442 Prof. Giovanni Bozzetti Articoli
1 marzo, 2019

End of Waste: per far ripartire l’economia circolare servono i decreti nazionali.

In attesa di importanti leggi in merito, sull’End of Waste c’è ancora molta confusione anche tra gli addetti al settore, facciamo quindi qui un po’ di chiarezza su quella speciale normativa sul trattamento dei rifiuti che è stata discussa più volte in sede parlamentare e che è tanto attesa da quella parte del sistema Italia che intende puntare fortemente sull’economia circolare. Il ritardo nell’attuazione della normativa è, infatti, lamentato da molti degli operatori di settore, poiché frena la realizzazione di uno strumento che avrebbe il potenziale di generare effetti positivi sia per l’economia sia per l’ambiente ed, infine, per la collettività. Ma dietro la normativa si nascondono diverse sfaccettature di un argomento assai vasto, non basta così tradurre semplicemente il termine in “fine dei rifiuti” per capire meglio la questione e a cosa faccia riferimento il testo in esame.

In materia ambientale il nostro Paese generalmente recepisce e adotta norme che arrivano dall’Unione Europea, non è esclusa in ciò neanche la normativa presa oggi in considerazione su queste pagine. La direttiva quadro sui rifiuti 2008/98/CE punta a ridurre al minimo gli impatti negativi su salute e ambiente generati da una cattiva gestione del rifiuto ed, infine, a far divenire un rifiuto una risorsa, ossia un prodotto da essere riutilizzato e nuovamente immesso nel nostro sistema economico. In sostanza si punta, così, ad attribuire ai materiali che vengono fuori dai processi di recupero lo status giuridico di materia prima vera e propria, permettendo in questo modo di competere anche in termini economici. Partendo dall’inizio, la Comunità Europea ci definisce il rifiuto, inteso anche quello prodotto dal comparto industriale nel corso di una lavorazione di un materiale, come “qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o l’obbligo di disfarsi”. La normativa offre così la possibilità ad una sostanza, diventata rifiuto, di poter essere sottoposta al processo di recupero che, una volta terminato, la farà tornare materia riutilizzabile nel settore industriale, ma in che momento, è lecito chiedersi, un rifiuto smette di essere considerato tale e diventa una risorsa da poter impiegare in un nuovo processo? A tale risposta è il singolo Paese e non l’Europa a dover fornire una normativa trasparente e completa per regolamentare chi deve gestire il comparto dei rifiuti, leggasi Comuni e Regioni, e a chi ha intenzione di investire nel recupero. Senza una definizione univoca, però, su quando effettivamente un rifiuto si trasformi in “materia prima seconda” (ossia un prodotto che acquista un valore economico e di conseguenza crea un mercato dove poter essere scambiato) si rischia di bloccare il Paese. Parliamo del 33% dei rifiuti totali prodotti ogni anno per cui l’End of Waste (Eow) semplificherebbe di molto le pratiche per il loro riciclo.

Così oggi 55 milioni di tonnellate di rifiuti, su un totale tra urbani, speciali e pericolosi di 165 milioni di tonnellate sono in attesa dei decreti che semplificherebbero il loro riciclo e ridurrebbero il loro conferimento in discarica o il loro smaltimento illegale. Il riciclo dei rifiuti andrebbe, infatti, semplificato al massimo altrimenti il rischio di dover aumentare i rifiuti di origine domestica o produttiva fuori da un’ottica di economia circolare, al recupero energetico o all’estero diventa sempre più concreto. Per raggiungere i nuovi target di riciclo dettati dalla normativa europea servono, però, anche gli impianti, a partire da quelli di digestione anaerobica e compostaggio per il trattamento della frazione organica, poiché, ad oggi, quelli che ci sono possono processare appena 3 milioni di tonnellate, ossia meno della metà di quanto raccolto. Se si prende in considerazione poi la raccolta differenziata dell’umido aumenterà sicuramente negli anni a venire e sarà ancora più marcata non solo la carenza impiantistica necessaria, ma anche la forte disparità tra sud e nord dove è, infatti, incentrata la quasi totalità degli impianti. Senza considerare che questa rete impiantistica consentirebbe, inoltre, la produzione di biometano, da immettere in rete o destinare a carburante e compost di qualità.

Dalla famosa sentenza dell’ 8 febbraio 2018 n. 1229 la normativa nazionale in materia non riesce ancora a vedere la luce, bloccando di fatto eventuali progressi sul fronte dell’economia circolare. Da più fronti, quindi, si chiede maggiore flessibilità al sistema. Nell’attesa di possibili linee guida statali e degli auspicati decreti End of waste nazionali (ma meglio ancora europei per evidenti motivi di concorrenza e di mercato) il mondo dell’economia circolare auspica che tante imprese che in questi anni hanno garantito il raggiungimento di molteplici risultati positivi in tema di riciclo non siano costrette a chiudere per dei cavilli legislativi e delle norme che tardano ad arrivare e per questo chiedono oggi che semplicemente si permetta ancora alle Regioni di rinnovare le autorizzazioni a produrre Eow, che mano a mano vanno in scadenza, e di autorizzare impianti innovativi (che diversamente emigrerebbero all’estero). Dall’altra parte, però, il Governo si dice contrario a soluzioni, anche provvisorie, con cui si demandi alle Regioni, in attesa dei decreti nazionali, la possibilità di autorizzare gli impianti, caso per caso, a trasformare i rifiuti in Eow. Soluzione che potrebbe, inoltre, secondo la commissione Ambiente del Senato, andare contro quanto previsto dalle direttive europee vigenti, creando una disparità regionale tale da dare vita ad un vero e proprio terreno franco sui rifiuti con il rischio di eventuali scompensi per la competitività delle aziende interessate. Ad oggi, però, quasi un anno dopo la famosa normativa (nella quale il Consiglio di Stato ha stabilito che spetta allo Stato, e non alle Regioni, individuare i casi e le condizioni in cui un rifiuto può essere considerato “end of waste”, al termine di un processo di recupero) è doveroso ricordarlo esistono ancora solo tre regolamenti europei e due decreti a livello nazionale sul tema dei rifiuti, troppo pochi per regolarizzare un settore così fondamentale per aziende e cittadini.

Giovanni Bozzetti