242 Prof. Giovanni Bozzetti Articoli
1 febbraio, 2019

World Economic Forum, quest’anno a Davos si parla di globalizzazione 4.0

Sarà a causa dell’ambiente, sarà dovuto alla grande quantità di soldi in gioco, rimane il fatto che il tema dell’economia circolare quest’anno sbarca a Davos per l’edizione 2019 del World Economic Forum. Dal 22 al 25 gennaio il consueto appuntamento sulle Alpi svizzere ha visto la maggior parte dei leader politici mondiali, nonostante defezioni di una certa rilevanza, dei grandi della finanza e di alcune imprese in cima alla classifica dell’innovazione ritrovarsi a parlare di “globalizzazione 4.0” in un momento critico in cui sono visibili a tutti le difficoltà di un mondo che va verso una “profonda instabilità globale” legata all’impatto rivoluzionario della Quarta rivoluzione industriale, quella dei robot e del digitale. Il concetto, apparso già in un libro di Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo dell’organizzazione con sede a Ginevra, si riferisce alla combinazione di tecnologie digitali che sta modificando il modo di vivere, lavorare e produrre con velocità senza precedenti. La quarta rivoluzione industriale, l’era dell’intelligenza artificiale, della realtà aumentata, della stampa 3D, dei veicoli autonomi e degli oggetti connessi, è al tempo stesso una promessa e un rischio, l’opportunità di aumentare il benessere e migliorare la qualità della vita e la salute dell’ambiente e delle persone, ma anche il timore di aggravare le disparità economiche, le tensioni politiche e sociali, l’esclusione di chi non abbia le giuste competenze. Le tecnologie digitali sono ormai così essenziali per tante attività, ma anche per le nostre vite economiche e sociali al punto che diventa, infatti, sempre più difficile separare il “tech” dal “non-tech”. Basti ricordare che ci sono voluti 75 anni perché il telefono raggiungesse 100 milioni di persone, ma ad esempio alla app per cellulari “Pokemon Go” è bastato un mese, nel 2016, per coinvolgere oltre 100 milioni di giocatori. La sfida ora, sia per aziende che per governi, è da un lato, tenere il passo col cambiamento, dall’altro, evitare che la trasformazione non aggravi il divario digitale, spazzando via imprese che non innovano, lasciando intere aree non coperte dalla connettività e dai servizi e tagliando fuori intere fasce della popolazione dalle opportunità economiche e sociali della quarta rivoluzione industriale. Ma solo la conoscenza del fenomeno dell’hitech pervasivo e intelligente e lo sviluppo delle nuove competenze possono arginarne eventuali effetti negativi, di qui, come sottolineato durante il WEF l’importante ruolo delle skill, il valore della governance della trasformazione digitale e della collaborazione tra Stati. Troppo spesso, infatti, la tecnologia rimane misteriosa proprio per i decisori politici creando un grave vuoto per il mondo produttivo e gli utenti finali, perché le innovazioni come l’AI vanno comprese e, in parte, regolate.

Arrivato alla sua 49esima edizione il WEF è iniziato con il rilascio del Global Risks Report del World Economic Summit, che ha evidenziato l’instabilità economica geopolitica attuale, causata anche dalla mancanza di collaborazione nella risoluzione dei problemi mondiali. Ed infatti, rispetto ad un anno fa, il menù dei rischi, dalla gestione del cambiamento climatico al commercio internazionale, non ha fatto altro che arricchirsi: la Brexit in bilico, l’ascesa dei partiti populisti in Europa, l’inizio della guerra dei dazi fra Usa e Cina sono solo alcune delle novità che il 2018 ha portato con sé. Di queste sfide prossime che dovremo tutti affrontare salta subito all’occhio però come la maggior parte dei temi sia legata all’ambiente.

Anche l’attivista svedese Greta Thunberg, di 16 anni, ha partecipato alle sessioni sul clima del World Economic Forum per portare ancora una volta all’attenzione dei leader del mondo il suo messaggio in difesa del pianeta come aveva già fatto in occasione della Cop24 in Polonia con un discorso diventato poi virale. A Davos, forte e sicura di sé, non è stata comunque da meno quando ha affermato che “La verità è che fondamentalmente non stiamo facendo nulla. Sì, alcune persone stanno facendo più di quel che possono ma sono troppo poche o troppo distanti dalla possibilità di fare la differenza in questo momento. […] Per il bene della vita e di questo bellissimo pianeta, vi chiedo di stare dalla parte giusta della storia. Vi chiedo di impegnarvi a fare tutto ciò che è nel vostro potere nello spingere le vostre attività economiche e i vostri governi ad essere in linea con un mondo con una temperatura aumentata di 1,5 gradi”. Dal rapporto di “Circularity Gap Report”, pubblicato da Circle Economy e presentato proprio al vertice di Davos, risulta che ogni anno l’economia mondiale estrae 92,8 miliardi di tonnellate di materie prime, tra minerali, combustibili fossili, metalli e biomassa, e nonostante decenni di avvertimenti sui conseguenti impatti per clima e sicurezza delle risorse, solo il 9% di questi materiali viene riutilizzato e così risulta che l’uso delle risorse globali è più che triplicato dal 1970 a oggi e potrebbe raddoppiare nuovamente entro il 2050 senza serie azioni di contrasto. Come ha dichiarato il CEO di Circle Economy, Harald Friedl: “Riciclare, migliorare l’efficienza delle risorse e i modelli di business circolari offrono enormi opportunità per ridurre le emissioni: un approccio sistemico all’applicazione di queste strategie farebbe pendere l’equilibrio a nostro favore nella battaglia contro il riscaldamento globale. […] Un mondo che contenga l’aumento di temperatura a 1,5 gradi non può che essere un mondo circolare”.

Dal 1973 ogni tematica scelta a Davos ha indicato una direzione, tracciando una linea da seguire se si vogliono capire le scelte economiche ed i dibattiti negli anni a venire. L’economia circolare è una di queste, e si inserisce nel solco tracciato dagli United Nations Sustainable Development Goals, cioè gli obiettivi di sviluppo che le Nazioni Unite si sono date nel 2015 come fari guida per uno sviluppo sostenibile nel quindicennio successivo; obiettivi che dovrebbero consentire alla Terra, tra molte altre cose nobili, anche di resistere all’impatto di 3 miliardi di nuovi consumatori che nel 2030 si affacceranno sui mercati. Un percorso non solo virtuoso negli intenti, ma secondo gli analisti anche nelle possibilità concrete di generare denaro, industrie e nuovi mestieri: le stime del WEF parlano, infatti, di circa 3 mila miliardi di dollari di “nuove opportunità”, una fetta non piccola degli 88 mila miliardi del PIL mondiale. Anche per questo a maggio scorso l’Unione europea ha approvato una legislazione vincolante che impone agli Stati membri un concreto cambio in quella che viene chiamata la “gerarchia dei rifiuti”, cioè la modalità del loro smaltimento e riuso, nonché la responsabilità sulla loro produzione. Non solo di ambientalismo quindi si parla, bensì anche di denaro. Quando anche l’assise del World Economic Forum decide di occuparsi dell’economia circolare, significa che la faccenda si è fatta seria.

Giovanni Bozzetti