187 Prof. Giovanni Bozzetti Articoli
12 febbraio, 2019

Dalla Finlandia all’Italia, mentalità e priorità diverse per l’economia del futuro.

Secondo un recente rapporto dell’Agenzia Britannica su “riciclo e prevenzione” insieme a sostanziali benefici ambientali, una crescente economia circolare offre la possibilità di creare nuovi posti di lavoro, riducendo lo strutturale squilibrio nelle regioni europee ad alta disoccupazione. Lo sviluppo dell’economia circolare è, quindi, di per sé, una grande trasformazione industriale, in quanto “crea valore economico usando più lavoro e meno risorse e perciò accresce sia l’efficienza d’uso delle risorse sia l’attività economica”. In un’ ottica di economia circolare e di battaglia agli sprechi è emblematico così il ruolo di alcuni paesi del Nord Europa , nei quali la questione ambientale è entrata ancora più fortemente nella mentalità della popolazione, al punto che la sfida di «non sprecare» è diventata un vero e proprio affare di Stato. Con l’impegno politico di rendere tale economia effettiva, dopo anni e anni votati a stimolare un modello sostenibile di società, in cui lo sforzo economico passato si possa tradurre in cambiamento sociale oggi e possa far diventare domani il Paese un referente mondiale sotto quest’aspetto. Sto qui parlando, ad esempio, della Finlandia, Paese che oggi possiede il più grande impianto di trattamento dei rifiuti del Nord Europa, capace di generare energia non solo per il consumo interno, ma anche per l’esportazione. Lì, circa cinquant’anni fa il parlamento finlandese creò il fondo d’innovazione Sitra, che negli anni ha saputo portar avanti tanti progetti diversi, che hanno avuto ed hanno nell’economia circolare il proprio fondamento al punto che oggi, grazie proprio a quei particolari progetti educativi, la Finlandia potrebbe veder nascere i primi «nativi nell’economia circolare», cioè, quelle persone che assumono la cultura dell’uso efficiente delle risorse sin da bambini. I finnici, inoltre, costituiscono il popolo che più ha saputo creare strutture atte a non sprecare nulla, o quasi, anche nei cicli di produzione alimentare. Si sa, in effetti, che circa un terzo della produzione mondiale di cibo va sprecato, il che non solo dice la scandalosa differenza tra ricchi e poveri, ma lo spreco di energia e di acqua per produrre cibi e altri prodotti destinati alla spazzatura. Seguendo questa volta un’idea nata in Danimarca con i primi negozi “WeFood”, votati a ridistribuire il cibo in eccesso o prossimo a scadenza non solo ai più bisognosi, ma anche alle persone con poche risorse economiche o intenzionate a non sprecare cibo. Iniziativa nata lì grazie ad una riforma legislativa che vietava ai supermercati di buttare il cibo nella spazzatura, dovendolo donare o dovendo pagare delle multe salate per farlo. Una filosofia della sostenibilità destinata a «ridurre la povertà» allo scopo di «raggiungere la pace e la realizzazione dei diritti umani», come dichiara l’Ong. Else Hukkanen, la project manager di “WeFood”, convinta che questa soluzione «previene lo spreco di alimenti, aiuta le persone nei Paesi del terzo mondo e offre ai volontari un significativo modo di partecipare».

Quello che l’economia circolare comporta è, quindi, nientemeno che un cambiamento radicale di mentalità e priorità: una necessità, che ha bisogno, a sua volta, di essere regolamentata e misurata. Dopo i risultati della consultazione pubblica terminata lo scorso ottobre, il Ministero dell'Ambiente ha così pubblicato la versione consolidata del documento “Economia circolare ed uso efficiente delle risorse - indicatori per la misurazione dell’economia circolare”. Iniziata il 30 luglio 2018 e terminata il 1 ottobre 2018, l'azione ha, infatti, visto la partecipazione di 87 soggetti, di cui 67 in rappresentanza dell’organizzazione per cui lavorano e 20 come privati cittadini. Un lavoro condiviso che vede come obiettivo specifico quello di fornire uno strumento efficace per la transizione verso l’economia circolare, che si basi su principi quali la coerenza, la semplificazione dei processi, ottimizzando la governance ambientale ed allo stesso tempo rimuovendo gli ostacoli che la normativa stessa contiene. La revisione della normativa mira, inoltre, ad individuare strumenti economici che, anche attraverso una riforma fiscale ambientale, possano incentivare l’adozione di modelli più sostenibili nonché stimolare nuove attività di comunicazione e sensibilizzazione dei cittadini sui modelli di consumo moderni, aspirando, infine, all’attuazione di un nuovo modello economico che possa essere, per il mercato, ma anche per il consumatore, contemporaneamente efficiente, sostenibile e soprattutto trasparente. Così, mentre in Parlamento riprende l’iter legislativo per il recepimento della legislazione europea, nell’ordinamento nazionale delle Direttive contenute nel cosiddetto “Pacchetto sull’Economia Circolare” , risulta che l’industria del riciclo, con il suo 50% del valore aggiunto e il 35% degli occupati, sia proprio il comparto più rappresentativo di questa economia circolare, che comprende sia le attività industriali sia quelle commerciali. Secondo i dati forniti da Eurostat, l’Italia è, infatti, il paese europeo con la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti. “Con il 77% dei rifiuti totali avviati a riciclo, presenta un’incidenza più che doppia rispetto alla media europea (37%) e ben superiore a quella degli altri grandi paesi europei: la Francia è al 54%, il Regno Unito al 44% e la Germania al 43%”. I flussi più rilevanti sono rappresentati dai materiali riciclabili tradizionali (carta, plastica, vetro, metalli, legno). In termini assoluti, la quantità riciclata dell’Italia è di oltre 56 milioni di tonnellate, inferiore solo a quella della Germania che è di poco superiore ai 72 milioni di tonnellate.

L’Italia quindi, ed i dati lo confermano, sta dimostrando di essere in prima linea per quanto riguarda l’economia circolare (con un fatturato che raggiunge ormai gli 88 miliardi di euro, più 22 circa di valore aggiunto, e conta oltre 570 mila occupati) ed il 2019 potrebbe essere davvero l’anno decisivo per il superamento sia dell’emergenza rifiuti e sia del decollo della stessa economia nel nostro Paese. Ma prima occorre rimuovere con urgenza le barriere ancora oggi presenti. Il recepimento della direttiva europea, l’approvazione dei decreti ministeriali, il rafforzamento dei sistemi consortili, la realizzazione dei nuovi impianti e la costruzione del mercato dei prodotti riciclati dovranno così essere le prime priorità dell’agenda politica nazionale. L’anno della svolta potrebbe essere proprio questo.

Giovanni Bozzetti