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15 maggio, 2019

Economia circolare in edilizia, opportunità e sviluppo per l’Italia e per l’UE

Ogni azione compiuta oggi verso l’economia circolare, oltre ad essere sostenibile ambientalmente e socialmente, nonché un fattore di competitività determinante e distintivo per le aziende, può soprattutto generare valore economico e contribuire, inoltre, al contenimento dei cambiamenti climatici. Questo discorso generale vale ancora di più quando ci si riferisce, ad esempio, alla filiera del cemento e del calcestruzzo in cui, ancor più, l’attuazione di azioni volte al recupero di materia, al recupero energetico, all'ottimizzazione dei processi produttivi e al dialogo con i territori, diventano fondamentali per realizzare un virtuoso modello economico circolare. Come si evince dalla recenti ricerche sul tema, anche la filiera produttiva del cemento italiano, con 19 aziende cementiere e 57 impianti produttivi, sta diventando parte attiva nella transizione all’economia circolare, specialmente grazie ad un aumento dei tassi di sostituzione di combustibili fossili e materie prime naturali a favore di un crescente recupero di rifiuti urbani e industriali e del riutilizzo di materiali di scarto, provenienti da altri cicli produttivi e da demolizioni. Nel solo 2017 sono stati così recuperati oltre 1,84 milioni di tonnellate di materie prime residuali, derivanti da altri processi industriali, un tasso di sostituzione di materie prime naturali che si attesta nel nostro Paese al 7,4%, superiore alla media UE del 4,4%.

Grazie poi ai continui investimenti delle aziende del settore ed alla collaborazione con le Università, cemento e calcestruzzo hanno abbracciato anche nel nostro Paese un percorso di innovazione diventando sempre più elementi tecnologicamente indispensabili per la “building community” grazie ad un’infinita qualità di applicazioni ed un’indiscutibile modernità. Si parla oggi in Italia, ad esempio, di calcestruzzo drenante, calcestruzzo auto-riparante, calcestruzzo mangia smog, calcestruzzo rinforzante (jacketing), calcestruzzo fotoluminescente, calcestruzzo galleggiante e marino. Così, grazie a sostanze come il biossido di titanio, o il niobato di litio o l'ossido di zinco, si riescono ad abbattere gli inquinanti atmosferici che finiscono degradati attraverso una reazione alla luce che produce infine sostanze innocue sia per le strutture sia per l'ambiente, che vengono lavate via dall'acqua piovana, caratteristica questa che rende, ad esempio, questo particolare tipo di calcestruzzo speciale “autopulente" ed adatto ad applicazioni in galleria grazie a minori costi di manutenzione futura. Il calcestruzzo, materiale con quasi duemila anni di storia, continua così a rinnovarsi per adattarsi alle nuove esigenze costruttive, alla crescente digitalizzazione che sta prendendo piede anche nelle costruzioni (ne è un esempio quello realizzato tramite stampa 3D), grazie agli sforzi di un’industria che continua a investire, soprattutto oggi, nelle buone pratiche dell'economia circolare. I passi avanti compiuti sul fronte della produzione del materiale consentono, infatti, di utilizzare materie prime secondarie, in sostituzione o aggiunta rispetto alle materie prime naturali. In questo senso, possono essere utilizzati aggregati riciclati o industriali, come sabbie, ghiaie provenienti dalla frantumazione di materiali da costruzione, scorie di acciaieria o materiali riciclati da scarti della plastica o della gomma. Inoltre, a fine vita, il calcestruzzo stesso può essere a sua volta riciclato per produrre nuovi aggregati utilizzabili per produrre nuovo calcestruzzo o destinati ad altre tipologie costruttive come i rilevati stradali. Nel nostro Paese si presentano, però, ancora grossi problemi quando si tratta di autorizzazioni per l’uso dei materiali e così l’edilizia, che ha il più grosso flusso di rifiuti, non trova adeguata possibilità di vederne la valorizzazione. Eppure ci riferiamo ad un settore che ha una grande abbondanza di materie prime e quindi più facilità di scarto. Per migliorare questa situazione, e rendere davvero attuativa l’economia circolare anche nel settore edile, potrebbe essere importante a questo punto una maggiore spinta pubblica al fine di innescare azioni a carattere collettivo.

Il tema dell’economia circolare in edilizia risulta di stretta attualità anche tra gli altri Stati membri. A tal riguardo la Direttiva europea 98/2008/CE, Direttiva Quadro sui Rifiuti, ha introdotto di recente un target di recupero dei rifiuti inerti pari al 70% da raggiungere entro il 2020. Una novità questa che potrebbe determinare a livello potenziale una svolta decisiva nel settore del riciclo dei rifiuti da costruzione e demolizione, oggi trascurato, preferendo conferire in discarica per questioni di costo e complessità normativa. Proprio in queste settimane la Commissione Europea ha, inoltre, presentato al Parlamento UE un report sull’attuazione del piano d’azione per la circular economy, evidenziando che la circolarità ha creato nuove opportunità commerciali, ha dato origine a nuovi modelli commerciali e sviluppato nuovi mercati. A fronte d’investimenti per un valore di circa 17,5 miliardi di euro nel 2016 attività circolari come la riparazione, il riutilizzo o il riciclo hanno generato un valore aggiunto di quasi 147 miliardi di euro. Il riciclo dei rifiuti urbani (con riferimento al periodo 2008-2016) risulta poi aumentato come in miglioramento continuo è il contributo dei materiali riciclati alla domanda complessiva europea. Tuttavia, in media, i materiali riciclati soddisfano, ad oggi, meno del 12% della domanda complessiva di materiali dell’UE. Il settore delle costruzioni pone oggi, quindi, grandi possibilità di sviluppo in tema di riuso e riciclo dei materiali esistenti negli edifici. Ma occorre impiegarli e farlo bene.

Giovanni Bozzetti