-la-salvaguardia-dell-ambiente

Per superare le sfide ambientali globali che ci attendono, sempre più Paesi esteri guardano oggi al nostro. Può suonare strano immaginare l’Italia come un modello di un’imprenditoria sostenibile e di uno sviluppo attento all’ambiente, quando da Torino a Padova, passando per Milano, le nostre città sono sature di smog e pericolosamente inquinate. Ed invece l’Italia è vista oggi, anche grazie al rapporto di Cooperazione Italia-Cina avviato nel 2000 per la protezione ambientale, come un’eccellenza tecnologica sia nel settore dello sviluppo sostenibile e delle energie rinnovabili sia delle nuove forme di economia circolare. La profonda esperienza delle nostre aziende, e del nostro Paese in generale, nel settore della salvaguardia dell’ambiente ha permesso in questi 15 anni di formare più di 10 mila rappresentati del governo (tra cui l’attuale ministro cinese dell’ambiente), degli istituti di ricerca e dei settori privati all’interno di SICAB (Sino-Italian Capacity Building), il programma di Alta Formazione, promosso dal Ministero dell’Ambiente italiano ed avviato proprio in collaborazione con la Cina, uno dei paesi che fino a qualche decennio fa era fanalino di coda mondiale nella salvaguardia ambientale. La tutela del suolo e la gestione delle risorse idriche, il controllo e la riduzione dell’inquinamento atmosferico, la gestione dei rifiuti e lo sviluppo urbano sostenibile, sulle specifiche esigenze cinesi, il programma di alta formazione, dalla stesura del protocollo di Kyoto agli accordi di Parigi, hanno saputo adeguarsi ai cambiamenti del tempo e alle nuove sfide ambientali, in particolar modo quelle legate ai cambiamenti climatici in corso, ponendosi come uno strumento efficace nelle nuove politiche di salvaguardia ambientale.

Può stupire alcuni che un colosso come la Cina, dopo anni di crescita economica priva di qualunque attenzione alle ricadute ambientali, abbia deciso di investire 360 miliardi di dollari nelle energie rinnovabili entro il 2020, ed abbia scelto l’Italia come punto di riferimento d’eccellenza nella formazione dei vertici cinesi nel settore della sostenibilità. A maggio il presidente cinese Xi Jinping intervenendo ad una riunione di altissimo livello, che ha dato la linea sulla protezione dell’ambiente, aveva dichiarato guerra all’inquinamento affermando che: «La Cina condurrà una battaglia esemplare contro l’inquinamento e porterà civilizzazione ecologica a un nuovo livello». La Cina di domani promette, già da oggi, di dedicare maggiore energia alla promozione della civiltà ecologica e alla risoluzione dei problemi ambientali, obiettivi futuri che prescindono anche dall’Italia e dai valori e competenze che il governo e le aziende cinesi stanno portando nel loro Paese grazie a questa stretta collaborazione.

Il governo cinese si sta impegnando seriamente per ridurre l’impatto ambientale del settore industriale (da gennaio, ad esempio, sono state imposte tasse sulle sostanze inquinanti emesse dalle imprese chimiche); i funzionari governativi, inoltre, dispongono ora di un indice KPI ambientale introdotto dal governo centrale, con forti incentivi personali ad applicare normative che in passato potevano essere state trascurate a favore degli obiettivi di crescita. Il Paese ha preso in questi mesi anche l’importante decisione di non importare più rifiuti plastici a causa della loro lavorazione troppo inquinante, (scelta che porterà conseguenze per molti altri paesi industrializzati e che ha già generato una domanda incrementale di plastica non riciclata pari a circa il 3-4% della domanda globale). Il governo cinese sta, inoltre, compiendo sforzi sempre maggiori per affrontare anche l'inquinamento atmosferico, incoraggiando i consumatori a orientarsi verso percentuali più elevate di gas nel mix energetico, ancora dominato dal carbone (oltre il 60% del consumo di energia primaria del paese). Proprio giorni fa il Consiglio di Stato cinese ha pubblicato il cosiddetto «Piano d'azione triennale per la vittoria della battaglia in difesa del cielo azzurro» con l’obiettivo proprio di ridurre le emissioni totali dei principali inquinanti atmosferici e le emissioni di gas serra e le polveri sottili con diametro inferiore al PM2.5. E i risultati cominciano ad arrivare già oggi con una città come Pechino, ad esempio, che nel 2017 ha avuto una qualità migliore sia dell’aria sia dell’acqua, record rispetto all’ultimo decennio con la capitale cinese che ha conosciuto 226 giorni con l’aria pulita nel 2017, cioè 28 giorni in più rispetto all’anno precedente, diminuito , inoltre, il numero di giorni con un forte inquinamento, che è passato da 39 a 23.

La Cina ha intrapreso così un progressivo passaggio verso un'economia più incentrata sui consumi, ma che, rispetto al passato, presti allo stesso tempo una maggiore attenzione alle problematiche ambientali, con uno sguardo anche alle potenziali opportunità che questo scenario offre. 

La scelta cinese di scegliere come partner principale l’Italia in questa lotta contro l’inquinamento non deve però affatto stupire, nel nostro Paese, infatti, ci sono tante eccellenze tecnologiche in questo campo, anche se, purtroppo, troppo spesso vengono riconosciute più all’estero che qui da noi (un dato importante a tal riguardo è proprio quello dell’export nei confronti della Cina che è cresciuto in questi anni del 30%). La stessa Ambienthesis, che rappresenta in Italia, uno dei principali operatori integrati nel settore delle bonifiche ambientali e della gestione dei rifiuti industriali, nonché nelle attività di ingegneria ambientale, è stata selezionata proprio dal Governo cinese tra le principali aziende ambientali europee ed invitata l’anno scorso alla “China International Environmental Protection Exhibition and Conference 2017 (CIEPEC 2017 - la Fiera internazionale di Pechino), per raccontare e condividere la propria esperienza, i  propri valori e competenze e, inoltre, presentare le proprie tecnologie all’avanguardia nell’ambito del “soil washing” di fronte alle Autorità€ del Ministero della Protezione ambientale cinese. Impianti innovativi che permettono di attuare interventi di risanamento del tipo “on site”, ossia presso le specifiche aree di cantiere, consentendo di limitare in modo sensibile l’impatto ambientale complessivo e di ridurre gli smaltimenti “off site”, ovvero fuori dal sito. Dopo l'Expo, i 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell'Onu e l'accordo di Parigi, è cresciuta, così, la consapevolezza che l'Italia può offrire prodotti e tecnologie di qualità che rispondono a criteri sostenibili. Un’eccellenza che ci viene riconosciuta ormai in tutto il mondo. La nuova sfida è rappresentata ora dalla formazione: vecchie e nuove professioni possono ancora crescere affrontando infatti le nuove sfide della sostenibilità e della salvaguardia dell’ambiente. Il problema del sistema Italia è da sempre non l’assenza di know how, ma la capacità inadeguata di saperlo valorizzare su larga scala. Puntare sulla formazione potrebbe essere, a mio avviso, invece, proprio il mezzo migliore per avere risultati economici di ampio respiro, garantendo alle aziende italiane di potersi imporre con successo anche in un mercato enorme come quello cinese.

Giovanni Bozzetti

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Mon, 23 Jul 2018 17:35:41 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/461/1/la-cina-guarda-all-italia-per-la-salvaguardia-dell-ambiente giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
L’economia circolare e il design http://www.giovannibozzetti.net/post/460/1/l-economia-circolare-e-il-design

L’economia circolare può cambiare il futuro della sostenibilità. È un’opportunità che può dar vita a nuovi modelli di business e di sviluppo che potrebbero integrare l’attenzione all’ambiente, la digitalizzazione e i nuovi servizi richiesti dalla società moderna.

“Negli ultimi 80 anni tutto si è basato su una produzione lineare, quindi ci sono grandi passi in avanti da compiere. La percentuale di aziende che riutilizzano i prodotti è ancora molto bassa rispetto all’uso di materiali vergini. L’adozione di modelli circolari apporta elevati benefici in termini di competitività, innovazione, ambiente e occupazione. Il mondo nel quale viviamo ha bisogno di essere protetto e tutelato e ogni piccolo gesto che ognuno di noi può compiere nel quotidiano è simbolo di cambiamento. Prestare più attenzione al riciclo significa non solo proteggere il nostro ambiente, ma anche salvaguardare le generazioni future.” – ha commentato Giovanni Bozzetti, Presidente e fondatore di EFG Consulting.

Una delle possibili soluzioni è data dal design riciclabile: un modo per cercare di risolvere la missione impossibile dei problemi ambientali in un modo creativo. L’obiettivo del design sostenibile è l’eliminazione o la riduzione degli effetti negativi sull’ambiente nella produzione industriale, attraverso una progettazione attenta alle tematiche ambientali con l’impiego di un materiale riciclato o facilmente riciclabile, in modo che la fabbricazione non abbia impatto sulle risorse naturali esistenti e lo smaltimento del prodotto alla fine del ciclo di vita non danneggi l’ambiente.

Articolo originale su efgconsulting.it

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Thu, 19 Jul 2018 17:04:16 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/460/1/l-economia-circolare-e-il-design giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Milano, sulla scia di Expo, abbraccia sostenibilità e crescita economica http://www.giovannibozzetti.net/post/459/1/milano-sulla-scia-di-expo-abbraccia-sostenibilita-e-crescita-economica

Milano in termini di mobilità sostenibile è la prima città d’Italia. Questo il risultato del rapporto “Living. Moving. Breathing. Ranking of 4 major Italian cities on Sustainable Urban Mobility” realizzato dal Wuppertal Institute per conto di Greenpeace e diffuso in questi giorni dall’organizzazione ambientalista. Altre città italiane incluse nel rapporto sono Torino, Roma e Palermo, tutte analizzate attraverso 21 diversi indicatori, sintetizzati in 5 parametri: sicurezza stradale, qualità dell’aria, gestione della mobilità, trasporti pubblici, mobilità attiva. Staccandosi nettamente dalle altre tre il risultato di Milano dimostra come la città, nonostante sia ancora lontana dalla perfezione, abbia intrapreso un percorso di trasformazione della propria urbanistica ed un miglioramento, di conseguenza, della qualità della vita dei suoi cittadini anche attraverso l’importante aspetto della mobilità. Lo studio, nato inizialmente per mettere a confronto 13 città europee in  materia di sostenibilità dei trasporti, evidenzia, però, come la mobilità sostenibile sia un progetto concretissimo anche nel nostro Paese dove, non tra poche difficoltà, si fa strada attraverso innovazioni importanti per superare la caotica mobilità privata. In chiave ecologica la mobilità sostenibile, come afferma anche Greenpeace, ha un obiettivo chiaro: “Quello di superare quanto prima la mobilità privata a motore, un sistema fossile che danneggia il clima e peggiora drasticamente la vita nelle nostre città.”

Ma per abbandonare i mezzi privati i cittadini avrebbero bisogno di maggiori percorsi pedonali e ciclabili connessi con sistemi di mobilità condivisa e con il trasporto pubblico, cosa che ancora tarda ad arrivare. Una rete di mobilità sostenibile, a mio avviso, può nascere solo dall’integrazione di tutte queste diverse opzioni di viaggio. Non basta, infatti, potenziare un solo aspetto dello spostamento cittadino se poi questo non riesca ad essere anche collegato ed integrato adeguatamente con gli altri mezzi a disposizione dei cittadini. In generale le città italiane mostrano tassi di mobilità attiva, uso della bicicletta e spostamenti pedonali, molto più bassi di quelli di altre città europee e un livello di sicurezza stradale molto lontano dagli standard di altri centri urbani del Continente. Il risultato di Milano, però, si affida proprio alle buone performance in materia di trasporto pubblico e mobility management, ossia quell’insieme di misure e provvedimenti che hanno l’obiettivo di disincentivare l’uso del mezzo privato, attraverso politiche di gestione del territorio e del traffico, divieti e strumenti finanziari. Tra le tante iniziative intraprese quelle più note riguardano proprio mobilità e arredo urbano: le nuove aree verdi, il potenziamento dei trasporti pubblici, le nuove aree pedonali e i servizi di car sharing e bike sharing hanno reso la città più bella, attrattiva ed ospitale. Da sempre centro nevralgico della moda e della finanza, Milano, forte del successo di Expo e dei finanziamenti pubblici e privati che lo hanno accompagnato, è oggi, a mio avviso, la città più internazionale d’Italia.

Una prima svolta la città l’ha avuta, infatti, proprio nel 2015, quando si è concretizzato il successo di Expo, un evento che ha saputo promuovere la città e l’intera Regione in tutto il mondo. E ora, quella stessa area che lo ha ospitato “rischia” di fare, letteralmente, da terreno fertile per una qualche nuova pietra miliare nella storia della città (tra i vari progetti discussi vi è infatti quello dello Human Technopole, il super centro di ricerca che porterà il nostro Paese nell’élite mondiale della scienza). Arriveranno poi, sempre sul territorio che ha ospitato Expo, altre attività destinate a produrre valore. Milano, infatti, grazie ad Expo ha accresciuto notevolmente la propria Brand awareness e Brand perception ed è sempre più protagonista per capacità di attrazione, non solo di flussi di investimento e di turismo, ma anche di startup, che nella metropoli lombarda hanno una densità doppia rispetto al Settentrione e tripla rispetto alla media italiana: nel 2013 erano 217 le start up innovative, nel 2016 erano salite a circa ottocento. La città si configura così non solo più giovane, ma anche più internazionale e più smart, aperta sia all'innovazione tecnologica sia alle nuove forme del lavoro, in particolare alla di sharing economy.

La metamorfosi della capitale lombarda, dedicando particolare attenzione allo sviluppo sostenibile, come già detto, si basa, infatti, proprio sulla spinta all’internazionalizzazione e all’innovazione, che oggi rappresenta un elemento indispensabile di vantaggio competitivo per tutte le imprese. C’è bisogno dello sviluppo di una grande cooperazione pubblico-privata tra i soggetti che operano nella città: istituzioni, imprese e società civile. L’imprenditore, oggi, non può più essere, infatti, solo un operatore economico, ma deve prendere spunto e ispirazione anche dalle piccole aziende da cui può derivare un contributo straordinario. Sotto questa luce, Milano si qualifica come luogo privilegiato in cui potenziare il network tra imprese perché qui il tessuto delle piccole è integrato in un sistema di numerose medie imprese, di 3.600 multinazionali estere e di 90 grandi imprese con fatturato sopra il miliardo di euro, un numero record anche rispetto ai benchmark europei. L’ultima analisi del centro studi di Assolombarda identifica, infatti, il 2017 come anno di espansione sia per la Lombardia, con un PIL stimato in aumento del +1,8%, sia per Milano, la cui crescita è stimata al +1,9% (e pari nel quadriennio 2014-2017 a +6,2% , ossia quasi due volte il ritmo dell’Italia). Numeri spettacolari e riassumibili in uno: Milano è la quarta economia europea per crescita: è viva, è laboriosa, si rinnova sempre.

Non tralasciando i cambiamenti climatici e l’ambiente ma, anzi, contrastando l’inquinamento atmosferico. Interessante, a tal riguardo, l’adozione in questi giorni del PAES – Piano d’azione per l’energia sostenibile, per diffondere l’utilizzo di fonti rinnovabili per la produzione di energia nei diversi settori delle attività umane, dal residenziale alle industrie, dagli impianti di pubblica illuminazione alla rete di trasporti. Sensibilizzare i cittadini nei riguardi di strategie sostenibili per la riduzione dei consumi, e spingerli, quindi, a prediligere fonti di energia pulita, risulta ormai indispensabile, e i piani di tipo politico costituiscono certamente uno degli strumenti maggiormente efficaci a tale scopo. La Città di Milano e la Regione Lombardia, dunque, si muovono in una precisa direzione, sperando che tale percorso, di concerto a quelli intrapresi dalle altre grandi città europee e del mondo, possa servire da esempio per altre aree urbane in cui la cultura della sostenibilità ambientale non riceve ancora la giusta attenzione.

L’EXPO ha rappresentato per Milano e per la Regione una straordinaria spinta verso l’internazionalizzazione, la sostenibilità ambientale e lo sviluppo economico che costituiranno traino essenziale per l’intero Paese.

Giovanni Bozzetti

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Mon, 16 Jul 2018 17:16:43 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/459/1/milano-sulla-scia-di-expo-abbraccia-sostenibilita-e-crescita-economica giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Ocean Literacy: impariamo a valorizzare il mare come fonte di vita http://www.giovannibozzetti.net/post/458/1/ocean-literacy-impariamo-a-valorizzare-il-mare-come-fonte-di-vita

Il prossimo 21 giugno prenderà il via l’esperimento mondiale “Ocean Sampling Day, che prevede simultaneamente, in tutto il mondo, la raccolta di campioni d’acqua in circa 200 siti negli oceani e nei mari, dalle coste del Pacifico, all’Atlantico e anche nel Mediterraneo (in Italia, saranno raccolti campioni nel Tirreno e nell’Adriatico, precisamente nel Golfo di Napoli e al largo di Ancona) per analizzare lo stato di salute dei nostri oceani ricercando inquinanti come sostanze chimiche e micro-plastiche e analizzando la biodiversità dei microrganismi marini, con metodi innovativi di sequenziamento genetico massivo di tutto il DNA presente nei campioni. Senza troppe aspettative già da oggi possiamo però farci un’idea, presumibilmente, dei risultati di tale ricerca. Ed i risultati non sono incoraggianti. L’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ci rivela che la concentrazione di micro-plastiche nel mar Mediterraneo è tra le più alte al mondo: 1,2 milioni per chilometro quadrato. Le micro-plastiche, infatti, sono state trovate in 121 specie di pesci, dato confermato, inoltre, da un altro studio condotto sui grandi pelagici, primo fra tutti il pescespada che rivela che il 18% degli esemplari analizzati aveva rifiuti plastici nel tratto gastrointestinale. Niente di cui stupirsi , purtroppo, dal momento che ogni giorno nel Mediterraneo finiscono 731 tonnellate di plastica, cifra che potrebbe più che raddoppiare entro il 2025, e di queste, 90 sono prodotte dall’Italia, che è il terzo paese più inquinante dell’area. Sui fondali così, in base ai dati del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) si troverebbero, in alcuni tratti, fino a 100mila pezzi di plastica per chilometro quadrato. Se continuiamo in questa direzione entro il 2050 la massa di plastica negli oceani supererà in peso quella di tutti i pesci che lo popolano.

Nel 2017 la Commissione Oceanografica Intergovernativa dell'Unesco ha pubblicato il manuale “Ocean Literacy for All - A toolkit” dove sono riportati i cosiddetti "sette principi dell'Ocean Literacy", ovvero una pratica didattica ed educativa volta a spiegare le dinamiche marine e la loro importanza fondamentale nella vita di tutti noi. Secondo Francesca Santoro, autrice principale del documento, "purtroppo, nonostante il ruolo fondamentale dell'oceano e dei mari per il nostro pianeta, è ancora scarsa la conoscenza che ne abbiamo. Ecco perché i sette principi dell'Ocean Literacy sono uno strumento importante per la promozione di una maggiore diffusione di elementi fondamentali che riguardano il mare e i suoi processi, e possono essere considerati come l'ABC della conoscenza del mare”. Il nostro mar Mediterraneo è un ecosistema straordinario, dove la ricchezza di specie per area (circa 17mila specie differenti) è circa 10 volte superiore alla media mondiale, proprio per questo salvaguardarlo è un dovere di tutti noi, per la nostra generazione e per le prossime che arriveranno. In Italia, nonostante la presenza di numerose attività legate all'economia del mare e la storia strettamente correlata alla posizione centrale nel Mediterraneo, a mio avviso, manca ancora una vera e propria cultura dell'oceano. Fondamentale è invece che tutti, cittadini, imprenditori, politici, siano più consapevoli di quelle che sono sia le opportunità sia i rischi e i pericoli che minacciano la salute dell’oceano.

Ben venga, quindi, la ricorrenza dell’8 giugno in cui è stata celebrata la Giornata Mondiale degli Oceani, celebrazione doverosa dal momento che gli oceani non solo ricoprono oltre il 70% della superficie terrestre e ospitano l’80% della biodiversità mondiale producendo anche il 50% dell’ossigeno presente in atmosfera. Un intero ecosistema fondamentale per regolare il clima terrestre, depurare l’acqua e offrire cibo (le risorse ittiche, infatti, rappresentano una fonte alimentare e di reddito fondamentale per oltre 800 milioni di persone). Spesso, però, non siamo consapevoli, o ci dimentichiamo, del fatto che il nostro stile di vita e i prodotti che consumiamo ogni giorno possano essere fondamentali per l’impatto che hanno sull’acqua dei mari. Certamente bisogna agire a monte, lavorando sulla corretta gestione dei rifiuti e sull’educazione dei turisti, che spesso abbandonano la plastica in spiaggia. I bambini sono oggi i primi ecologisti della famiglia, hanno a cuore l'ambiente più di qualunque altra generazione precedente. Pochi consigli da seguire fin da piccoli, quindi, possono salvare l’eco-sistema del mare: come utilizzare creme solari che non inquinino, evitare sapone e shampoo se ci si lava in spiaggia, conservare l’immondizia anche se non ci sono appositi contenitori per poi buttarla e differenziarla solo dove si può. Tutto l’ambiente marino va preservato, dalla spiaggia, al mare, agli animali e alle piante che ci vivono.

È importante, però, anche fare qualcosa per pulire ciò che abbiamo già sporcato: ad esempio Greenpeace ha appena attivato Plastic Radar, un servizio ad hoc per coinvolgere i cittadini che vogliano segnalare i rifiuti in cui si imbattono con l’obiettivo di contare, valutare i materiali, riconoscere i marchi e inchiodare le aziende alle loro responsabilità rispetto ai temi ambientali, così da spingerle a ridurre l'impiego di imballaggi e contenitori in plastica non riciclabile. Un’altra iniziativa possibile ed auspicabile sarebbe quella del ritorno del “vuoto a rendere”, una pratica che in Italia è stata accantonata trent'anni fa e che "nella sola Germania ha permesso di ridurre in maniera considerevole i rifiuti di plastica e di vetro dispersi sul territorio (-80% per le bottiglie di Pet, -96% per la bottiglie di vetro)” ottimizzando la raccolta differenziata ed eliminando molti di quei rifiuti gettati distrattamente nei cassonetti dell’umido.

Mai come in questo caso possiamo dire che tante gocce fanno un oceano. Abbiamo la sostenibilità nel cuore. Ora, spetta a ognuno di noi accettare la sfida e tuffarsi a capofitto in quest’impresa ed è proprio vero: se le leggi cambiano non è soltanto perché è necessario, ma anche perché sono i cittadini a chiederlo. Ed evitare di abbandonare una busta di plastica in spiaggia non è un’azione priva di conseguenze, al contrario può salvare una vita. Dal mare dipendiamo completamente e sul mare incidiamo pesantemente con i nostri comportamenti. Esserne consapevoli è il primo passo per occuparcene con cura e incamminarci sulla strada che ci porterà alla soluzione di molti problemi.

Giovanni Bozzetti

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Tue, 10 Jul 2018 18:37:44 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/458/1/ocean-literacy-impariamo-a-valorizzare-il-mare-come-fonte-di-vita giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
La valorizzazione energetica dei rifiuti al centro degli accordi Italia - Emirati http://www.giovannibozzetti.net/post/457/1/la-valorizzazione-energetica-dei-rifiuti-al-centro-degli-accordi-italia-emirati

Oggi più che mai per superare le sfide che ci attendono è fondamentale riuscire a condividere “know-how” e tecnologie allo scopo di sviluppare iniziative comuni sia in Italia, sia fuori da essa, tanto nei settori del waste management e del waste to energy, quanto in quello delle bonifiche dei suoli e delle acque. La sottoscrizione, avvenuta il 25 giugno, di un protocollo d’intesa quindi tra Ambienthesis S.p.A. e Beeah Sharjah Environment Co. LLC (Beeah”), società leader degli Emirati Arabi Uniti operante sia nella raccolta, nella separazione, nel recupero e nello smaltimento dei rifiuti urbani e speciali, sia nelle energie rinnovabili, vuole essere proprio questo.

Ambienthesis rappresenta in Italia, come probabilmente saprete, uno dei principali operatori integrati nel settore delle bonifiche ambientali e della gestione dei rifiuti industriali, (in particolare modo nelle aree di bonifiche e risanamenti ambientali: trattamento, recupero e smaltimento di rifiuti industriali) nonché nelle attività di ingegneria ambientale. Beeah, d’altro canto, focalizzandosi sull’innovazione, sia attraverso il perseguimento di pratiche rivoluzionarie nel settore ambientale, sia scegliendo un approccio sistemico alla gestione dei rifiuti ed allo sviluppo di strategie di sostenibilità per le risorse chiave legate all’utilizzo di fonti di energia rinnovabili, (nonché promuovendo iniziative finalizzate al coinvolgimento delle comunità locali), è diventata il motore di cambiamento di tutta la regione ed è oggi la società del comparto ambientale in più rapida crescita del Medio Oriente. Tale accordo tra le società consentirà così, unendo le competenze industriali e tecnologiche delle due aziende, di sviluppare una nuova e grande collaborazione sinergica volta ad ottimizzare i processi di gestione dei rifiuti, (sia di waste to energy, sia di bonifica dei suoli e delle acque), favorendo nuovi processi di economia circolare e sopratutto rafforzando ancor di più i legami tra Italia ed Emirati Arabi Uniti nel nobile scopo comune di salvaguardare l’ambiente e il nostro Pianeta per le generazioni future. L’accordo porterà, in primis, all'ideazione, il design, la realizzazione e l'esercizio di impianti waste to energy (WTE). L'accordo mira anche ad introdurre soluzioni tecnologiche per il migliore sfruttamento e riutilizzo di sottoprodotti o scarti di lavorazione presso gli attuali impianti con il recupero delle scorie da incenerimento e sfruttamento del biogas a fini energetici, il trattamento dei fanghi, l'utilizzo di energie rinnovabili, la produzione di polverino da pneumatici fuori uso. Grazie a questa joint venture si potrà così affrontare, anche negli Emirati, il tema delle bonifiche, del risanamento e della riqualificazione ambientale con l'utilizzo delle migliori tecnologie di settore anche in modo combinato.

Per i non addetti al settore, quando ci si riferisce al  Waste-to-energy (WtE) o energy-from-waste (EfW) si entra nel campo del recupero energetico e ci si riferisce al processo di generazione di energia sotto forma di elettricità e/o calore derivante dal trattamento primario dei rifiuti o dalla trasformazione dei rifiuti stessi in una fonte combustibile. I moderni impianti di termo-valorizzazione sono molto diversi dagli inceneritori di rifiuti usati comunemente fino a qualche decennio fa (il primo inceneritore risale infatti al 1874) incapaci di rimuovere possibili materiali pericolosi o riciclabili prima della combustione. Questi inceneritori, oltre a mettere in pericolo la salute degli operai che vi lavorano e dei residenti vicini, nella maggior parte dei casi non erano neanche progettati per produrre elettricità ma solo per bruciare la spazzatura. Oggi invece la trasformazione dei rifiuti in energia viene sempre più considerata come una potenziale strategia di diversificazione energetica (basti pensare al caso della Svezia, che negli ultimi 20 anni si è quasi completamente affidata a questo processo).

Stiamo in questi anni assistendo ad una crescita costante del mercato europeo della valorizzazione energetica dei rifiuti, crescita spinta anche dagli obiettivi per le energie rinnovabili fissati dall’Unione Europea per il 2020, attraverso nuove normative ed incentivi utili ad aumentare l'efficienza energetica e a favorire questa tendenza. Gli inceneritori a griglia, grazie alla loro flessibilità e convenienza, sono così destinati a dominare il mercato in termini di entrate e numero di impianti installati. Si prevede che il segmento dell’incenerimento sarà ancora più redditizio in futuro grazie alle attività di modernizzazione o ristrutturazione dei vecchi impianti di valorizzazione energetica, che sono tenuti a rispettare gli attuali standard ambientali. Per migliorare la qualità dei servizi di valorizzazione energetica esistenti e sfruttarne le capacità aggiuntive, sono però necessari ancora notevoli investimenti. Di conseguenza, la gestione dei rifiuti, la modernizzazione degli impianti WTE, la ricerca e lo sviluppo in nuove tecnologie di valorizzazione energetica e i partenariati pubblico-privato (PPP) stanno attirando l’attenzione sia delle grandi imprese sia dei legislatori. Le aziende private potrebbero così costruire profili di proprietà con partner all’interno e all’esterno dell’Europa, poiché gli impianti di valorizzazione dei rifiuti stanno diventando investimenti sempre più redditizi.

Gli impianti di valorizzazione energetica dei rifiuti sono un fattore chiave per il riciclaggio di qualità e potrebbero spianar, a mio avviso, la strada a un’economia circolare che porterebbe maggiori opportunità di impiego, specialmente nell’ambito di professioni semi-qualificate ed entry-level. Anche per questo sarebbe consigliabile che si sviluppassero nuovi modelli circolari per le catene di approvvigionamento, puntando a materiali difficili da riciclare al fine di raggiungere l’obiettivo di azzerare, un giorno non molto lontano, i rifiuti e generare un flusso di materiale ciclico.

Giovanni Bozzetti

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Fri, 6 Jul 2018 17:48:37 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/457/1/la-valorizzazione-energetica-dei-rifiuti-al-centro-degli-accordi-italia-emirati giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Il turismo in Italia e il free Travelers’ Awards http://www.giovannibozzetti.net/post/456/1/il-turismo-in-italia-e-il-free-travelers-awards

Il turismo in Italia gioca un ruolo sostanziale per l’attività economica del Paese, nel 2017 il contributo totale sull’economia italiana è stato pari al 13% del PIL. Un settore che continua a crescere e a far registrare il tutto esaurito soprattutto durante le estati italiane.

L’impatto economico del turismo non è fine a se stesso ma si riflette in maniera rilevante anche sul mondo del lavoro: il turismo ha dimostrato di essere un settore su cui puntare, un volano insostituibile per la ripresa del Paese e l’Italia continua ad attirare turisti stranieri per la qualità e la varietà della nostra offerta territoriale e ricettiva.

Un incremento sostenuto non solo dal turismo estero, ma anche da quello interno: con l’aumento di forme di turismo sostenibile, dove i turisti cercano un’esperienza all’insegna del green, del silenzio, dell’enogastronomia, dei percorsi verdi alla scoperta della bella provincia italiana, di paesi e di borghi a misura d’uomo.

“In un’Italia, dove il turismo è una pietra miliare della nostra economia, è un grande onore essere riusciti a realizzare la prima edizione del prestigioso Travelers Festival in collaborazione con quello di Dubai. Viaggiare per scoprire, per conoscere ed arricchirsi culturalmente, per vivere esperienze ed avventure, per emozionarsi… Viaggiare per aprirsi al mondo. Questo il messaggio che abbiamo voluto divulgare con questo grande evento. Raccontare i viaggiatori quali messaggeri di pace, perché grazie alle loro imprese straordinarie consentono di avvicinare culture e popoli diversi. Desideriamo creare connessioni tra persone, menti, ideali diversi nel mondo, quale presupposto di una pacifica e serena convivenza internazionale. Se tutti noi viaggiassimo di più e conoscessimo usi, culture e tradizioni dei diversi popoli, saremmo sempre più uniti all’insegna di ciò che ci accomuna e non di quello che ci differenzia.” – ha commentato Giovanni Bozzetti, Presidente e fondatore di EFG Consulting.

FONTE: http://www.ontit.it/opencms/opencms/ont/it/stampa/in_evidenza/WTTC_in_crescita_il_contributo_del_turismo_al_PIL

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Fri, 6 Jul 2018 16:55:30 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/456/1/il-turismo-in-italia-e-il-free-travelers-awards giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Bee’ah pact enhances waste management http://www.giovannibozzetti.net/post/454/1/bee-ah-pact-enhances-waste-management

SHARJAH: Bee’ah, the Middle East’s leading and award-winning environmental management company, and Ambienthesis SPA, a subsidiary of Italy’s renowned Green Holding Group, signed a Memorandum of Understanding (MoU), to exchange expertise and explore potential areas of collaboration in the environmental and waste management fields in the Middle East and Europe.

OPPORTUNITIES

The agreement was signed by Khaled Al Huraimel, Group CEO of Bee’ah and Prof. Dott. Giovanni Bozzetti, President of Ambienthesis SPA at Bee’ah’s head office on 25th June 2018, in the presence of Liborio Stellino, Ambassador of Italy to the UAE; Valentina Setta, Counsul General of Italy; and Fahad Shehail, Group Chief of Staff at Bee’ah.

Through the MoU, the entities will seek to share technological know-how and explore opportunities in integrated waste management.

COMMITTED

Khaled Al Huraimel, Group CEO of Bee’ah said, “Bee’ah has always been committed to advancing sustainable solutions and our partnerships with international industry leaders have played a key role in furthering this interest.

Ambienthesis SPA is a market leader in waste management and soil and water remediation activities. As regional leaders in the industry, we can leverage our complementary strengths through this agreement, to create an impact on the Middle East and Europe.

Our combined experience and knowledge places us in a unique position to address some of the most challenging global issues in environmental and waste management. This MoU signifies the start of collaborative efforts towards addressing these challenges, and redefining industry practices to achieve new heights of excellence.

HONOURED

Sharing his thoughts on the occasion, Prof. Dott. Giovanni said, “We are particularly proud and honoured for this agreement with the most important and prestigious player in the environmental management business in the Middle East.

AGREEMENT

This agreement will allow us to develop a huge synergic collaboration aimed to maximise waste management, waste to energy, land and water remediation processes.

This agreement not only joins the industrial and technological expertise of the two companies and fosters the activation of circular economy processes but binds even more the ties between Italy and the United Arab Emirates in the noble, common purpose to safeguard and maintain the environment and our planet for the future generations.
 

The MoU will explore the development of innovative solutions that meet the needs of the environment and waste industry in the UAE and Italy, thus, supporting the wider economy while creating a framework that encourages a circular economy and the achievement of a sustainable future.

Articolo originale gulftoday.ae

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Sun, 1 Jul 2018 11:39:20 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/454/1/bee-ah-pact-enhances-waste-management giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Milano Requalification - Nuove opportunità per la città http://www.giovannibozzetti.net/post/455/1/milano-requalification-nuove-opportunita-per-la-citta

“Un altro passo in avanti sta per compiersi in una città come Milano che ha grandi aspirazioni e che non si ferma mai. Molte le opportunità di lavoro che si presenteranno grazie a questa opera di Requalification e altrettante le occasioni di investimento su cui puntare. Già negli ultimi anni gli investimenti esteri sono lievitati, da quando sono aumentati i grandi lavori di rigenerazione urbana. Milano ancora una volta non tradisce la sua vocazione di capitale economica e di città in eterno movimento.” – ha commentato Giovanni Bozzetti, Presidente e fondatore di EFG Consulting.

Grazie al progetto di Requalification delle aree più dismesse, sono in arrivo nuove opportunità per Milano. Una grande sfida per la città, che per i prossimi 20 anni ha grandi progetti da realizzare, distribuiti tra l’area che ha ospitato l’Expo, la zona di via Bramante e tutte le superfici attualmente occupate dagli ex scali ferroviari. Il ritratto della città si sta rimodellando pian piano e anche se i tempi sono lunghi, intorno al progetto di riqualificazione si stanno creando molte aspettative sia dal punto di vista immobiliare che di business per l’indotto commerciale e cittadino.

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Fri, 29 Jun 2018 19:10:03 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/455/1/milano-requalification-nuove-opportunita-per-la-citta giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Ambienthesis: Memorandum of Understanding con Bee’ah Sharjah Environment http://www.giovannibozzetti.net/post/450/1/-ambienthesis-memorandum-of-understanding-con-bee-ah-sharjah-environment

Sottoscritto Memorandum of Understanding con Bee’ah Sharjah Environment Co. LLC, la più importante società degli Emirati Arabi Uniti attiva nel settore ambientale, per la promozione e lo sviluppo di opportunità imprenditoriali congiunte da svilupparsi in Europa, nel Medio Oriente e negli Emirati Arabi Uniti.        
 
Segrate, 25 giugno 2018

Ambienthesis S.p.A. rende noto con soddisfazione di aver sottoscritto in data odierna un Memorandum of Understanding con Bee’ah Sharjah Environment Co. LLC (“Bee’ah”), società leader degli Emirati Arabi Uniti operante sia nella raccolta, nella separazione, nel recupero e nello smaltimento dei rifiuti urbani e speciali, sia nelle energie rinnovabili, avente ad oggetto future collaborazioni e condivisione di know-how e tecnologie allo scopo di sviluppare iniziative comuni negli Emirati Arabi Uniti, nel Medio Oriente e in Europa (Italia compresa) tanto nei settori del waste management e del waste to energy, quanto in quello delle bonifiche dei suoli e delle acque.

La sottoscrizione di tale protocollo d’intesa, la cui finalizzazione è stata resa possibile anche grazie al fattivo contributo ricevuto dal Console Generale degli Emirati Arabi Uniti Abdalla Al Shamsi e dalla Sharjah Investment and Development Authority, è avvenuta a Sharjah, presso la sede di Bee’ah, alla presenza del Dott. Liborio Stellino, Ambasciatore italiano negli Emirati Arabi Uniti, e della Dott.ssa Valentina Setta, Console Generale italiano a Dubai.     

Fondata nel 2007 con l’obiettivo di operare attivamente ai fini della creazione di un futuro sostenibile, Bee’ah è la società del comparto ambientale in più rapida crescita del Medio Oriente. Sin dal principio, Bee’ah ha focalizzato la propria attività sull’innovazione, conseguendo importanti risultati e diventando il motore del cambiamento in tutta la regione. Attraverso il perseguimento di pratiche rivoluzionarie nel settore ambientale, un approccio sistemico alla gestione dei rifiuti, lo sviluppo di strategie di sostenibilità per le risorse chiave e l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili, nonché la promozione di iniziative finalizzate al coinvolgimento delle comunità, Bee’ah intende essere un punto di riferimento d’eccellenza, per le città e i territori, nell’ambito della sostenibilità.

Il Presidente di Ambienthesis S.p.A. Dott. Giovanni Bozzetti ha così commentato la firma del Memorandum of Understanding: “Siamo particolarmente orgogliosi e onorati per questo accordo con il più importante e prestigioso attore nel settore della gestione ambientale in Medio Oriente. Tale accordo, che ci consentirà di sviluppare una grande collaborazione sinergica volta ad ottimizzare i processi di gestione dei rifiuti, di waste to energy e di bonifica dei suoli e delle acque, non solo unisce le competenze industriali e tecnologiche delle due aziende e favorisce l'attivazione di processi di economia circolare, ma rafforza ancor di più i legami tra Italia ed Emirati Arabi Uniti nel nobile scopo comune di salvaguardare l'ambiente e il nostro Pianeta per le generazioni future. Per citare le parole di Sua Altezza Sheikh Dr. Sultan bin Muhammad Al Qasimi, Membro del Consiglio Supremo ed Emiro di Sharjah, ‘prendersi cura dell'ambiente e della natura è una delle nostre priorità più importanti’. Ed è certamente lo stesso per noi”.             

Il Gruppo Ambienthesis rappresenta, in Italia, uno dei principali operatori integrati nel settore delle bonifiche ambientali e della gestione dei rifiuti industriali. In particolare, il Gruppo opera nelle seguenti aree: bonifiche e risanamenti ambientali; trattamento, recupero e smaltimento di rifiuti industriali; attività di ingegneria ambientale.

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Tue, 26 Jun 2018 16:55:32 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/450/1/-ambienthesis-memorandum-of-understanding-con-bee-ah-sharjah-environment giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Eventi sportivi - Marketing ad alto livello emotivo http://www.giovannibozzetti.net/post/453/1/eventi-sportivi-marketing-ad-alto-livello-emotivo

“Le aziende italiane dovrebbero investire maggiormente negli eventi sportivi perché uniscono popoli, culture, classi ed età differenti che possono portare incentivi e miglioramenti per le società stesse.Bisogna capire che c’è un rapporto stretto tra la forza comunicativa dello sport e la vendita dei prodotti e che è un modo per farsi conoscere in tutto il mondo e quindi internazionalizzarsi. Lo sport è marketing ad alto valore emotivo.” – commenta Giovanni Bozzetti, Presidente e fondatore di EFG Consulting.

Oggi l’evento sportivo rappresenta il media per eccellenza, grazie alla sua facilità di fruizione e alla capacità di unire le persone indifferentemente dal genere e dall’età. Il valore comunicativo degli eventi sportivi non è riconosciuto nella sua totalità dai “big spender” che sono ancora restii negli investimenti,  al contrario invece di radio e banche che ormai partecipano ad ogni evento.

I grandi eventi sportivi non sono importanti solo durante il periodo del loro svolgimento, ma i benefici durano nel tempo, incrementando turismo e vendite, ne sono un esempio le Olimpiadi e i Mondiali di Calcio. L’organizzazione di un evento sportivo è sempre più internazionale perché non si riduce allo sport in sé, ma muove a livello collettivo creando molte forme di comunicazione e trends.

Fonte giovannibozzetti.it

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Mon, 25 Jun 2018 09:00:02 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/453/1/eventi-sportivi-marketing-ad-alto-livello-emotivo giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Report: Sharjah 2018 http://www.giovannibozzetti.net/post/452/1/report-sharjah-2018

Il prossimo 24 giugno, allo Sheraton Sharjah Beach Resort & Spa, sarà presentata “Report: Sharjah 2018”, una ricerca effettuata da Oxford Business Group (OBG). Durante l’evento “Creare l’ambiente per una crescita economica sostenibile”, l’attenzione sarà focalizzata sulle piccole imprese, la digitalizzazione e l’innovazione quali driver per la crescita dell’Emirato di Sharjah.

“La mia partecipazione è funzionale all’identificazione di nuove opportunità di business delle aziende italiane alla luce del sempre maggior apprezzamento del Made in Italy da parte degli Emirati Arabi Uniti” – ha commentato Giovanni Bozzetti, Presidente e fondatore di EFG Consulting.

La tavola rotonda di OBG prenderà in considerazione anche le attrazioni che l’emirato offre agli investitori, tra cui infrastrutture ben sviluppate, bassi costi, una posizione strategica e diverse zone franche che offrono una serie di incentivi.  Le discussioni includeranno i contributi di Shaikh Fahim Bin Sultan Al Qasimi, Presidente esecutivo, Dipartimento delle relazioni governative dell’Emirato di Sharjah; Marwan Al Sarkal, Chairman di Shurooq; Najla Al Midfa, CEO, Sharjah Entrepreneurship Centre; Khalid Al Huraimel, Group CEO, Bee’ah e Mohammed Al Musharrakh, CEO Invest in Sharjah.

Fonte giovannibozzetti.it

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Thu, 21 Jun 2018 18:51:44 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/452/1/report-sharjah-2018 giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Nuove norme sui rifiuti: l’Europa dichiara guerra alla plastica monouso http://www.giovannibozzetti.net/post/448/1/nuove-norme-sui-rifiuti-l-europa-dichiara-guerra-alla-plastica-monouso

Sembra proprio che, probabilmente dal 2019, potremo finalmente dire addio a cannucce, piatti e stoviglie di plastica monouso. Dopo aver messo al bando i sacchetti di plastica nel 2015, la Commissione Europea continua a perseguire il sogno di un’Europa libera dai rifiuti plastici. E così via dal continente europeo la plastica usa e getta, la stessa che nel mondo costituisce circa l’85% dei rifiuti marini. La legge si inserisce così nell’ambizioso piano della Comunità europea di ridurre l’inquinamento marino prodotto dai paesi dell’Unione. Il problema della plastica nei mari di tutto il mondo, ed in particolare nell'Oceano Pacifico, è sempre più pressante.

Nel Pacifico, tra la California e le Hawaii, si è accumulata, in un'area relativamente circoscritta, una quantità spaventosa di plastica, una massa talmente grande da venire etichettata oggi, nella sua traduzione italiana, come “grande chiazza di immondizia del Pacifico”. Qui a partire dagli anni 80, a causa del movimento a spirale in senso orario della corrente oceanica chiamata Vortice subtropicale del Nord Pacifico (North Pacific Subtropical Gyre), che permette ai rifiuti galleggianti di aggregarsi fra di loro, si è formato un accumulo di grandi dimensioni (la cui esistenza era stata già preconizzata in un documento pubblicato nel 1988 dalla National Oceanic and Atmospheric Administration - NOAA degli Stati Uniti). Uno studio condotto da un team internazionale di scienziati con la Ocean Cleanup Foundation e pubblicato giovedì 22 marzo 2018 sulla rivista Scientific Reports ha quantificato per la prima volta la dimensione reale di questa “Great Pacific Garbage Patch”. La tristemente famosa massa di detriti, nota anche come “isola di plastica”, risulterebbe, quindi, 16 volte più grande del previsto: l’intera estensione di questa massa di spazzatura di almeno 80mila tonnellate occupa oggi uno spazio grande quasi tre volte la Francia.

Laurent Lebreton, l’autore principale della ricerca, ha dichiarato che l’area sta crescendo in maniera esponenziale e il 99,9 per cento di quello che i ricercatori hanno estratto dall’oceano è plastica. Le stesse materie plastiche finiscono, poi, per disintegrarsi in minuscole particelle che spesso vengono mangiate dai pesci e che, quindi, possono arrivare sulle nostre tavole. Sono l'8% della massa totale di plastica dispersa in mare, ma ben il 94% dei 1.800 miliardi di pezzi che fluttuano sugli oceani.

La preoccupazione oggi è quella di ripulire quest’area di mare, ma quella di domani è che entro pochi decenni i pezzi più grandi di detriti possano trasformarsi in microplastiche, molto più difficili da rimuovere dall’oceano. Anziché biodegradarsi, la plastica si fotodegrada, ovvero si disintegra in pezzi sempre più piccoli fino alle dimensioni dei polimeri che la compongono; nondimeno, questi ultimi restano plastica e la loro biodegradazione resta comunque molto difficile. Non basterebbe, infatti, in questo caso ricorrere ai metodi tradizionali per rimuovere la plastica ossia usare delle reti attaccate alle barche.

Questo studio ha permesso anche di risalire all'anno di provenienza di parte dei rifiuti: in una campionatura di 50 pezzi, per esempio, ce n'erano uno del 1977, sette degli anni Ottanta, 14 degli anni Novanta, 24 del Duemila e 1 dell'ultimo decennio. Oggi si produce 20 volte più plastica che negli anni Sessanta (di cui un terzo per gli imballaggi) e, se non si metterà freno alla situazione, entro il 2050 la massa di plastica negli oceani supererà in peso quella di tutti i pesci dei mari, mentre il 99% degli uccelli marini avrà ingoiato quantità più o meno elevate di plastiche.

In contemporanea con la pubblicazione dell'articolo scientifico su Scientific Reports sull'isola di plastica, in Gran Bretagna è stato pubblicato il rapporto Foresight Future of the Sea secondo il quale l'inquinamento da plastica negli oceani potrebbe triplicare da qui al 2050 a meno che non sia messa in atto "una risposta di grandi dimensioni" per evitare che la plastica arrivi negli oceani. Perché, dopotutto, la “Great Pacific Garbage Patch” non è l’unica, ma è solo una delle diverse isole di rifiuti ad oggi conosciute.

Nuove norme europee sono così in arrivo proprio per i prodotti usa e getta. Saranno infatti a breve banditi: cotton fioc, posate, piatti, cannucce, mescolatori per bevande e aste per palloncini. Tutti prodotti che in futuro dovranno essere fabbricati solo con materiali sostenibili, facilmente disponibili ed economicamente accessibili. Per quanto riguarda altri oggetti sempre in plastica e molto utilizzati, come contenitori per cibo e bevande, la legge propone di limitarne l’uso fino a quando non sarà trovata una valida alternativa. Inoltre, sugli imballaggi di questi prodotti dovrà esserci una etichetta che segnala l’impatto negativo che hanno sull’ambiente. La nuova iniziativa europea si inserisce in una più ampia strategia a livello continentale formata dal pacchetto sull’economia circolare approvato definitivamente dal Consiglio e Parlamento europeo pochi giorni fa e dalla tassa sulla plastica proposta da Bruxelles per finanziare parte del prossimo bilancio dell’Unione (2021-2027) in modo da rendere più conveniente la ricerca di materiali alternativi da parte dell’industria e ridurne la produzione. Infine entro il 2025 gli Stati membri dovranno raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica monouso per bevande, anche attraverso sistemi di cauzione-deposito. Ciascun Paese dovrà creare campagne di sensibilizzazione ed i produttori di tali materiali dovranno etichettare in modo chiaro i loro prodotti e fornire spiegazioni esaustive riguardo il loro smaltimento. Verranno, in aggiunta, offerti degli incentivi economici a quei produttori che decideranno di usare materiale sostenibile. Per Bruxelles la misura, oltre a salvaguardare ambiente e salute, rappresenta anche un’opportunità economica per le aziende che, grazie ad incentivi pubblici, dovranno creare economie di scala e diventare più competitive per piazzare beni sostenibili nei mercati globali. Secondo Bruxelles tale direttiva eviterà l’emissione di 3,4 milioni di tonnellate di CO2, eviterà danni ambientali che costano alla comunità 22 miliardi di euro e farà risparmiare 6,5 miliardi di euro ai consumatori.

Una prima "risposta di grandi dimensioni" per evitare che la plastica arrivi negli oceani è stata così finalmente data.

 

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Wed, 20 Jun 2018 12:50:59 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/448/1/nuove-norme-sui-rifiuti-l-europa-dichiara-guerra-alla-plastica-monouso giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Nell’emirato di Shajah opportunità per il retail http://www.giovannibozzetti.net/post/451/1/nell-emirato-di-shajah-opportunita-per-il-retail

Tre grandi progetti di real estate a Sharjah, uno dei sette Emirati Arabi Uniti, apriranno le porte, da fine 2019, ad attività commerciali e alberghiere. I progetti del valore complessivo di 734 milioni di dollari, vengono sviluppati da una joint venture tra Shurooq (la locale Autorità per gli investimenti e lo sviluppo) e Eagles Hills, società privata con base ad Abu Dhabi. Il più grande dei tre è quello di Maryam Island (investimento di 658 milioni di dollari) dove su un’area di 300mila metri quadrati circondata da mare e lagune, sorgeranno 1.900 appartamenti e ville di lusso, hotel, oltre cento ristoranti, bar e centri commerciali lungo il mare.

Gli spazi potranno diventare un polo d’attrazione per attività commerciali in vista dell’Expo Dubai e possono dare l’opportunità di essere presenti anche alle nostre imprese” sottolinea Giovanni Bozzetti di EFG Consulting, società di consulenza attiva negli Emirati.

Insieme a Maryam Island verrà sviluppato Kalba Waterfront: 17mila metri quadrati per un grande mall che potrà ospitare 86 negozi con brand locali e internazionali. Il terzo è il progetto Palace Al Khan, resort di lusso.

FONTE: IL SOLE 24 ORE

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Tue, 19 Jun 2018 20:09:09 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/451/1/nell-emirato-di-shajah-opportunita-per-il-retail giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
Mondiali 2018: Un’occasione per riflettere sull’internazionalizzazione http://www.giovannibozzetti.net/post/449/1/mondiali-2018-un-occasione-per-riflettere-sull-internazionalizzazione

Mancano solo 2 giorni alla cerimonia di inizio dei Mondiali in Russia 2018. Una straordinaria manifestazione tra culture e popoli diversi, accomunati dai sani valori dello sport, che possiede la capacità di coinvolgere e creare rapporti.

Ispirandosi a questi grandi eventi anche le imprese italiane dovrebbero essere aperte e pronte ai cambiamenti, a rapportarsi con popoli, culture, linguaggi e credenze diverse dalle nostre. L’economia è ormai globale, non si può più pensare in piccolo, a quello che succede solo nel nostro Paese, ma bisogna allargare e affinare la propria visione: visitare, osservare e quindi comprendere il modo di pensare e di muoversi degli altri Paesi.

Sempre di più, in un’economia globale, le imprese devono essere in grado di confrontarsi con consumatori ed usanze diverse. Solo le aziende che saranno capaci di interfacciarsi armonicamente con realtà lontane dalla propria potranno internazionalizzarsi e conseguire un vero successo globale” – commenta Giovanni Bozzetti, Presidente e fondatore di EFG Consulting.

EFG opera a fianco delle aziende che vogliono espandere il loro mercato in Medio Oriente, ma solo la qualità del prodotto – seppur eccellente – o solo un ottimo rapporto qualità – prezzo in molti Paesi non sono sufficienti per la creazione di durature relazioni di business. È perciò necessario umanizzare e rendere personale il rapporto tra gli imprenditori attraverso la conoscenza e il rispetto della cultura della nazione con cui si intende avere un legame.

Articolo originale su: efgconsulting.it

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Tue, 12 Jun 2018 15:29:19 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/449/1/mondiali-2018-un-occasione-per-riflettere-sull-internazionalizzazione giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)
La lotta alla plastica al centro della Giornata mondiale dell’Ambiente 2018 http://www.giovannibozzetti.net/post/444/1/la-lotta-alla-plastica-al-centro-della-giornata-mondiale-dell-ambiente-2018

Una ricerca diffusa in questi giorni ci ha rivelato che uno studio sulle tartarughe marine Caretta Caretta (prese come indicatori dell'impatto della plastica sugli animali del Mediterraneo, poiché largamente diffuse proprio in questi habitat e la cui caratteristica è quelle di ingerire rifiuti marini) ci ha riportato la triste verità che metà delle tartarughe del Mediterraneo hanno plastica in corpo. Un’altra notizia affine ci arriva invece dalle coste meridionali della Thailandia dove una balena pilota è morta dopo avere ingoiato ben 80 buste di plastica, pesanti complessivamente otto chilogrammi, che avevano portato l’animale nell’impossibilità di nutrirsi. La balena pilota uccisa dalla plastica è solo la vittima più recente di questa forma di inquinamento, che si ritiene uccida ogni anno centinaia di animali marini. Con queste tristi notizie di apertura è comprensibile perché la Giornata mondiale dell’Ambiente 2018 sia dedicata quest’anno proprio alla lotta all’inquinamento da plastica che minaccia gli oceani. Le celebrazioni principali quest'anno si svolgeranno in India ma lo slogan mondiale sarà "Beat plastic pollution. If you can't reuse it, refuse itovvero "Sconfiggi l'inquinamento da plastica. Se non puoi riusarlo, rifiutalo".

La Giornata mondiale dell’Ambiente, voluta dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite e celebrata ogni anno il 5 giugno, nasce nel 1972 “per incoraggiare a livello mondiale la consapevolezza e l’azione per tutelare il nostro ambiente”. La data scelta dalle Nazioni Unite coincide con il primo giorno della Conferenza sull'ambiente umano tenutasi dal 5 al 16 giugno del 1972 a Stoccolma. La prima edizione risale al 1974 e, da allora, la Giornata è diventata un volano per intervenire sui problemi ambientali più urgenti a livello mondiale. Da quando è iniziata, la Giornata è cresciuta fino a diventare una piattaforma globale per la sensibilizzazione del pubblico ed è ampiamente celebrata oggi in oltre 100 Paesi. Ogni edizione ha un tema come filo conduttore che lega tutte le iniziative mondiali che si svolgono in onore dell’Ambiente: dalla desertificazione, allo scioglimento dei ghiacciai, ad una economia senza carbone, fino ai cambiamenti climatici tanto per citare alcuni temi dei passati anni, infine la lotta alla plastica monouso quest’anno. La giornata del 5 giugno è focalizzata proprio affinché tutte le persone siano invitate a prendersi cura della Terra e a fare qualcosa per essere parte del cambiamento futuro. Sono milioni le persone che hanno contribuito nel corso degli anni a guidare il cambiamento nelle abitudini di consumo e nelle politiche ambientali nazionali e internazionali. L’intento, quest’anno inoltre, è quello di stimolare i produttori e l’industria a creare proposte alternative alla plastica monouso, soprattutto con lo sviluppo di “nuovi” materiali innovativi e meno inquinanti. Secondo l’UNEP (ossia il programma per l'Ambiente dell’Onu) "ogni anno vengono riversati negli oceani ben 8 milioni di rifiuti plastici”. Sempre secondo l’Onu "mari ed oceani sono messi a dura prova dalla plastica” dal momento che, giusto per fare un esempio, "ogni minuto nel mondo vengono acquistate 1 milione di bottiglie di plastica e solo una piccolissima parte di queste viene riciclata”.

Un problema che affligge tutto il mondo e non esclude neanche il nostro Bel Paese. Da recenti indagini di Legambiente, attraverso il rapporto “Goletta Verde”, è stato infatti rivelato che “il 96% dei rifiuti galleggianti nei nostri mari è plastica. Una densità pari a 58 rifiuti per ogni chilometro quadrato di mare con punte di 62 nel mar Tirreno”. Nel solo Mediterraneo galleggiano così 250 miliardi di frammenti di plastica tra cui sopratutto: buste, teli, reti e lenze, frammenti di polistirolo e bottiglie che formano un mix di rifiuti pericolosissimi per noi, per gli animali e per l’ambiente in generale. Secondo l'indagine “Beach Litter 2018” l’inquinamento da plastica colpisce ovviamente anche le nostre spiagge nostrane: su 78 spiagge monitorate, per un totale di oltre 400 mila metri quadri sono stati trovati una media di 620 rifiuti ogni 100 metri lineari di spiaggia. E tra i materiali più trovati c'è proprio la plastica, con una percentuale dell'80% sul totale. L’uso indiscriminato e l’abbandono di tonnellate di rifiuti plastici non biodegradabili nei mari e negli oceani costituiscono così una minaccia grandissima ed un pericolo anche per l’habitat marino ricco di biodiversità e fondamentale per la vita dell’uomo. Ormai sentiamo sempre più spesso parlare di inquinamento ambientale, di surriscaldamento globale, di effetto serra e di cambiamenti climatici: tutte tematiche urgenti ma ancora non avvertite da moltissime persone. Il tema scelto dall’ONU nel 2018 è però forse uno dei più urgenti e preoccupanti degli ultimi anni, l’acqua è una fonte di vita e in quanto tale deve essere trattata: il consumo di plastica non fa altro che devastare gli oceani e uccidere intere specie. La ricorrenza è stata istituita infatti per sensibilizzare i governi e la popolazione sulle grandi tematiche ambientali, per non dimenticare mai che la natura deve essere tutelata e che dobbiamo trovare il modo migliore per farlo. Si tratta di un'emergenza globale che riguarda ogni aspetto della nostra vita. È nell'acqua che beviamo e il cibo che mangiamo.

Specialmente nella Giornata Mondiale dell’Ambiente non possiamo rimanere indifferenti: dovremmo tutti rimboccarci le maniche e nel nostro piccolo cercare di fare qualcosa.  È questo il giorno in cui tutti, in tutto il mondo, si devono prendere cura attivamente della nostra terra. Se ognuno di noi quotidianamente facesse almeno una piccola azione green, ci sarebbero miliardi di buone azioni quotidiane sul nostro pianeta. Bisognerebbe così privilegiare, ad esempio, tessuti di fibre naturali, acqua del rubinetto, cialde per caffè compostabili (o la vecchia moka), prodotti con packaging ridotto, biodegradabile o compostabile, prodotti alla spina e ricariche, nonché, ovviamente, la raccolta differenziata. Per salvaguardare il pianeta e l’ambiente in cui viviamo sarebbe necessario poi formare e diffondere una cultura ambientale sia a livello scolastico per le nuove generazioni sia a livello tecnico normativo come sostegno per la politica nel suo compito di formulare ed emanare leggi più attente agli aspetti della biodiversità. Anche il singolo cittadino può fare qualcosa nella lotta alla plastica e questo non deve mai essere dimenticato.

Prof. Giovanni Bozzetti

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Sat, 9 Jun 2018 00:00:00 +0000 http://www.giovannibozzetti.net/post/444/1/la-lotta-alla-plastica-al-centro-della-giornata-mondiale-dell-ambiente-2018 giovanni.bozzetti@greenholding.it (Prof. Giovanni Bozzetti)