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15 ottobre, 2019

Green Carpet Fashion Awards. Ma cos'è la moda sostenibile?

Domenica 22 Settembre, nella sesta giornata della Milano Fashion Week, sono andati in scena i Green Carpet Fashion Awards, giunti alla loro terza edizione. La celebre serata si è svolta nella magnifica cornice del Teatro alla Scala, e rappresenta un momento fondamentale per promuovere l'importanza della moda ecosostenibile, con prestigiosi riconoscimenti offerti a coloro che meglio hanno saputo incarnare nei loro progetti un reale impegno e una reale attenzione verso l'ambiente in cui viviamo. L'evento è nato da un progetto di Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI), in collaborazione con Eco-Age, e con il sostegno del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), dell'Agenzia del Commercio Italiana (ITA) e il patrocinio del Comune di Milano.

Per l'occasione anche Piazza della Scala si è vestita a nuovo ed è diventata un vero e proprio orto, con aiuole da cui spuntano cavoli, rosmarino, zucchine e molto altro: un simbolo dell'unione tra sostenibilità green e le celebrazioni dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, tema di tutto il 2019 a Milano. Questo giardino nel centro della città vuole infatti essere un richiamo alla vigna del grande genio in Corso Magenta, donatagli da Ludovico il Moro e riportata in vita pochi anni fa.

Partiamo dal concetto che tutti, o quasi, ormai sono consapevoli dei cambiamenti che stanno avvenendo a livello globale, e dell'urgenza di modificare le nostre scelte e il nostro stile di vita per il bene del pianeta. Milano, con i Green Carpet Fashion Awards, ha voluto e vuole continuare a sottolineare il valore che rivestono nel campo della moda scelte più consapevoli dal punto di vista ambientale, premiando di volta in volta le idee più innovative, etiche e sostenibili.

Ma cos'è la moda sostenibile?

Il concetto di moda sostenibile è strettamente legato a quello più generale di etica e sostenibilità ambientale. Quando parliamo di moda sostenibile, infatti, parliamo di una parte del fashion system che tende ad instaurare un rapporto armonioso con l’ambiente, senza per questo negare ai consumatori prodotti accattivanti e in linea con le ultime tendenze.

Non si può parlare di moda sostenibile senza far riferimento come detto all’etica, quella del lavoro soprattutto. Questa problematica è stata evidenziata a partire dagli anni ’90 quando, per realizzare i loro prodotti, i grandi marchi internazionali della moda si sono ritrovati nella bufera per lo sfruttamento di donne e bambini.

A seguito delle accuse pressanti, le aziende più note del fashion system si sono adeguate, sottoponendosi a controlli sulle condizioni di lavoro di dipendenti e collaboratori. Il risultato? Articoli d’abbigliamento che possono dirsi glamour e fashion a tutti gli effetti, ma anche rispettosi dell’ambiente e dell’essere umano. Per mettere in primo piano la sostenibilità dei tessuti utilizzati, diversi brand del fashion system internazionale hanno deciso di rendere trasparenti le procedure, certificando i tessuti utilizzati come privi di sostanze tossiche. Ad oggi, i brand sostenibili sono numerosissimi e tra quelli che ancora non si possono definire 100% green, c’è per lo meno consapevolezza che la sostenibilità del prodotto sta diventando un fattore sempre più determinante nelle scelte dei consumatori[1].

Per ridurre l’impatto ambientale della tradizionale industria della moda, si sta dimostrando molto utile l’impegno di alcune associazioni ambientaliste. Per esempio, la lotta di Greenpeace contro le pratiche impattanti del settore tessile e dell’abbigliamento è iniziata nel 2011 con l’iniziativa “Panni Sporchi”, quando nelle acque reflue delle fabbriche in Cina si scoprì la presenza di alcune sostanze tossiche particolarmente nocive per l’ambiente e le persone. I gruppi di sostanze incriminate, tutt’oggi utilizzate da molti stabilimenti, furono esattamente undici, ovvero alchilfenoli, ftalati, ritardanti di fiamma bromurati e clorurati, coloranti azoici, composti organici stannici, composti perfluoroclorurati, clorobenzeni, solventi clorurati, clorofenoli, paraffine clorurate a catena corta e metalli pesanti come cadmio, piombo, mercurio e cromo VI.

Si tratta di sostanze non biodegradabili che, quindi, con il lavaggio degli abiti, vanno ad accumularsi nelle acque reflue provocando un danno ambientale notevole. E come ha spiegato la Global head of chemistry di UL (azienda specializzata in sicurezza dell’ambiente e del lavoro), Anne Bonhoff, durante un summit di sensibilizzazione rivolto al settore moda, “il problema non rimane isolato esclusivamente alla filiera, ma interessa anche il consumatore che inconsapevolmente continua a inquinare l’ambiente”.

Un altro fattore di rischio determinato dall’impiego di queste sostanze è il bioaccumulo, ovvero quel processo attraverso il quale si agglomerano sulla pelle causando l’insorgere di gravi patologie. Esiste, infatti, una legislazione a livello europeo che ne limita rigidamente l’uso in quanto alcune di queste sono potenzialmente cancerogene o, comunque, agiscono sul sistema ormonale modificandolo geneticamente. Andando a interferire, quindi, con il regolare sviluppo sessuale degli organismi che ne sono venuti a contatto direttamente.

Detox e Zero Discharge of Hazardous Chemicals (ZDHC) sono due programmi che, ponendosi da guide per le aziende, si prefissano come obiettivo finale l’eliminazione totale di queste sostanze dalla produzione entro il 2020. E in particolare, ZDHC ha creato un registro online dove vengono raccolti tutti i risultati delle analisi delle acque reflue provenienti da diversi stabilimenti e paragonati con dei dati guida, in maniera da educare tutta la filiera tessile, dai fornitori ai produttori, a una maggiore trasparenza.

In molti sono ormai convinti che tutto il mondo della moda debba sottoporsi a un processo di cambiamento volto alla tutela delle persone e dell’ambiente. E a dimostrarlo è anche Carlo Capasa (presidente della Camera nazionale della moda) che, durante un’intervista rilasciata prima dell’incontro “Crafting the Future of Fashion”, tenutosi a Milano il 21 giugno 2016, ha affermato: “Parliamo del futuro della moda, ovvero di quello che immaginiamo per le prossime generazioni, i nuovi marchi e i designer emergenti, e di sostenibilità come parte integrante del futuro[2]”.

Giovanni Bozzetti